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Tanti auguri a Mina, regina «in esilio» della musica leggera

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17 marzo 2010


«Nostra Signora» della musica leggera italiana compie oggi settant'anni. Mina, la leggendaria Tigre di Cremona (il soprannome le fu dato dalla conterranea Natalia Aspesi), voce portentosa da soprano drammatico, donna intelligente come poche altre nello showbiz nostrano, nacque infatti il 25 marzo del 1940 a Busto Arsizio, remota provincia di un'Italia che si affacciava sul baratro della seconda guerra mondiale.
La ricorrenza scomoda l'intero establishment dello spettacolo (e non solo) un po' come Oltremanica avviene per ogni anniversario che riguarda i Beatles e negli States quando c'è di mezzo Elvis Presley. A quanto pare, tutti a festeggiare pubblicamente in giro per il Bel Paese tranne che la stessa Signora che non si sottrarrà al beato isolamento che si è «autoinflitta» a partire dal '78, quando si è ritirata dalle scene.
Tutti su Mina appassionatamente: la Sony Music, per la gioia dei collezionisti, ristampa in vinile in versione picture disc gli ultimi quattordici album della cantante (da «Canarino mannaro» del '94 a «Facile» risalente all'anno scorso) mentre il 14 maggio esce un album di inediti per il quale Cristiano Malgioglio, già collaboratore di Mina in numerose occasioni, annuncia di avere già pronta una hit scritta in partnership con il romanziere Aldo Busi. Nel frattempo intellettuali e critici, amici e meno amici della grande interprete nativa di Busto Arsizio (all'anagrafe Mina Anna Mazzini) le fanno gli auguri o si interrogano sul segreto del suo successo, ne contestano l'aura fantasmatica di cui si è circondata quando ha smesso di apparire pubblicamente piuttosto che lodarne la curiosità che l'ha portata a indagare territori musicali spesso lontani dalla melassa dell'italica canzonetta.

Non potrebbe essere altrimenti per una performer che, in qualcosa come 52 anni di attività artistica, ha inciso più di mille brani e venduto oltre cento milioni di dischi. E poi, con doti vocali senza pari e un piglio sbarazzino al limite del ribellismo, ha accompagnato il cammino del Paese lungo gli anni del boom economico, quelli della contestazione e del riflusso, tra le prime serate nei liturgici sabato sera di Mamma Rai, i duetti con i coevi Adriano Celentano e Lucio Battisti nonché le contaminazioni bossa nova che scomodavano artisti del calibro di Antonio Carlos Jobim. Non è un caso che il debutto canoro di Mina, secondo gli annali, avvenga nel '58 sul palco della Bussola di Forte dei Marmi, un locale inscindibilmente legato all'epopea di un'Italia che, lasciatasi alle spalle la guerra, si scopriva benestante e vacanziera. Tra la fine degli anni Cinquanta e il decennio successivo la Nostra conosce una parentesi anglofona (con il soprannome di Baby Gate incide «Be-bop-a-lula» di Gene Vincent) e finisce per essere accomunata al neonato movimento degli urlatori, quello che riproponeva il rock and roll americano filtrato attraverso i molleggiamenti alla Jerry Lewis di Celentano. Le platee su cui esibirsi, intanto, per Mina diventano sempre più prestigiose: da Canzonissima, fortunato show televisivo cui partecipa sfoderando la surreale «Tintarella di luna» e la dadaista «Una zebra a pois», al Festival di Sanremo dove nel '61 porta «Io amo, tu ami» e «Le mille bolle blu», piazzatesi rispettivamente al quarto e al quinto posto. Il successo cresce, la fama pure e i paparazzi si mettono sulle tracce della Tigre di Cremona in cerca di scoop. Ci riescono nel '62, quando scovano la sua love story con l'attore Corrado Pani, già sposato e separato di fatto con un'altra donna (il divorzio ancora non esisteva): si procede al linciaggio mediatico che costerà a Mina addirittura l'ostracismo dai programmi Rai di cui era ormai diventata presenza fissa.

Per rivederla in Tv c'è da attendere il '64, un anno dopo che ha dato alla luce il primogenito Massimiliano. Si inaugura così il suo periodo artistico più proficuo, quello degli album incisi per la casa discografica Ri-Fi di Milano e delle fortunatissime sigle televisive per i programmi di Antonello Falqui, da «Teatro 10» a «Sabato sera» passando per «Studio Uno». Vengono poi i giorni della creazione a Lugano della «Pdu», una propria etichetta discografica nella quale produrre in assoluta libertà, e gli anni Settanta della mancata collaborazione con Federico Fellini per il film «Il viaggio di Mastorna», delle provocatorie canzoni di Malgioglio e del ritiro dalle scene. Già: dal 1978 niente più concerti, conferenze stampa, apparizioni televisive o pubbliche. Solo dischi in studio. Una «latitanza» che ha sicuramente alimentato il mito della migliore voce femminile che la musica leggera italiana abbia avuto ma a favore della quale, forse, una lancia vale la pena spezzarla. In tempi di presenzialismo esasperato, mentre tutti sgomitano per apparire, lavorare «di sottrazione» con la propria immagine, giocare a negarsi suona come una lezione di stile. Sempre che uno possa permetterselo. O, si chiami Mina!

www.minamazzini.com

Malgioglio: «Nella nostra collaborazione feeling e leggende metropolitane»
Il critico Salvatori: «Il ritiro dalle scene? Una scelta di marketing»
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Guida a un ascolto «intellettuale» della Tigre di Cremona
VIDEO / Mina e Totò, "Studio Uno" (1965)

17 marzo 2010
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