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Roberto Bolle, principe nudo nella "Giselle" contemporanea di Mats Ek

di Giuseppe Distefano

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30 aprile 2010

Altro che favola, bianco tutù, e scarpette a punta! Danza scalza la Giselle di Mats Ek. E con una camicia di forza dentro un ospedale psichiatrico. Nel primo atto, invece, indossa una gonna informe e un basco in testa. Anche il look di Albrecht, il principe che seduce la fanciulla innamorata per poi abbandonarla, è mutato. Si presenta in smoking bianco; quindi a torso scoperto; infine, completamente svestito. Nell’ultima scena, affranto per il male arrecato alla povera contadinella e rivelando un’umanissima essenza di contrizione, danza nudo in segno di penitenza.

La rivoluzionaria versione del coreografo svedese, creata nel 1982 per il Cullberg Ballet, all’epoca risultò alquanto innovativa. E il successo fu tale che da allora continua ad essere riallestita ovunque. Mats Ek vanta altri classici dissacrati, rivisitati sempre in chiave psicanalitica. Ma questa geniale “Giselle” è un capolavoro assoluto di struggente poesia. Affascinato dai suoi archetipi psicologici Ek, mantenendo la musica originale, fa della protagonista il prototipo dell’amore giovanile, delle donne incomprese e respinte. La sua ipersensibile Giselle è una ragazza piena di gioia, ma con una fragilità che la condurrà alla pazzia. E, invece di morire e ritrovarsi nel bosco notturno con le anime delle Villi, finisce in manicomio in compagnia di altre sfortunate fanciulle. Soltanto alla vista di queste menti malate il principe, sconvolto, prenderà coscienza della sofferenza causata.

Ek lo fa muovere accarezzando la natura disegnata sullo sfondo naïf, come se il contatto con essa potesse rigenerarlo. Surreale e pop è invece l’altro fondale, che riproduce l’interno di uno stanzone con varie parti del corpo sparpagliate, segno della frantumazione della mente.In questa forte riscrittura drammaturgica, il coreografo enfatizza il motivo della pazzia contenuto nel libretto originale e trasporta la giovane nel nostro tempo quale creatura pura, inadatta alle convenzioni sociali, di cui evidenzia l’ipocrisia. Agli ampi movimenti raso terra, delle gambe inarcate, dei piegamenti della schiena, dei saltelli rapidi della prima parte, seguono quelli più duri e bruschi delle danzatrici, dalla ripetuta mano in bocca. E se all’inizio Giselle compare tenuta legata da una corda, nel secondo atto scivola come una larva coperta da un lenzuolo che, tolto, sembra svelarla quale farfalla dalle ali tarpate.

Tra oggetti simbolici – fra cui le enormi uova delle contadine, allegoria del potere della fecondità – le danze corali, gli assoli e i pas de deux, rispettano la struttura originale. Applausi più che meritati alla Giselle di Alessandra Veronetti, che si candida, per questo ruolo, a fissarsi nella memoria collettiva. E per Roberto Bolle, alla sua prima esperienza col postimpressionista Ek. Se la bellezza è un dono della natura, la bravura è frutto di un lungo lavoro. E questa ennesima interpretazione di grande intensità, lo conferma.  “Giselle”, coreografia e soggetto di Mats Ek, ripresa coreografica di Pompea Santoro e Veli-Pekka Peltokallio, musica di Adolphe-Charles Adam. Interpreti principali: Alessandra Veronetti, Roberto Bolle, Edmondo Tucci, direttore Barry Francisco Perez. Orchestra e Corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli. Repliche dal 9 all’11 giugno.

www.teatrosancarlo.it

www.robertobolle.com


Il video rubato con Roberto Bolle al San Carlo di Napoli

30 aprile 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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