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Serve un po' di distruzione creatrice

di Matthew Richardson e Nouriel Roubini

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8 maggio 2009

La famosa definizione di Joseph Schumpeter sosteneva che l'essenza del capitalismo è la creatività distruttiva, il nascere di nuove strutture economiche sulle ceneri di quelle antiche. Gli stress test decisi dal Tesoro americano sulle 19 più importanti banche, i cui risultati sono stati resi noti ieri, avrebbero potuto agevolare questo processo. Invece si tratta probabilmente di un'occasione perduta.
I test misurano come le banche reggerebbero ai colpi di condizioni sfavorevoli ma non hanno la categoria "bocciati", anche se dieci dovranno richiedere capitale aggiuntivo.

Ma poiché il quadro economico già riflette le condizioni più sfavorevoli e dato che le stime recenti del Fondo monetario sulle perdite del settore finanziario americano sono raddoppiate in sei mesi, i risultati dello stress test non saranno interpretati come un segnale della salute delle banche.
Invece, il mercato concluderà che le banche bisognose di nuovi capitali hanno in realtà fallito. E come conseguenza queste non potranno raccogliere capitali sui mercati ma avranno bisogno dell'aiuto governativo.
Ancora una volta il nodo sarà come tenere a galla istituzioni semi-insolventi per evitare rischi sistemici. Ma la questione che dovremmo porci è: perché tenere a galla istituzioni del genere? Riteniamo che non esistano risposte convincenti; dovremmo piuttosto trovare il modo di governare i rischi sistemici derivanti da fallimenti bancari.

Il maggior timore di Schumpeter era che la creatività distruttiva portasse all'implosione del capitalismo, con la società incapace di gestire il caos. Aveva ragione ad avere questi timori. La risposta dei governi alla crisi finanziaria è stata, in tutto il mondo, quella di dare a strutture dedite al profitto privato una crescente impalcatura di sostegno di rischio socializzato. E migliaia di miliardi sono stati gettati nel sistema in modo da evitare il processo naturale di creatività distruttiva che avrebbe colpito i creditori di queste istituzioni.

E perché i creditori non dovrebbero sopportare le perdite? Una risposta potrebbe stare nel "fattore Lehman" - la fuga dalle banche che potrebbe essere la conseguenza di un grande fallimento bancario. Ma abbiamo imparato qualcosa dal caso Lehman e sappiamo come non lasciare il settore a secco quando una istituzione sistemica crolla. Fare totale chiarezza su quali sono le banche che hanno superato bene lo stress test aiuterebbe ad alleviare molti di questi timori.
Un altro fattore è il rischio da controparte, la paura di trovarsi coinvolto in una transazione con una banca che fallisce. Ma a differenza di quanto fatto con Lehman, il governo potrebbe stare a supporto di ogni controparte. Questo sarebbe più facile se nuove regole sull'insolvenza per istituzioni finanziarie sistemiche venissero approvate con procedura d'urgenza dal Congresso. Un problema quindi quasi risolto.

Restano i creditori: depositanti, detentori di debito a breve e a lungo, azioni privilegiate. Per le grandi banche sistemiche circa la metà del credito viene dai depositanti. Per evitare una fuga dei depositi, il governo deve provvedere garanzie. Ma non è chiaro che debba proteggere gli altri creditori, come i casi IndyMac e Washington Mutual attestano.
Se poi rischi sistemici si materializzassero, il governo dovrebbe proteggere il debito (fino a un certo punto) solo delle banche solvibili, non di quelle insolventi. In questo modo il rischio delle insolvenze verrebbe restituito dal settore pubblico a quello privato, dal contribuente al creditore. Il governo potrebbe riuscire a limitare la confusione convincendo i creditori a lungo termine, gli obbligazionisti, a trasformare il loro credito in azioni, con relative perdite. Il fallimento dei recenti sforzi per fare così nei giorni scorsi con Chrysler suggerisce che potrebbe non essere facile. Ma una credibile minaccia di bancarotta potrebbe spingere gli obbligazionisti impauriti in una trattativa, per evitare perdite ancora maggiori.

Ipotizziamo quindi che a questo punto il rischio sistemico sia evitato. L'altro argomento che sconsiglia di lasciare fallire le banche è che dopo forti perdite da parte dei loro creditori nessuno sarebbe più disposto a prestare soldi a una banca, cosa che devasterebbe i mercati del credito. Tuttavia la natura creativa-distruttiva del capitalismo schumpeteriano si prenderebbe cura di questo aspetto. Perché una volta che i detentori del debito non garantito delle banche insolventi hanno registrato le perdite, la disciplina del mercato viene subito reintrodotta nell'intero settore. Questa disciplina obbligherebbe le restanti banche a cambiare il proprio comportamento, e probabilmente a smembrare gli aggregati attuali. E la riforma del rischio sistemico nel mondo finanziario avverrebbe in modo organico, senza l'intervento del governo.

Perché i creditori, prima che la crisi si palesasse, non hanno impedito alle banche di correre rischi eccessivi? Per la stessa ragione per cui adesso i creditori ottengono un traghettamento gratis: si aspettavano di venire salvati. Perché il capitalismo possa progredire, è tempo di un poco di ordinata distruzione creativa.

8 maggio 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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