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Festival dell'Economia 2008: «Democrazia e Mercato»
 
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C'era una volta l'America

di Piero Ignazi

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Nel suo nuovo libro, Paul Krugman denuncia: negli Stati Uniti le disuguaglianze crescono, la middle class scompare. Per l'economista, è il risultato delle «armi di distrazione di massa». Nel '69 un operaio della General Motors prendeva 40mila dollari l'anno. Un dipendente Wal Mart oggi ne guadagna 18mila

Paul Krugman è un liberal che non ha paura di dichiararsi tale, al punto da affermare, nell'ultima frase del suo libro, che «in definitiva, la democrazia coincide con il pensiero liberal». È un polemista che per i suoi strali all'amministrazione Bush dalle colonne del «New York Times» ha irritato terribilmente i «neocons» (tanto che, nel testo, ringrazia l'editor della pagina dei commenti del giornale per averlo difeso dalle pressanti richieste di allontanamento). È un economista che è uscito dal recinto della sua specializzazione e si è concentrato sull'analisi della società e della politica per cercare di comprendere cosa è successo all'America del New Deal e degli anni 50, quell'America prospera e fiduciosa, imperniata su una vasta middle class, dove milioni di persone assaporavano per la prima volta il gusto del benessere.

Il punto di partenza dell'analisi di Krugman sono i felici anni 50. In quel periodo si realizza la «grande compressione» delle disuguaglianze. I redditi dei lavoratori dipendenti crescono in maniera esponenziale rispetto agli anni della Grande depressione, mentre quelli dei ricchi si riducono. Se prima della guerra l'1% della popolazione concentrava nelle sue mani il 20% della ricchezza nazionale, negli anni 50 ne disponeva solo della metà, intorno al 10 per cento. Il New Deal instaurato da Franklin Delano Roosevelt aveva aumentato i salari e, allo stesso tempo, le tasse sui redditi più alti. In questo modo le diseguaglianze tra le classi erano diminuite. E tutto ciò senza alcun effetto negativo sull'economia. Tutti stavano meglio ed erano soprattutto gli strati sociali più bassi a goderne i benefici. L'adozione di queste politiche egualizzatrici si reggevano anche grazie a una intensa mobilitazione dei salariati: negli anni 50, circa un terzo dei colletti blu era iscritto al sindacato.
A partire dagli anni 80 tutto questo collassa: le disuguaglianze sociali aumentano, gli stipendi si comprimono, i sindacati si sfasciano. Oggi il salario minimo è di 5,15 dollari mentre nel 1969 era, in termini attuali, di 8 dollari; il reddito degli amministratori delegati negli anni 30 era 40 volte superiore al salario medio di un dipendente, agli inizi degli anni 2000 era diventato di 367 volte superiore, e quello dei dirigenti di livello inferiore di 169 volte; il tasso di sindacalizzazione si è ridotto a meno della metà grazie a un'aggressiva politica disgregatrice delle grandi aziende sostenuta dal governo: non è un caso che un operaio della General Motors nel 1969 guadagnasse 40mila dollari mentre un dipendente della Wal Mart dello stesso livello, oggi, ne guadagna 18mila!

Come è stato possibile che la middle class e l'ideale di una società senza eccessive disparità siano stati spazzati via? La risposta a questo interrogativo non viene dall'andamento dell'economia, bensì dalla politica. È stato l'emergere e poi l'affermarsi di una visione del mondo veicolata dalla destra radicale americana, quel «new conservatism» che ha avuto il suo ideologo principe in Irving Kristol e il suo massimo interprete politico in Ronald Reagan, a spezzare l'egemonia culturale e il blocco sociale del New Deal, imponendo l'equazione liberal uguale proto-socialista, elitista e antinazionale, e staccando dal Partito democratico il suo tradizionale elettorato dei bianchi del Sud. Fino a che i «neocons» non hanno conquistato l'egemonia politica e culturale nel Partito repubblicano, cioè fino agli anni 80, vigeva un clima bipartisan. I repubblicani non pensavano certo di smantellare il New Deal. Le votazioni al Senato o la Congresso erano spesso cross-line, con membri dell'uno o dell'altro partito che si scambiavano le parti sui singoli temi in discussione. Prevaleva un consensus di fondo che nemmeno le presidenze repubblicane dei primi decenni del dopoguerra avevano intaccato.
Questo contesto incomincia a cambiare a partire dagli anni 60, con l'esplodere della questione razziale. Di quegli anni ricordiamo soprattutto il movimento dei diritti civili capeggiato da Martin Luther King e la fine della segregazione razziale. Ma quei tempi furono marcarti anche dalle esplosioni dei ghetti urbani del Nord (nel Sud i neri avevano troppa paura dei linciaggi per rivoltarsi, sostiene Krugman). Quei disordini, magistralmente descritti da Philip Roth in Pastorale Americana, lasciarono un segno nella comunità bianca e rivitalizzarono il nervo scoperto della questione razziale. Con spregiudicatezza retorica, i «neocons» misero in relazione diretta i diritti civili alle rivolte dei neri, addebitandone così la responsabilità ai democratici.

Le altre due leve utilizzate per mettere alle corde il Partito democratico furono lo sperpero dei fondi destinati al welfare – i cui maggiori beneficiari erano inevitabilmente i neri – e l'accondiscendenza verso i nemici esterni (il comunismo prima, il terrorismo dopo). Insomma, i liberal erano spreconi, portatori di disordine e arrendevoli. Tutte armi polemiche che servivano a distruggere le basi di consenso dei democratici, staccando i bianchi degli Stati poveri del Sud dal loro tradizionale sostegno al partito di Roosevelt. Grazie all'efficacia retorica delle argomentazioni prodotte dai numerosi e opulenti think-tank della destra ultraconservatrice – le armi di distrazione di massa, le chiama Krugman – il piano è riuscito. Al costo però di spostare a destra il partito e di polarizzare lo scontro politico: in Parlamento non si vota più cross-line ma ci si scontra muro contro muro.
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