«A qualunque costo» sembra il motto perfetto per Il salvataggio dell'euro. E lo stesso vale per il nuovo fondo di stabilità europeo, che colma lo squarcio apertosi nella zona euro. Ma se si vuole che la cura produca effetto, serve chiarezza su quali battaglie combattere e quali instabilità stabilizzare. E sarà qui, probabilmente, che i nodi verranno al pettine.
Quando ho sentito Jean-Claude Juncker parlare di un attacco globale organizzato contro l'euro, ho capito che la partita probabilmente è persa. Le riforme, per quanto auspicabili, arrivano troppo tardi. I leader europei non stanno risolvendo il problema, stanno combattendo una guerra di pubbliche relazioni. Il loro obiettivo non sono gli squilibri economici, ma gli speculatori. «A qualunque costo» significa che lA Ue creerà un'agenzia di rating europea, finanziata da fondi pubblici e sottoposta alle norme europee.
Ormai si sono fatti prendere la mano dal populismo. Angela Merkel fatica a imbrigliare il fanatismo antigreco che lei stessa ha scatenato in Germania nelle prime fasi della crisi. All'epoca sembrava la cosa più conveniente.
La storia delle crisi finanziarie europee insegna che i politici non sono bravi a comunicare con i mercati. Sono ben contenti di prendersi i soldi di chi investe in titoli di stato per finanziare i loro disavanzi eccessivi, e poi gridano allo scandalo quando gli investitori si tirano indietro e fanno schizzare alle stelle i tassi d'interesse. Ma guardiamo la faccenda dall'ottica degli investitori. Negli ultimi nove mesi hanno dovuto sopportare la notizia che la Grecia aveva imbrogliato per anni, una cancelliera tedesca che si prendeva impegni politici senza essere pronta a sostenerli e un primo ministro spagnolo che negava i gravi problemi strutturali del suo paese. I detentori di Bot sanno che i paesi del Sud dell'Europa non sono in grado di uscire dal groviglio in cui si trovano attraverso un incremento della crescita nominale. L'aumento dei tassi d'interesse per i paesi dell'Europa meridionale non è la conseguenza di un attacco speculativo o di un turpe complotto: è la tardiva presa di coscienza di un disallineamento di fondo.
Dobbiamo chiederci: la soluzione è veramente un fondo di stabilità? O un patto di stabilità rafforzato, come chiede la Merkel? Non ci abbiamo già provato in passato? La versione emersa dal vertice europeo di Dublino, nel lontano 1996, non era molto più rigida di quella attuale? Non includeva la minaccia di sanzioni? E non è naufragata perché la Germania scelse di ignorarla?
L'altra proposta della Merkel, quella di privare i paesi in disavanzo del diritto di voto, è ancora meno realistica. La logica alla base è che un'organizzazione che prende le decisioni importanti all'unanimità non può mai imporre sanzioni a uno dei suoi membri. È vero, ma privare gli stati dei loro diritti democratici è una misura incredibilmente drastica se lo scopo è quello d'imporre la disciplina di bilancio. L'Ue non soffre certo di un eccesso di rendicontabilità democratica. E considerando che per fare una cosa del genere sarebbe necessaria una modifica ai trattati, pensiamo veramente che tutt'e 27 i paesi voterebbero a favore dell'abrogazione di diritti tanto fondamentali?
Al di là di un sistema di risoluzione delle crisi, qualunque percorso di soluzione sostenibile non può prescindere dalla creazione di un Bot unico europeo. Jacques Delpla, membro del Consiglio di analisi economica del governo francese, e Jakob von Weizsäcker, ricercatore dell'istituto di ricerca Bruegel, la scorsa settimana hanno presentato una proposta ingegnosa: secondo il meccanismo da loro escogitato, il debito di uno stato membro, fino al 60% del Pil, verrebbe concentrato in un'unica obbligazione, mentre i governi rimarrebbero responsabili di qualunque debito al di sopra di quella soglia. Per applicare questo meccanismo servirebbero altre riforme istituzionali, fra le quali la creazione di un comitato di bilancio indipendente, ma se fosse necessario sarebbero riforme attuabili senza modificare i trattati.
Probabilmente servirebbe anche, diciamo, il minimo sufficiente di unione finanziaria. Stiamo parlando del 5% del Pil dell'Eurozona, un nocciolo duro fondamentale che include, ad esempio, un sistema di sussidi di disoccupazione comune a tutta la zona euro, che potrebbe agire come stabilizzatore automatico per assorbire l'impatto di shock asimmetrici. E sarebbero necessari meccanismi di coordinamento vincolanti sulle politiche da adottare.
Dato che probabilmente, per ragioni politiche, non accadrà niente di tutto questo, la conseguenza, temo, sarà il fallimento dell'unione monetaria europea. La Grecia probabilmente andrà in default. Quanto alla Spagna e al Portogallo, non vedo come il settore privato possa sopravvivere all'aggiustamento senza gravare le finanze pubbliche di un fardello intollerabile. Se la zona euro non si assumerà la responsabilità di risolvere questi problemi specifici e riformare, al tempo stesso, il suo sistema di governo, correrà il rischio di andare in frantumi.
Ho sentito qualcuno ipotizzare che tutta la faccenda sia parte di una macchinazione tedesca per creare una "piccola Europa", un nocciolo duro con la Germania in posizione centrale. Non sono sicuro che sia così, ma che sia un caso o una scelta deliberata, uno scenario del genere produrrebbe danni a lungo termine. Io spero ancora che i leader dell'Ue scelgano l'integrazione invece della divisione, ma le loro dichiarazioni non sono in linea con le mie aspettative. «A qualunque costo», suona bene. Ma il mio timore è che si tratti di una bugia.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
© FINANCIAL TIMES

 

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