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La green economy? Non è la valle dell'Eden

di David J. Rothkopf*

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Domenica 30 Agosto 2009

R endere più verde il pianeta sicuramente eliminerà alcuni dei rischi più gravi che ci troviamo a fronteggiare, ma ne creerà anche di nuovi. Il passaggio alle automobili elettriche, ad esempio, potrebbe scatenare una competizione per il litio, un'altra risorsa naturale disponibile in quantità limitata e concentrata in alcune zone. Le quantità d'acqua necessarie per produrre certi tipi di energia alternativa potrebbero prosciugare alcune regioni, facendo crescere le possibilità di conflitti per il controllo delle risorse naturali. E con il crescere nel mondo del numero di centrali nucleari a emissioni zero, cresce anche il rischio che i terroristi possano mettere le mani su materiali atomici pericolosi, o che gli stati scelgano di lanciare programmi nucleari militari.

Le pluridecennali guerre per il petrolio potrebbero giungere a termine quando l'oro nero pronuncerà il suo lungo, lungo addio, ma ci aspettano conflitti, controversie e sorprese sgradite di diverso genere (compresa, forse, un'ultima ondata di guerre per il petrolio, mano a mano che alcune delle petrocrazie più fragili imboccheranno la via del declino). Se mai, provando a guardare in prospettiva, la sensazione è che l'instabilità prodotta da questa indispensabile transizione energetica su larga scala ci costringerà a fare i conti con forme di conflitto nuove.
Abbandonare i vecchi e inquinanti combustibili fossili è la sola strada per contenere alcune delle minacce più importanti per la sicurezza a livello planetario, ma dobbiamo muoverci con cautela e non lasciarci trascinare dall'ottimismo. Riconoscendo il fatto che un mondo più verde non vorrà dire la fine dei problemi geopolitici, e preparandoci di conseguenza, possiamo trovare una strada per disinnescare le minacce odierne e contemporaneamente evitare, in gran parte, gli inconvenienti non voluti di un'innovazione di cui c'è una disperata necessità.
È possibile tracciare una guida ad alcune delle potenziali tensioni geopolitiche "verdi" che ci attendono. Vediamola.

1 - Guerre commerciali "verdi"
Molte delle nuove tecnologie sbandierate come la prossima grande novità forse non figureranno nel nostro futuro energetico, ma quasi sicuramente un elemento che non mancherà saranno gli attriti internazionali. Pensiamo al nuovo approccio americano, incarnato dalla legge sull'energia e sul clima recentemente approvata dalla Camera dei rappresentanti, che prevede fra le altre cose di erigere barriere commerciali contro quei paesi che non adottano misure per limitare le emissioni. I fautori della legge dicono che queste misure sono necessarie per limitare il rischio che le aziende delocalizzino la produzione in Paesi con parametri più permissivi, ottenendo in questo modo un vantaggio competitivo scorretto. Regimi tariffari di questo genere sono visti anche come un modo per impedire alle grandi aziende di delocalizzare in posti dove le leggi sulla protezione del clima sono meno rigide, come la Cina.

Il protezionismo verde è già un business in crescita. Quando l'Unione europea ha preso in considerazione di limitare l'ingresso dei biocombustibili sulla base di una serie di parametri ambientali, otto paesi in via di sviluppo di tre continenti diversi hanno minacciato un'azione legale, nell'autunno del 2008. Queste dispute in realtà hanno una lunga tradizione (ricordate le polemiche sui delfini uccisi per pescare il tonno?), ma la comunità imprenditoriale teme che il protezionismo verde diventi un aspetto caratterizzante dei mercati internazionali nei decenni a venire. E naturalmente la prospettiva di guerre commerciali "verdi", o anche semplicemente di manipolazioni opportunistiche delle leggi che regolano gli scambi per "proteggere" i posti di lavoro locali, lascia pensare a un periodo di tensioni internazionali in questo senso, specialmente fra paesi sviluppati e paesi emergenti.

2 - Ascesa e caduta delle potenze petrolifere
Un altro fenomeno a cui assisteremo, dalle complesse conseguenze, sarà la simultanea ascesa e declino dei "petro-stati". In un primo momento l'impennata del prezzo del petrolio - che potrebbe schizzare fino a 250 dollari al barile, secondo alcune stime recenti di Wall Street - riempirà i loro forzieri. I fondi sovrani torneranno a ingrassare e con il dollaro che probabilmente resterà debole ancora per anni i magnati del petrolio compreranno a buon mercato attività Usa, facendo fremere di sdegno i nazionalisti americani.

Questi nababbi hanno ancora pochi decenni davanti a sé. Fra vent'anni, almeno tre quarti dell'energia mondiale verranno ancora dal petrolio, dal carbone e dal gas naturale. L'infrastruttura energetica odierna ha impiegato anni a svilupparsi, e anche in presenza a cambiamenti tecnologici rivoluzionari il mix energetico sul breve termine potrà mutare solo marginalmente. E dunque, anche se l'Occidente smania per ridurre la sua dipendenza da strutture come l'Opec - perché non è bene dipendere da nessuno, perché il petrolio è sporco e uccide l'ambiente, perché la provvidenza ha pensato bene di segnalare le regioni più pericolose del mondo mettendoci le riserve di petrolio e perché il petrolio è una droga che corrompe lo spirito di molte delle nazioni che lo producono - questi Paesi avranno un potere considerevole nel prossimo futuro.

  CONTINUA ...»

Domenica 30 Agosto 2009
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