indipendenza a rischio

A 10 anni dal crack Lehman politica in pressing sulle banche centrali

di Morya Longo


Lehman Brothers, storia di un sogno finito in un crack

4' di lettura

Hanno lanciato il salvagente più grosso per l’economia mondiale dopo il crack di Lehman Brothers. In molti casi supplendo il vuoto politico. Solo le tre maggiori (Bce, Fed e Bank of Japan) dal 2007 hanno iniettato sul sistema finanziario oltre 11mila miliardi di dollari “freschi di stampa” per sostenere la ripresa. Programmi che certamente presentano vari effetti collaterali, ma che hanno per molti versi funzionato. Eppure ora le Banche centrali iniziano a finire sotto attacco da parte della politica: accusate dalla retorica populista di essere molto potenti ma non elette da nessuno, l’indipendenza delle Banche centrali appare sempre più sotto attacco. Non solo in Paesi come la Turchia. Sotto una velata pressione, da parte del Presidente Trump ma anche del Congresso Usa, c’è persino la banca centrale delle banche centrali: sua maestà, la Federal Reserve.

«Entriamo in un periodo in cui la politica sta diventando sempre più dominante e influente sui mercati finanziari - osserva Pascal Blanqué, chief investment officer di Amundi -. Il rischio è che possa aumentare la pressione sulle banche centrali, a partire dalla Fed, potenzialmente minandone l’indipendenza e credibilità. Questo potrebbe portare a banche centrali meno prevedibili». Dopo un decennio dal crack di Lehman, qualcosa sembra insomma cambiare. Per ora solo nella retorica politica. Ma si scorgono i primi segnali.

Il caso statunitense
È dal 2015, dunque da prima che Trump diventasse presidente, che la Federal Reserve è sotto “scrutinio” da parte del Congresso. Quell’anno è infatti stata approvata alla Camera dei Rappresentanti una proposta di legge chiamata Form Act, dove Form significa «Fed Oversight Reform and Modernization». Si propone che la Fed non sia più lasciata a mani libere ma sia assoggettata a una regola stringente per fissare il livello di tassi d’interesse: la banca centrale non sarebbe obbligata a seguirla, ma se decidesse di non farlo sarebbe costretta ad andare in Parlamento a spiegarne le ragioni. Entro 48 ore. Questa proposta è stata applaudita non solo da un ramo del Parlamento, che l’ha approvata, ma anche da 24 economisti tra i quali John Taylor, il creatore della Taylor Rule e a suo tempo ritenuto “papabile” a guidare la Fed dopo l’addio di Janet Yellen. Questo perché la gestione della politica monetaria diventerebbe - secondo i fan di questo approccio - più trasparente e comprensibile.

Ma in tanti storcono il naso. E vedono in questo Form Act il “cavallo di Troia” che potrebbe minare l’indipendenza della Fed. La pensa così Anne Sibert, Professor of Economics all’Università londinese Birkbeck e membro del Panel of Economic and Monetary Experts per il Parlamento europeo: «Il motivo di questa proposta non ha a che fare davvero con il modo in cui la politica monetaria viene condotta - osservava ad una recente conferenza -. Il vero motivo ha a che fare invece con la diffusa convinzione che nella forma attuale la Fed non abbia legittimazione democratica». Questa affermazione è suffragata da una dichiarazione dello sponsor di questa legge, il Parlamentare Bill Hiuzenga: «Ora che la Fed ha potere e responsabilità come mai era accaduto in passato, è imperativo che cambi la sua struttura opaca e diventi più trasparente di fronte al popolo americano». Altri membri del Congresso hanno espresso dubbi sulla legittimazione della Fed in una società democratica.

In questo contesto, non possono dunque passare come semplici “colpi di sole” estivi gli attacchi (poi ritirati) di Donald Trump alla Fed dello scorso luglio, a cui si sono aggiunte le stoccate dei giorni scorsi. L’aumento dei tassi d’interesse che la banca centrale sta portando avanti - aveva detto il Presidente Usa - «può rovinare tutto quello che abbiamo fatto di buono». Quelle parole di Trump furono subito “corrette” dal Segretario al Tesoro Mnuchin («Ho parlato con il presidente e vi assicuro che non intende mettere pressione sulla Fed o metterne in discussione l’indipendenza»), ma intanto il sasso nello stagno Trump lo ha lanciato. «Le parole di Trump potrebbero favorire una saldatura tra quella parte del partito Repubblicano che ha proposto il Form Act e il presidente - osserva Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet Am -. Perché Trump ha interesse, soprattutto alla luce della guerra commerciale con la Cina in cui Pechino risponde anche svalutando lo yuan, che la Fed non alzi troppo i tassi d’interesse e non rivaluti troppo il dollaro». Per questo - sostiene Delitala - la tentazione di porre una forma di controllo politico sulla Fed cresce. Per ora nulla è accaduto, certo. È altamente probabile che non accada mai. Ma il tarlo della retorica è in azione.

Tra sogni e realtà

Lehman Brothers, storia di un sogno finito in un crack

Del resto la retorica della “nazionalizzazione” delle banche centrali è in crescita anche in Europa, sostenuta da vari partiti cosiddetti “populisti” e “sovranisti”. «Se le banche centrali fossero controllate dalla politica, la tentazione di asservirle agli interessi elettorali sarebbe forte - osserva Delitala -. Per esempio la tentazione di finanziare a debito politiche fiscali espansive facendo comprare il debito alla banca centrale: questo nella storia ha creato iperinflazione e instabilità finanziaria». Ci sono opinioni contrarie, in quella che su questo tema appare una guerra di religione, ma un dato di fatto c’è: la pressione politica sulle banche centrali sta aumentando da molte parti. Questo - se si guarda il risvolto per i mercati finanziari - rappresenta un rischio. Remoto, certo. Ma sempre meno trascurabile.

Non è certo remoto invece in Turchia, dove il presidente Erdogan (che si definisce «nemico dei tassi d’interesse»), sta facendo di tutto per mettere le mani sulla politica monetaria. L’aveva annunciato ancora prima delle elezioni che il 24 giugno l’hanno consacrato “super-presidente” e ha iniziato a farlo già a luglio, da quando ha assunto il diritto di nominare direttamente il governatore. Già in precedenza aveva criticato i rialzi dei tassi varati dalla Banca centrale, che cerca di evitare il collasso sui mercati valutari della lira turca (caduta sul dollaro di oltre il 40% da gennaio). E la risposta dei mercati (dovuta anche ad altri fattori, come le sanzioni Usa) non è certo positiva.

@MoryaLongo

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