ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùSeconda Guerra Mondiale

A Berlino un museo per gli internati militari italiani

La valente mostra al Dokumentationenszentrum di Berlino - Schöneweide fa luce su un capitolo ancora oscuro della storia italiana

di Stefano Biolchini

(www.Schoelzel.net)

I punti chiave

  • 2fondazione

3' di lettura

Appena 22 anni fa con la costituzione della fondazione “Memoria, Responsabilità e Futuro” si sarebbe dovuta concludere la lunga controversia sugli indennizzi per gli ex lavoratori coatti del regime nazista. Ma a differenza dei prigionieri polacchi, i soldati sovietici e italiani furono esclusi dagli indennizzi. Ne nacque una lunga controversia fra Germania e Italia della cui “composizione” è figlia la mostra permanente al Dokumentationenszentrum di Berlino - Schöneweide: “Tra più fuochi. La storia degli internati militari italiani 1943 - 1945”.

Una mostra che ha il merito di far luce su uno fra i molti lati oscuri della guerra che ha insanguinato l’Europa e il mondo.

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L’antefatto

All'inizio della Seconda guerra mondiale la Germania nazionalsocialista e l'Italia fascista erano alleate. L'8 settembre 1943 l'Italia abbandonò l'alleanza e la Wehrmacht prese prigionieri i soldati e gli ufficiali italiani. Circa 650.000 militari furono deportati nel Reich e nei territori occupati dalle truppe tedesche. Nel 1944, con la fondazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), i prigionieri furono dichiarati “internati militari”.

Il regime nazista intendeva sfruttare la forza lavoro degli italiani. Dato che nell'Italia occupata rimase in essere un regime fantoccio di impronta fascista, i prigionieri di guerra furono dichiarati internati militari. In tal modo gli italiani, pur essendo militari di uno Stato amico, poterono essere impiegati nell'industria degli armamenti senza dover tenere conto del diritto internazionale. Fame, malattie e violenze segnarono la vita quotidiana dei prigionieri. Per incrementare il rendimento sul lavoro nell'estate del 1944 gli internati furono dichiarati “lavoratori civili”. Ma le loro condizioni di vita migliorarono solo per breve tempo. Circa 50.000 di loro morirono nei quasi due anni di prigionia.

Sia in Italia sia in Germania il riconoscimento per la sorte degli internati militari è arrivato molto tardi. Da parte tedesca la stragrande maggioranza degli internati militari non ha ricevuto fino ad oggi alcun indennizzo.

La mostra permanente

La mostra permanente presenta la storia degli internati militari italiani, spaziando dall'alleanza italo-tedesca durante la Seconda guerra mondiale alla rielaborazione di questa tematica ai nostri giorni. I singoli capitoli sono dedicati agli aspetti fondamentali quali la cattura, la deportazione, il lavoro coatto, la fine della guerra e la memoria.

Schöneweide

Durante la guerra nel campo per i lavoratori coatti di Schöneweide - come spiega il documentatissimo catalogo in tedesco e italiano - erano alloggiati circa 500 internati militari italiani. Era il gruppo numericamente maggiore e anche l’unico ad aver lasciato tracce concrete, con delle scritte sui muri degli scantinati della baracca 13. Il centro di documentazione su lavoro coatto fa conoscere proprio nel sito storico del campo la storia del lavoro coatto dei civili, tematizzando anche tutti gli altri gruppi coinvolti nei lavori forzati.

“Quelli italiani - spiegano i curatori - furono l’ultimo grande gruppo di prigionieri di guerra coinvolti nel lavoro coatto per l’economia di guerra tedesca. Il gruppo di gran lunga maggiore era formato dai lavoratori dell’est e dai prigionieri di guerra provenienti dall’Unione Sovietica”.

Seppure dal punto di vista formale lo status di cittadini di uno stato alleato li tutelava, nella prassi la Gestapo li trattava come altri gruppi di lavoratori coatti (per esempio, francesi e olandesi, ndr), anche se non subirono né a livello normativo né in pratica il trattamento riservato a polacchi, ucraini e russi.

Se tra i reperti in mostra documenti e fotografie costituiscono il nucleo di maggior interesse e impatto, le ricostruzioni e gli stessi “cimeli” costituiscono anch’essi un’importante testimonianza. E così vecchie giberne, piastrine di riconoscimento unite a croci si affiancano a carte d’identità, permessi di viaggio, nonché ritagli di ricevute, cartoline postali e locandine. Una mostra per riflettere e per far riflettere molti - fra i nostri connazionali e non solo - che delle atrocità dei nazi-fascisti hanno un’immagine quantomeno confusa, se non del tutto falsa e fuorviante. La testimonianza e la memoria qui sono un altro acclarato spunto per elaborare il doloroso passato e immaginare quel che il futuro non dovrebbe più essere.

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