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A Bruxelles la scintilla della crisi italiana

La decisione dei parlamentari europei dei 5 Stelle (M5S), di sostenere la candidatura di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea, ha avviato il processo che ha condotto alla crisi del governo Conte.

di Sergio Fabbrini


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4' di lettura

Occorre guardare da Bruxelles per capire cosa sta succedendo a Roma. Per più di un anno, l’Italia ha avuto un governo sovranista che l’ha collocata all’opposizione (in quanto Paese) nella governance dell’Unione europea. È stato l’esito preoccupante delle elezioni del 4 marzo 2018. Preoccupante perché l’Ue non è un’organizzazione internazionale all’interno della quale si può contare di più o di meno, senza conseguenze per la società nazionale. L’Ue è un’organizzazione sovra-nazionale che ha istituzionalizzato una molteplicità di politiche pubbliche che intrecciano strettamente gli interessi e i destini dei suoi Stati membri. Basti pensare all’Eurozona, un regime economico in cui le scelte di uno Stato membro hanno effetti immediati sugli altri 18 Stati membri. E viceversa. È tale struttura di relazioni che ha attivato le pressioni per ridimensionare il governo sovranista italiano. La decisione dei parlamentari europei dei 5 Stelle (M5S), di sostenere la candidatura di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea, ha avviato il processo che ha condotto alla crisi del governo Conte. Naturalmente, quest’ultima è anche il risultato di errori politici, inevitabili con leader che confondono il governo con la campagna elettorale permanente. Tuttavia, dietro la crisi vi sono problemi strutturali e non solo limiti personali. Vediamoli.

Cominciamo dal sovranismo. Nonostante la sovrapposizione di personale politico, il sovranismo leghista non è equiparabile al centrodestra italiano. Se la politica è fatta di idee e di interessi, allora è evidente che la Lega di Matteo Salvini è diversa dal centrodestra di Silvio Berlusconi. Nella Seconda Repubblica, quest’ultimo è stato favorevole al mercato sovranazionale, alla moneta unica, alla deregolamentazione dei sistemi domestici (con la rilevante eccezione del sistema dei media). La sua cultura economica sospettava del ruolo dello Stato, la sua cultura sociale non era dissimile da quella dei partiti cristiano-democratici europei. Seppure con frizioni personali, il centrodestra italiano ha costituito (con Forza Italia) una componente centrale del Partito del popolo europeo.

La Lega sovranista è tutt’altra cosa. Diffida del mercato sovranazionale, non perde occasione per denunciare l’euro e per proporre di uscirne (da ultimo, l’intervista dell’onorevole leghista Claudio Borghi al magazine tedesco Capital di qualche giorno fa), considera le istituzioni europee uno strumento di degenerazione tecnocratica, rifiuta l’indipendenza delle banche centrali (a cominciare da quella di Francoforte). Se gli impulsi illiberali del berlusconismo furono alimentati da un irrisolto conflitto di interesse, nel caso del salvinismo essi provengono da una coerente ideologia politica. Quella della democrazia illiberale che accomuna i partiti di estrema destra che (come la Lega, il Rassemblement National di Marine Le Pen o Alternative für Deutschland di Alexander Gauland) fanno parte del raggruppamento “Identità e democrazia” del Parlamento europeo.

Se il centrodestra italiano venisse conquistato dal sovranismo leghista, allora una parte considerevole della società italiana (in particolare del Nord) verrebbe imprigionata in una visione illiberale. Ha spiegato Daniel Ziblatt (nel suo, Conservative Parties and the Birth of Democracy) che la stabilità della democrazia dipende dalla capacità dei partiti conservatori di contrastare le forze illiberali alla loro destra. Ciò è ancora più vero nell’Ue, il cui sistema economico si basa su istituzioni politiche liberali. È un errore pensare che basta sostituire Silvio Berlusconi con Matteo Salvini per ricostruire il centrodestra del passato. Piuttosto, il conservatorismo (se è liberale) dovrebbe impegnarsi a contrastare il sovranismo, perché fuori dall’Ue e dall’Eurozona c’è solo l’autoritarismo putiniano. Ci riuscirà?

Vediamo l’antisovranismo. È evidente che la scelta del M5S (di sostegno ad Ursula von der Leyen) costituisce un punto di partenza, ma non di arrivo, della loro evoluzione politica. Luigi Di Maio non potrà più dire che «andrà a Bruxelles per spazzare via l’establishment europeo». Mentre (se non cambia opinione) potrà sostenere la richiesta che venga assegnato all’Italia un portafoglio economico importante nella prossima Commissione europea (a condizione che non si tardi troppo a proporre un commissario competente). Tuttavia, se la scelta europea del M5S non è frutto di convenienza, allora essa implica un cambiamento del loro modo di pensare. Se il M5S vuole legittimarsi (in Europa) come forza di governo, allora deve prendere atto che le politiche pubbliche nazionali (con cui soddisfare i gruppi sociali che vogliono rappresentare) debbono essere perseguite all’interno del sistema europeo di compatibilità.

La legge finanziaria 2019-2021 è un primo banco di prova in proposito. Considerare Quota 100 e Reddito di cittadinanza come scelte permanenti e intoccabili sarebbe incompatibile con la necessità di reperire risorse per rilanciare la crescita (attraverso, ad esempio, la riduzione del cuneo fiscale), rimanendo all’interno degli impegni presi con la Commissione nel luglio scorso. In Italia vi sono ingiustificabili squilibri sociali e territoriali (che è stato merito del M5S aver portato nell’agenda pubblica). Tuttavia, quegli squilibri vanno raddrizzati dall’interno della governance europea, che non preclude la distribuzione se è sostenuta dalla crescita. Naturalmente, la governance europea può essere a sua volta riformata, ma ciò richiede competenze, alleanze e strategie. Il passaggio dal populismo al riformismo è accidentato. Come ha scritto William Galston (nel suo recente libro, Anti Pluralism), è più facile passare dal secondo al primo, che viceversa. Sarà così anche nel nostro caso?

Insomma, non sappiamo come verrà risolta la crisi del governo Conte. Sappiamo, però, che per uscirne stabilmente è necessario costruire assetti politici adeguati alla nostra interdipendenza con gli altri Stati membri dell'Ue. Se l'Italia vorrà avere un ruolo in quest’ultima, è necessario che il suo centrodestra ridimensioni la sfida sovranista e il suo centrosinistra quella populista. A Bruxelles è nata la crisi italiana, solamente nel rapporto con Bruxelles potrà essere risolta.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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