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A Cernobbio “barbari” in ritirata, soffia il vento europeista

In questo momento di quiete istituzionale con il modello Ursula in Europa e la sua variante Orsola in Italia è interessante notare come, a Cernobbio, ci sia stato un ricompattamento delle così dette classi dirigenti europeiste

di Paolo Bricco

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GeertWilders (Ansa)

3' di lettura

Non ci sono più i barbari di una volta. Anzi, questa volta, i barbari proprio non ci sono. Il workshop Ambrosetti di Cernobbio nasce come punto di incontro fra le élite internazionali e il ceto imprenditoriale e professionale italiano. Negli anni Settanta e Ottanta l'adesione di valori e di ispirazioni, di desideri e di rappresentazione della realtà era tutt'altro che monolitica, ma era variegatamente coerente. Aveva un gusto compatto il cocktail di leader stranieri ed esimi cattedratici anglosassoni, grandi industriali italiani delle città e piccoli imprenditori dei territori, consulenti di geopolitica con un occhio ai bilanci delle proprie società e i rapporti giusti nelle ambasciate e commercialisti che qui iniziavano a leggere oltre al Sole 24 Ore anche il Financial Times. Questo cocktail era fatto nella Prima Repubblica di atlantismo ed europeismo, welfare sociale a tutele crescenti – si diceva allora – e adesione , consapevole o inconsapevole, al mercato, anche se la forza destrutturante del liberismo americano e inglese qui non ha mai attecchito. Negli anni Novanta è cambiato tutto. E, allora, a Cernobbio sono spuntati i primi barbari.

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I leghisti di Umberto Bossi, che sono sempre stati bravi a mediare fra la natura di amministratori locali di pratiche democristiane e di portatori degli interessi del Nord ora costituzionalmente garantiti ora violentemente dichiarati, hanno sempre dato un brivido felino alla schiena degli ospiti sistemati in sala o seduti in riva al lago. Poi, quando la Seconda Repubblica è tramontata ed è apparso il messaggio tecno-politico – all’inizio pronunciato con toni millenaristici - di Gianroberto Casaleggio, il guru di Ivrea è stato accolto qui con interesse e curiosità, ma anche con qualche preoccupazione. Come, qualche brivido e più di una preoccupazione, lo ha garantito negli ultimi anni la parte più no-euro della Lega che, con Matteo Salvini, ha abbandonato l'antica vocazione nordista per diventare un partito nazionalista e intimamente nostalgico della lira. Negli ultimi anni, con la crisi della globalizzazione e dell'ordine internazionale ad essa connesso, si sono prodotti nel mondo due fenomeni: l’equilibrio multipolare, con la crescita della forza di Russia e soprattutto della Cina a fianco della egemonia americana, e un processo di destrutturazione fra istituzioni e società che ha provocato la crisi delle élite e l'insorgenza dei populismi. Soprattutto quest'ultimo processo ha aperto una prateria per i barbari.

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Che hanno avuto ottimo gioco a crescere e a svilupparsi soprattutto in una Europa che ha troppo spesso scontato un deficit di democrazia reale, uno scollamento fra tecnostrutture e organismi politici, una disarmonia fra la politica monetaria unica e le politiche fiscali nazionali. Il terremoto non è sicuramente finito. In questo momento di quiete istituzionale – e nessuno sa quando e come ricomincerà la tempesta – con il modello Ursula in Europa e la sua variante Orsola in Italia è interessante notare come, a Cernobbio, ci sia stato un ricompattamento delle così dette classi dirigenti europeiste. Romano Prodi, Enrico Letta, Mario Monti fra gli italiani. Ma, anche Bruno Le Maire. Un senso di temporaneo probabilmente, rasserenamento europeista percepibile non soltanto fra i relatori, ma anche fra i partecipanti. Questa volta, gli unici a garantire qualche brivido – con giudizio – sono Geert Wilders, che ha posizioni più urticanti e avverse alla corrente prevalente soprattutto in materia di rapporto con le altre religioni, e Alexis Tsipras, che però nel tempo ha compiuto scelte che una volta si sarebbero definite di realismo politico. E, poi, fra i protagonisti della nuova maggioranza Partito Democratico-Cinque Stelle ci sarà il ministro dell'istruzione, della ricerca e dell'università Lorenzo Fioramonti, che desidera finanziare la scuola dei nostri figli attraverso la tassa sulle merendine e sulle bevande dolci. Non proprio Attila.

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