Melting Pot

A che punto è l'America? Al Met una mostra esplora le tendenze made in Usa

Oltreoceano, la moda parla di un cambiamento d'identità profondo e, oltre a libertà e spirito democratico, lancia messaggi di complessità e stratificazioni

di Alexander Fury

VAQUERA Fondato nel 2013 da Patric DiCaprio (a sinistra),il brand è famoso perla sua vocazione“anti-establishment” e le collezioni fuori dagli schemi. Oggi è gestito come un collettivo,disegnato da DiCaprioe Bryn Taubensee (qui accanto a sinistra). Foto Jody Rogac.

6' di lettura

Che aspetto ha l'America del 2021, e chi decide che cosa indossa? Domanda interessante, perché oggi molte nazioni mostrano un senso di identità frammentato, a cominciare dalla linea che, in quasi ogni Paese, separa i pro e i no vax. Negli ultimi tempi, però, sono gli Usa ad essere stati scossi nel profondo soprattutto a livello ideologico, con inevitabili riflessi anche estetici. Così, almeno, è come vede le cose il Metropolitan Museum of Art , che ospita In America: A Lexicon of Fashion, una mostra, a cura del Costume Institute, incentrata su «come la moda rifletta l'evoluzione dell'identità negli Stati Uniti», per dirla con le parole del direttore del museo Max Hollein. L'esposizione coincide con il 75esimo anniversario della nascita del Costume Institute, oltre che con i vent'anni dagli attacchi dell'11 settembre, ed è la prima parte di un evento in due fasi. La seconda, che s'intitola In America: An Anthology of Fashion e aprirà a maggio 2022, ripercorre tre secoli di storia della moda americana; la prima – In America: A Lexicon of Fashion – è invece un'indagine sugli Stati Uniti di oggi per «ripensare l'idea che si ha di solito della moda Usa», dice il curatore Andrew Bolton. Per il quale due sono le insolite parole chiave dell'evento: «Complicare e problematizzare».

CHRISTOPHER JOHN ROGERS Lo stilista nato in Louisiana(sopra) ha fondato il suo marchio nel 2016 ed è famoso per i capi vivaci e massimalisti, indossati anche da Lady Gaga e da Trace e Ellis Ross. Foto Alexander Saladrigas.

Insolite, perché dello stile americano il pubblico ha un'idea piuttosto precisa, e non è niente di complicato né di problematico. Si colloca tra Jackie Kennedy nel 1963 – macchiata di sangue e con un bob di capelli vaporosi in un tailleur Chanel adattato per la First Lady dalla sartoria americana Chez Ninon – e gli scontrosi teenager di metà anni Novanta, in jeans Calvin Klein. In mezzo ci sono lo Studio 54 e Liza Minnelli in uno dei morbidi vestiti firmati dal leggendario Halston – tornati di recente alla ribalta nella miniserie Netflix prodotta da Ryan Murphy, ma già citati da Tom Ford per Gucci 25 anni fa e poi nel suo brand (Ford ha anche comprato la casa nell'Upper East Side che apparteneva a Halston).

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Lady Gaga e Tracee Ellis Ross indossano Christopher John Rogers.

 

Sono capi uniti da ciò che viene universalmente considerato “stile americano”: semplicità, libertà, spirito democratico. Principi che hanno sostenuto come pilastri la moda americana e i suoi stilisti, che chiamiamo per nome: Donna, Calvin, Ralph. Tutti indossano il denim, dagli operai – i cosiddetti blue-collar workers – al presidente. Per la sua visita alla Casa Bianca, Andy Warhol indossò un paio di Levi's perfino sotto i pantaloni dello smoking.

STEPHEN BURROWS Newyorkese (nella foto viene sollevato dalle modelle in un servizio di Vogue del 1977), era una presenza fissa nell'era della disco, vestiva i clienti delloStudio 54 e di Le Jardin con abiti di paillettes e dal famoso “orlo a lattuga”. Foto Oliviero Tosacani/Conde' Nast/Shutterstock

Fino a non molto tempo fa, la moda Usa era sinonimo di sportswear, jeans e abiti da sera senza troppe pretese, spesso simili a T-shirt e canotte extra lunghe, magari in cashmere o tempestate di paillettes. Oggi, però, è più complessa e articolata di quanto lo sia mai stata, come del resto la sua cultura. E, oltre alla già citata trinità dei mega-brand chiamati confidenzialmente per nome, ci sono stilisti innovativi il cui valore spesso non è stato riconosciuto, ma che invece hanno contribuito a dare forma a uno stile globale, non solo americano. Il loro lavoro è stato ultimamente messo in risalto da movimenti come Black Lives Matter, che dal 2020 ha acquisito grande rilevanza internazionale e ha permesso a molti talenti di venire retrospettivamente rivalutati.

Un tipico esempio è Stephen Burrows: nella serie Netflix su Halston, è uno dei cinque nomi che compaiono nella famosa Battaglia di Versailles nel 1973, in cui gli stilisti americani di “sportswear” sfidarono i rappresentanti del talento francese allora imperante. Quell'anno Burrows era diventato anche il primo afroamericano a vincere ai Coty Awards (ai tempi chiamati “gli Oscar della moda” e ora sostituiti dai Cfda Fashion Awards). Oggi Burrows sta per compiere 78 anni e continua a lavorare, anche se resta una eccezione. Le sue creazioni sono intrise di disco, colore ed energia: i suoi vivaci abiti a portafoglio, che avvolgono e drappeggiano il corpo, sono perfetti per ballare.

PATRICK KELLY Nato in Mississippi (qui fotografato a Parigi nel1987), era molto apprezzato per il modo di combinare capi super aderenti ed esuberanti con i simboli che celebrano le origini e l'identità culturale black. Getty Images

 

Stesso discorso per Patrick Kelly, diventato nel 1988 il primo americano – e il primo stilista di colore – a essere ammesso alla Chambre Syndicale du Prêt-à-Porter des Couturiers et des Créateurs de Mode, e a sfilare a Parigi. È morto nel 1990 per complicazioni dovute all'Aids, ma i suoi capi già parlavano di inclusione e diversità decenni prima che questi concetti diventassero di moda.

Gli abiti di Kelly erano divertenti, esuberanti e spiritosi, ma, cosa più importante, esaltavano le sue radici afroamericane: l'immaginario razzista – le bambole di pezza “golliwog” con la pelle nera, gli occhi cerchiati di bianco, le enormi labbra rosse e i capelli crespi; le fette di anguria; il gonnellino di bucce di banana con cui Joséphine Baker nel 1926 aveva danzato a La Revue Nègre – era diventato simbolo di black pride, invece che di oppressione. Una visione, la sua, così intrinsecamente americana: parlava, di nuovo, di libertà.

Questi due nomi sono stati le avanguardie del cambiamento, ma sono molti gli stereotipi che oggi stanno andando in pezzi. «La moda americana sta attraversando un nuovo rinascimento», dice Bolton. E a ispirarla sono personalità molto diverse fra loro come Prabal Gurung, lo stilista nepalese che ha vestito Oprah Winfrey, Michelle Obama e Priyanka Chopra. Oppure Christopher John Rogers, un altro talento black emergente scelto dalla vice-presidente Kamala Harris per la cerimonia di insediamento.

Altri, al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori, sono meno conosciuti. Penso a brand come Vaquera – fondato dal duo Patric DiCaprio e Bryn Taubensee – che firma capi fumettosi e celebrativi, complessi, ma mai noiosi. Hanno realizzato abiti con giganteschi fiocchi e nastri, enormi scatole di cioccolatini di San Valentino o centinaia di finte carte di credito (la notte prima della sfilata, uno di questi fu lasciato in un taxi e dovette essere interamente rifatto). Nel 2019, a una mostra del Met ispirata al Camp, erano presenti con un miniabito simile a un enorme sacchetto portagioie color Tiffany che pare avesse attirato l'attenzione di Rei Kawakubo di Comme des Garçons. Ora il Dover Street Market di Kawakubo distribuisce e parzialmente produce i loro capi stravaganti e fantasiosi, che sono la cosa più lontana dallo sportswear che si possa immaginare. Gli stilisti di Vaquera sono dei fantasisti alla maniera dei Grandi Americani, per capirci, più vicini a Cecil B. DeMille che a Tommy Hilfiger. «Siamo delusi dalla situazione della moda, specialmente a New York», dichiara Patric DiCaprio. «Non è Unzipped».

Unzipped è il titolo del film che nel 1995 documentò il processo creativo dietro le quinte di una sfilata di Isaac Mizrahi, allora molto apprezzato nella scena fashion newyorkese. Resta forse il migliore film sulla moda che sia mai stato fatto, eppure, nel 1998, Mizrahi è fallito: oggi fa il giudice in un reality show. Il collettivo Vaquera adora gli eroi misconosciuti o dimenticati. Nel 2018, ha creato una collezione di T-shirt stampate con le facce dei loro stilisti preferiti, inclusi newyorkesi di culto come Miguel Adrover e Andre Walker.

ANDRE WALKER Originario di Brooklyn (qui ritratto nella sua casa e studio a Ditmas Park), è diventato famoso negli anni Ottanta. Ha poi continuato a creare abiti e a collaborare con altri stilisti per quarant'anni. Foto Jody Rogac.

 

Adrover, amico di Alexander McQueen, spopolava intorno agli anni Duemila. Nel 1999 aveva realizzato un abito usando la tela che ricopriva il vecchio materasso del suo vicino di casa Quentin Crisp, morto da poco. Aveva anche presentato delle T-shirt “I Love NYC” strappate e un trench indossato al rovescio, di Burberry, che aveva poi minacciato di fargli causa. Continuamente citato dai brand – anche da Burberry – Adrover ha poi lasciato il mondo della moda per quello dell'arte e oggi vive a Palma di Maiorca. Andre Walker, invece, lavora ancora a New York. Anche lui fa parte di una piccola pattuglia di fashion designer di colore e aveva solo 15 anni quando ha presentato la sua prima sfilata in un nightclub di Brooklyn, nel 1981. La mostra del Metropolitan Museum espone la sua collezione 2017, che si intitola Non-Existent Patterns ed è incentrata sui capi creati tra il 1982 e il 1986, quando era ancora un adolescente. I suoi pezzi, allora come oggi, sono unici. Ora, a 55 anni, è uno dei talenti più misconosciuti dell'industria della moda, ma negli anni ha collaborato con vari stilisti, tra cui Kim Jones e Marc Jacobs, quando era direttore artistico di Louis Vuitton.

ISAAC MIZRAHI Forse oggi conosciuto più perle apparizioni in tv che perle sue collezioni, Mizrahi (qui con Naomi Campbell e Linda Evangelista nel documentario Unzipped del 1995) negli anni Ottanta e Novanta era uno stilista molto noto, ha vinto due volte il Cfda Fashion Award per il womens wear e ha vestito Nicole Kidmane Julia Roberts sul red carpet. LMK Media

«È innegabile che la moda americana non sia niente di elaborato», dice Walker. «Ha una sua classicità, una purezza, uno spirito pratico. Io la associo a tutto questo». Anche i suoi capi sono così: tagli molto liberi (come il nome della collezione esposta al Met suggerisce, Non-Existent Patterns, senza i tradizionali modelli per sartoria) e tessuti drappeggiati intorno al corpo con straordinaria perizia tecnica. Per quella sfilata del 2017, aveva realizzato alcuni abiti con coperte Pendleton originali, una ragione in più per includerli nella mostra.

 

Eppure per Walker la moda americana sta cambiando, o meglio è cambiata. «Penso che sia sempre stata influenzata da quello che succedeva in Europa», spiega. «Ora invece comincia a essere come a Parigi. Gli Stati Uniti stanno diventando un hub dove stilisti diversi tra loro possono crescere e prosperare».

MIGUEL ADROVER Oggi vive a Palma di Maiorca e ha lasciato il mondo della moda per quello dell'arte,ma all'inizio degli anni 2000era acclamato nella scena fashion newyorkese. Tra i suoi capi più noti, l'abito blu (sotto ) con il logo delle Nazioni Unite. Getty Images

 

Ne cita alcuni che trova molto interessanti: il giovane Conner Ives, uscito dalla Central Saint Martins; il brand Puppets and Puppets, disegnato dall'artista multimediale Carly Mark; l'etichetta Area che crea abiti e accessori appariscenti e genderless. «Sono capi entusiasmanti», dice Walker. Sembra sorpreso, come lo sono molti nell'industria della moda, della recente rinascita di talenti che, a New York, stanno prendendo il posto dei minimalisti Donna, Calvin e Ralph.

Si meritano una mostra al Met? Molto probabilmente sì. Si spera che, a differenza di tanti talenti del passato, siano qui per restare ed essere ricordati.

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