Festival di Cannes

«A Chiara», un intenso racconto di formazione alla Quinzaine di Cannes

Jonas Carpignano chiude la sua trilogia, iniziata con «Mediterranea» e proseguita con «A Ciambra». In concorso i film di Juho Kuosmanen e Catherine Corsini

di Andrea Chimento

3' di lettura

Il cinema italiano protagonista al Festival di Cannes: in attesa di Nanni Moretti con «Tre piani», alla Quinzaine des Réalisateurs è stato presentato il primo titolo di casa nostra in cartellone, «A Chiara» di Jonas Carpignano.

Chiusura di un'ideale trilogia che il regista ha ambientato in Calabria, dopo «Mediterranea» del 2015 e «A Ciambra» del 2017 (entrambi presentati sempre a Cannes), questo nuovo capitolo vede protagonista la quindicenne Chiara, che improvvisamente scopre che il padre tanto amato è un affiliato della ‘ndrangheta.

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È un intenso racconto di formazione «A Chiara», così come lo era il film precedente di Carpignano, ma in questo caso si tratta di un coming-of-age al femminile, con un'adolescente che si trova da un giorno all'altro costretta a cercare di capire quale futuro vorrebbe per se stessa.

Basandosi sulle esperienze reali delle persone del luogo, Carpignano ha dato vita a un film di finzione fortemente mescolato con il linguaggio documentaristico, esattamente come i suoi lavori precedenti.

Un'esperienza immersiva

La trama è esilissima, tanto che ci sono diversi momenti di stanca, ma la cinepresa è talmente dinamica e capace di stare incollata ai corpi e ai volti dei personaggi da riuscire ugualmente a coinvolgere lo spettatore fino alla fine.Ne risulta una vera e propria esperienza immersiva all'interno del nucleo famigliare che viene raccontato: Carpignano non fa, forse, un passo in avanti rispetto ad «A Ciambra», ma si mantiene su quei buoni livelli, grazie a un talento cinematografico evidente, dotato di uno sguardo realistico ed empatico allo stesso tempo.

Tra gli autori italiani contemporanei, si conferma uno di quelli più interessati a riflettere sul tema dell'identità e sulla natura dei personaggi che va a riprendere: sarà decisamente curioso scoprire i suoi prossimi progetti dopo questa trilogia.

La fracture

In concorso è stato presentato il francese «La fracture» di Catherine Corsini, con Valeria Bruni Tedeschi e Marina Foïs.Le due attrici interpretano una coppia in crisi: come se lo stress della relazione non bastasse, le due si trovano a passare una notte in ospedale, mentre a Parigi si sta svolgendo una manifestazione dei gilet gialli, pronti ad assediare anche l'edificio.Attraverso una serie di metafore piuttosto esplicite, il film parla di una “frattura” che non riguarda tanto quella del gomito di una delle protagoniste, ma della spaccatura all'interno della Francia, causata da ingiustizie sociali e da una netta differenza di classe.

La regista francese dà vita a un prodotto impegnato, politico, che si chiude in maniera decisamente amara, ma le buone intenzioni di partenza vengono in parte rovinate da un copione troppo studiato a tavolino, che toglie sincerità all'intera operazione.Qualcosa si porta a casa da questa interessante visione, ma se i messaggi fossero stati più spontanei e meno calcolati ci saremmo trovati di fronte a un lungometraggio ancor più incisivo.

Compartment Nr. 6

In lizza per la Palma d'oro anche il finlandese «Compartment Nr. 6» di Juho Kuosmanen, regista conosciuto per aver diretto «La vera storia di Olli Mäki» nel 2016.Al centro della trama una giovane donna finlandese, che fugge da un'enigmatica storia d'amore a Mosca salendo su un treno diretto verso il circolo polare artico. La donna è costretta a dividere, per tutto il lungo viaggio, una piccola cabina con un minatore russo di nome Ljoha.Tratto dal romanzo «Scompartimento n. 6» di Rosa Liksom del 2011, il film è un anomalo road-movie, che parla di come un incontro inaspettato possa generare connessioni umane impreviste.

Non la semplice storia d'amore che ci si potrebbe aspettare, ma un prodotto che ragiona sulla crescita individuale attraverso il rapporto con gli altri, ricordando un po' le atmosfere di Richard Linklater e del suo «Prima dell'alba».Il risultato è un prodotto sincero, dal taglio avventuroso, che perde però un po' di forza col passare dei minuti, soprattutto in una parte centrale ridondante. Resta però uno dei titoli più curiosi visti fino a oggi a Cannes e potrebbe rientrare nel palmarès finale.

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