Rizzotto, Terranova, Mancuso nello stesso cimitero

A Corleone anche i «giusti» sono tumulati a fianco di Riina

di Roberto Galullo

(ANSA)

3' di lettura

Placido Rizzotto, Cesare Terranova e Lenin Mancuso non trovano pace neppure da morti. Nel cimitero del paese in provincia di Palermo, dove Rizzotto riposa solo dal 2012 mentre Terranova e Mancuso sono tumulati dal ‘79, avranno come vicino di tomba anche Totò Riina la belva. Due giorni fa la Procura di Parma ha firmato il nulla osta per il trasferimento della salma che è partita nel pomeriggio di ieri ed è arrivata questa mattina a bordo di una nave. Poi il trasporto al cimitero in un clima surreale e blindato. La figlia Lucia si è allontanata in lacrime mentre la vedova Ninetta Bagarella è salita a bordo di un’auto senza rilasciare alcuna dichiarazione, circondata dalle forze dell'ordine.

La salma di Totò Riina da Parma a Corleone

La salma di Totò Riina da Parma a Corleone

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E così con Riina sono quattro, dopo i boss di Cosa nostra Michele Navarra, Luciano Liggio e le ceneri di Bernardo Provenzano. Tutti nati a Corleone.
Figlio di quel Carmelo Rizzotto che venne perfino arrestato con l'accusa di far parte della mafia, Placido è circondato da uomini che hanno fatto la storia di Cosa nostra. Corleone fu teatro del primo sciopero agricolo contro il latifondo, la cittadina delle prime lotte contadine e dei Fasci siciliani. In quella onda lunga Placido Rizzotto, schierato con il movimento contadino che occupava le terre, venne ucciso da Cosa nostra il 10 marzo 1948 ma prima di essere sepolto nel suo paese passò una vita.
A 64 anni dalla sua scomparsa la polizia scientifica di Palermo riuscì ad attribuire a Placido Rizzotto alcuni resti ossei ritrovati nel 2009 proprio nel posto - la foiba di Roccabusambra - in cui il cadavere di Rizzotto venne gettato dal boss di Corleone Luciano Liggio.

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I parenti di Placido ebbero una tomba su cui piangere solo il 16 marzo 2012. Alla cerimonia si presentarono anche l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l'allora ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri, l'allora prefetto di Palermo Umberto Postiglione, l'alora ministro della Difesa Gianpaolo Di Paola, l'allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, Walter Veltroni e Rosy Bindi, oltre al segretario della Cgil dell'epoca Guglielmo Epifani.

Il giudice istruttore del Tribunale di Palermo Cesare Terranova e il maresciallo della polizia Lenin Mancuso, assegnato alla sua scorta, vennero assassinati in un agguato mafioso il 25 settembre 1979, poco tempo dopo che il giudice aveva chiesto di essere nominato capo dell'ufficio istruzione di Palermo. I condòmini dell'edificio sotto il quale vennero uccisi a Palermo rifiutarono di consentire l'apposizione di una targa che ricordasse l'accaduto.

Quasi sempre naturale, invece, il percorso che ha portato i boss di Cosa nostra a giacere nel cimitero di Corleone. Scritto di Totò Riina, morto nel letto d'opedale, per il medico Michele Navarra, figlio della borghesia, cresciuto tra lusso e privilegi, detto paradossalmente “padre nostro” per il potere di vita e di morte che aveva, la terra fu più lieve il 2 agosto 1958. Venne ucciso con un collega che gli aveva dato un passaggio in automobile.
Il 15 novembre 1993, nel carcere di Nuoro, fu il turno del carnefice di Rizzotto, Luciano Leggio (meglio conosciuto come Liggio), detto “cocciu di focu” (chicco di fuoco) perché, come scrisse Nando Dalla Chiesa il 31 agosto 2017 sul corriere.it, «ardeva dentro di rabbia e cattiveria e perché aveva la mania di incendiare unendo alla fiamma la lama del coltello. Contro animali o cristiani era lo stesso: sgozzava e infieriva».

In carcere arrivò anche l'ora di Bernardo Provenzano, detto binnu u tratturi per la violenza con cui falciava la vita dei nemici. Morì a Milano il 13 luglio 2016 e le sue ceneri arrivarono nell'urna a Corleone due giorni dopo.
A giacere tra i giusti, a Corleone, manca un cittadino illustre, Bernardino Verro, sindaco socialista di Corleone e vittima di mafia. Dopo avere affrontato una lunga detenzione e i rigori del Tribunale militare, Verro fuggì all'estero per aver promosso gli scioperi dei contadini. In esilio in Tunisia e Francia, fondò la Casa del Popolo di Corleone e l'Unione agricola cooperativa. Cosa nostra non gli diede scampo e lo uccise il 3 novembre 1915. Dopo al tumulazione a Corleone, il 23 marzo 1959 venne traslato a Palermo. Nel 2012, in concomitanza con il ritrovamento dei resti di Rizzotto, il Comune di Corleone mise a disposizione della famiglia Verro una cappella ma il 2 novembre 2012 ecco la sorpresa amara: nella suo loculo erano già stati tumulati due cadaveri di uomini probabilmente contigui alla mafia. Uno di loro aveva un foro in testa.
r.galullo@ilsole24ore.com

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