verso il CONSIGLIO di giovedì

A due anni dal Qe l’inflazione è tornata al 2%: cosa farà giovedì la Bce

di Riccardo Sorrentino

Afp

4' di lettura

Ora è tutto più difficile. L’indice di inflazione è salito, a febbraio, del due per cento, centrando formalmente l’obiettivo della Banca centrale europea. Peccato però che non sia inflazione, e che ora occorra spiegarlo agli europei e soprattutto ai tedeschi, da tempo irritati per la politica monetaria ultraespansiva della zona euro. Sarà la sfida che dovrà affrontare Mario Draghi nella conferenza stampa di oggi, dopo la riunione del board - a due anni dall’avvio del Qe - nella quale saranno illustrate anche le nuove proiezioni macroeconomiche.

Proiezioni da rivedere
È molto difficile che la politica della Bce subisca modifiche. Mancano le condizioni per farlo. Draghi potrebbe però fornire indicazioni per valutare meglio le implicazioni dei dati futuri sulla politica monetaria. L’unica possibilità, estrema, potrebbe riguardare la forward guidance: resterà , nel comunicato introduttivo, l’indicazione che i tassi potranno anche scendere a livelli «più bassi»? Le proiezioni macroeconomiche, che a dicembre puntavano a un’inflazione media 2017 dell’1,3% (con un range che oscillava tra lo 0,8% e l’1,8%) - ormai troppo bassa - saranno invece sicuramente corrette. Anche in questo caso occorrerà però fare attenzione a interpretare bene i dati.

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IL BALZO DELL'INFLAZIONE

Variazione percentuale annua nell'area euro. (Fonte: Eurostat)

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Di più, non ci si può aspettare. Non è infatti - quella di febbraio - vera inflazione perché non c’è un aumento generalizzato di tutti i prezzi. Sono aumentati, e tanto, i prezzi dell’energia: +9,2% rispetto a febbraio 2016, e dal momento che questa componente rappresenta quasi il 10% del paniere (il 9,5%), è normale che, da sola, riesca a trascinare l’indice verso l’alto. Non è una novità.

Effetto che svanirà...
A febbraio sono anche saliti, e molto, i prezzi degli alimentari non lavorati (+5,2%) che rappresentano il 7,5% dell’indice: è stato l’effetto di un inverno più rigido del consueto, che ha ridotto i raccolti e quindi l’offerta. Questo rialzo e quello dell’energia, dovrebbero da marzo in poi lentamente svanire. Non sarebbe una sorpresa, secondo molti analisti, veder ora calare di nuovo l’inflazione complessiva. Gli altri prezzi hanno invece rallentato. L’inflazione core - che esclude energia, ma anche alimentari ed alcool, tutti prezzi che sono molto volatili e poco governati dalla politica monetaria - è rimasta stabile allo 0,9%: i prezzi dei beni industriali (esclusa l’energia), quelli in genere più esposti alla concorrenza internazionale, hanno frenato al +0,2%, dal +0,5% di gennaio e il +0,3% registrato ogni mese nell’ultima parte del 2016; quelli dei servizi, più protetti, sono saliti dell’1,3%, dall’1,2% di gennaio e l’1,3% di dicembre. È un andamento molto lontano da quello considerato ottimale dalla Banca centrale europea.

...ma che avrà delle conseguenze
Sarebbe sbagliato, però, interpretare i movimenti divergenti di inflazione complessiva e di inflazione core parlando di “apparenza” e “realtà”. Il rialzo del petrolio, per quanto enfatizzato da fattori puramente matematici, è molto reale e ha effetti importanti: riduce i redditi reali. L’energia è un bene di cui è difficilee comprimere i consumi, e l’effetto del suo rincaro è immediato: si ridimensionano gli acquisti di altri prodotti, a cominciare da quelli meno necessari.

In una situazione come questa sarebbe un errore, per qualunque banca centrale, alzare i tassi (o appesantire in altri modi l’orientamento della politica monetaria): una scelta di questo tipo peserebbe ulteriormente sui redditi e quindi sulla crescita. Tra il 2007 e il 2008, quando il petrolio salì a ritmi veloci e a livelli ben più alti di quelli attuali (fino a 146 dollari al barile, contro gli attuali 53...), l’inflazione complessiva balzò fin oltre il 4%, ben al di sopra del l’obiettivo del 2 per cento.

L’errore del luglio 2008
La Bce in quell’occasione, fu molto attenta e spiegò che in una simile situazione occorreva ben valutare gli effetti del rialzo del petrolio sia sulla crescita sia sugli altri prezzi. I tassi repo, alzati per l’ultima volta a giugno del 2007, restarono quindi fermi per oltre un anno. Poi la Bce inciampò: a luglio 2008, quando il greggio era ai massimi e la recessione alle porte, decise di alzare i tassi per “lanciare un segnale” ai sindacati tedeschi che, per un puro gioco negoziale, avevano chiesto forti aumenti dei salari. Fu un errore di politica monetaria.

Il problema del rialzo del petrolio e dell’energia è che non si sa mai quanto potrà estendersi ad altri prezzi. Come ha già spiegato il presidente Mario Draghi, può restare isolato, incidere su alcuni altri prezzi in modo indiretto, oppure coinvolgere le aspettative di inflazione (i second-round effects, che la banca centrale europea teme molto). A volte si scatena una rincorsa tra salari e profitti che porta in alti tutti i prezzi e l’inflazione diventa un vero rischio.

Eurolandia è oggi molto lontana da tutto questo. Occorrerà spiegarlo molto bene. Non tanto ai cittadini e agli investitori di quei paesi - come l’Italia - che sono avvantaggiati dai tassi sotto zero e dal quantitative easing, quanto a quelli dei paesi più ricchi, come la Germania, che considerano - non a torto! - la politica monetaria troppo espansiva per la situazione della loro economia e i tassi troppo bassi per remunerare adeguatamente i risparmi.

Il fattore Germania
I prezzi tedeschi sono aumentati a febbraio del 2,2%, ma anche in questo caso, sia i prezzi dei servizi sia quelli dei prodotti industriali (senza energia) sono saliti dell’1,3 per cento. A sfavore della Germania giocano però due fattori aggiuntivi. Il primo è il riaggiustamento interno di Eurolandia, che richiederebbe un’inflazione più alta nei paesi “forti” e più bassa in quelli deboli: se l’economia dell’Unione reagirà come dovrebbe, i prezzi tedeschi potrebbero correre anche più velocemente.

Il secondo riguarda i rendimenti: la solidità del paese e dei suoi conti pubblici ha portato i rendimenti dei decennali, nella media mensile rilevata da Eurostat, allo 0,25% nominale. In termini reali, sono al -1.95% (-1,05% tenendo conto dell’inflazione core) , un livello decisamente penalizzante per i risparmiatori. In Italia sono pari al +0,4% (1,3% tenendo conto della core armonizzata).

Le critiche tedesche, insomma, sono destinate a diventare sempre più aspre. Il compito della Bce di spiegare cosa sta accadendo, sempre più difficile.

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