I cicloviaggiatore

A due ruote nei Campi Flegrei, dove i vulcani plasmano la storia

Da Pozzuoli a Baia, con puntata a Procida, un viaggio nelle meraviglie del passato imperiale romano, in uno scenario devastato dallo scempio e dall’abusivismo

di Manlio Pisu

Reuters

5' di lettura

È un piccolo lembo di terra in cui coesistono una accanto all'altra la Campania felix e la Campania horribilis. In questo angolo di Belpaese il meglio e il peggio dell'Italia si fondono in un mix unico, che al tempo stesso incanta e rattrista.

Qui da tempo immemorabile i protagonisti indiscussi sono i vulcani, che fanno e disfano, modellano e rimodellano il territorio, cambiando di continuo il paesaggio. Al loro cospetto gli esseri umani sono solo evanescenti comparse.

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I Campi Flegrei sono “terra rovente”. Devono il nome all'intensa attività vulcanica mai sopita. In epoca romana furono luogo di elezione della nomenclatura del potere repubblicano e imperiale, dove i ricchi e i potenti amavano ritirarsi per una vita di ozi, lusso e ostentazione di opulenza.

Fu tappa obbligata del Grand Tour per i viaggiatori del Sette-Ottocento diretti a Napoli, una delle grandi capitali europee, ancor oggi metropoli bellissima ai piedi del Vesuvio, caotica e violenta. Poche altre aree del mondo racchiudono un patrimonio così vasto di attrazioni naturalistiche, paesaggistiche, archeologiche, culturali e storico-artistiche.

È dunque un luogo straordinario. Sullo sfondo il profilo imponente e minaccioso del Vesuvio e la vista mozzafiato sul mare: Punta Campanella, Capri, Ischia, Procida.

Rapimento estatico e amarezza

I Campi Flegrei esercitano il loro fascino anche sul visitatore di oggi. Ma l'effetto è contrastato: c'è l'ammirazione per una bellezza soverchiante, che negli animi più sensibili può provocare un senso di rapimento quasi estatico, noto come “sindrome di Stendhal”; ma c'è anche l'amarezza per le condizioni di incuria, talvolta di scempio, in cui versa oggi questa eredità.

Da qualche anno è in atto un tentativo encomiabile di recupero del recuperabile. Il Parco archeologico dei Campi Flegrei, articolato in ben 25 siti diversi, cerca di valorizzare il tanto che ancora oggi, nonostante tutto, è arrivato fino a noi.

Un viaggio da queste parti vale senz'altro la pena. E ancora di più un cicloviaggio.

Niente ciclabili, solo app

Va detto in premessa che le infrastrutture cicloturistiche sono del tutto assenti. La densità di popolazione è fra le più alte in Italia. Il territorio è saturo, antropizzatissimo. Ogni metro quadrato è occupato da insediamenti abitativi, produttivi (spesso abbandonati), infrastrutture.

Con oltre settanta vulcani attivi, tra grandi e piccoli, emersi e sommersi, vistosi (come il Vesuvio) o poco visibili come le caldere, è una delle zone a più alto rischio vulcanologico del mondo. Qui vivono 3,5 milioni di italiani, attaccatissimi alla loro terra. Vulcanologi e Protezione civile sono in allerta permanente.

In un contesto così, se anche un'amministrazione locale “illuminata” volesse un giorno realizzare una pista ciclabile, le condizioni sarebbero oggettivamente difficili. E ciò nonostante la bici resti un mezzo di trasporto privilegiato per muoversi in questa zona, dove con piccoli spostamenti e poca fatica ci si porta da una perla all'altra dei Campi Flegrei.

A un tiro di schioppo, con mezz'ora di traghetto, si raggiunge Procida, “L'isola di Arturo”, capitale italiana della cultura nel 2022, dove Elsa Morante ha ambientato il suo romanzo sulla vita del giovane Arturo Gerace.

All'assenza di ciclabili si può sopperire grazie alle app di cicloturismo, come Komoot, Wikiloc o altre. Facili e intuitive da usare, consentono di creare con pochi click un percorso disegnato su misura sulle proprie esigenze personali.

Da Pozzuoli a Procida, i Campi Flegrei in bicicletta

Da Pozzuoli a Procida, i Campi Flegrei in bicicletta

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Si parte dall’antica Puteoli

Un buon punto di partenza è Pozzuoli, l'antica Puteoli, raggiungibile anche in treno. A causa del bradisismo la banchina del porto attualmente in uso è di un paio di metri più bassa rispetto a quella in uso fino a pochi decenni fa. Qui il livello del terreno sale e scende di continuo, secondo i capricci dei vulcani.

L'anfiteatro romano è da non perdere; in particolare i sotterranei, oggi un deposito di colonne, statue e capitelli, testimonianza affascinante di un passato glorioso.

Alle spalle di Pozzuoli la grande solfatara, di recente chiusa al pubblico per l'intensificarsi dell'attività. Le zaffate sulfuree arrivano fino al bellissimo lungomare.

Oltre la solfatara si aprono le caldere, crateri di vulcani ancor oggi attivi e chiusi da un tappo di detriti. Ma sotto il tappo la terra ribolle. Ovunque le fumarole diffondono vapori caldi e maleodoranti, anche ai bordi delle strade asfaltate.

All'interno delle caldere, tra gli anni Sessanta e Ottanta, la miopia di uno sviluppo urbanistico disordinato ha portato migliaia di persone a vivere incautamente sul tappo dei vulcani.

Dagli Inferi alla Piscina Mirabilis

Da Pozzuoli si raggiungono facilmente i luoghi di maggior interesse. Il lago Averno, tanto per cominciare. Per gli antichi era la porta d‘accesso agli Inferi. Ne parla Virgilio nell'Eneide. Sulle rive del lago, in origine un cratere vulcanico, i ruderi imponenti del tempio di Apollo fanno bella mostra di sé.

Poi il lago Lucrino, il lago Miseno e il lago Fusaro (anche detto Acherusio). Nel tempo sono stati usati come porti navali, militari o commerciali, come riserve di caccia e di pesca, come impianti di itticoltura.

Tra i siti di maggior interesse la Piscina Mirabilis, come la definì Petrarca. È la più grande cisterna del mondo antico. Serviva a rifornire di acqua dolce la flotta romana di stanza a Capo Miseno, una delle due flotte (l'altra a Ravenna) con cui Roma si assicurava l'egemonia sul Mare Nostrum.

È un capolavoro di ingegneria idraulica. L'acqua arrivava dai monti dell'Irpinia attraverso 100 km di acquedotto. Scavata nel tufo, sorretta da colonne alte 15 metri, che producono l'effetto delle navate di una basilica, questa “Cattedrale dell'acqua” conteneva 12 milioni di litri.

Lì sotto c'è Capo Miseno, da dove nel 79 d.C., quando il Vesuvio in eruzione seppellì Pompei, Ercolano e Oplonti, Plinio il Vecchio, comandante della flotta più potente del Mediterraneo, anziché fuggire dalla furia del vulcano, volle avvicinarsi il più possibile al Vesuvio per osservare il fenomeno da vicino. La curiosità scientifica gli costò la vita.

Statue e mosaici in fondo al mare

Lì sotto c'è anche Baia, uno dei luoghi di villeggiatura più esclusivi della Roma imperiale. Ma il bradisismo non ha avuto riguardi per nessuno. Metà della Baia dell'epoca è sprofondata in mare. Ancora oggi, a pochi metri di profondità, si possono ammirare tra flutti e pesci le rovine di ville, statue, mosaici, ninfei.

Questo patrimonio unico al mondo è custodito dal Parco archeologico sommerso di Baia, che disciplina le visite. Alcuni dei reperti di maggior interesse sono conservati nel Museo archeologico del castello di Baia, un must.

L'altra metà di Baia, quella emersa, è custodita, invece, dal Parco archeologico delle terme di Baia. Qui i vulcani regalavano acqua calda a volontà, che alimentava sontuose piscine termali per il sollazzo dei vip.

Dalla Sibilla cumana ai Borbone

Pedalando sul mare, la vista spazia tra Capri, Procida e Ischia, dominata da un altro vulcano, l'Epomeo. In breve si raggiunge l'antro della Sibilla cumana, uno dei 25 siti del Parco archeologico dei Campi Flegrei. Altra tappa da non perdere. Qui, secondo la tradizione, gli antichi facevano la fila per raccogliere dalla bocca della Sibilla una predizione sul futuro.

A poca distanza, sul lago Fusaro, zona umida e oasi faunistica, un'altra attrazione: la Casina vanvitelliana, piccolo capolavoro di architettura barocca, progettato a fine Settecento da Luigi Vanvitelli, l'architetto al quale si deve la Reggia di Caserta, la “Versailles dei Borbone”.

L'isola di Arturo

Per chi non si accontenta della terra ferma, c'è Procida davanti a Pozzuoli. È la più piccola delle isole del golfo di Napoli e anche la meno turistica. Qui marineria e pesca sono ancora le attività prevalenti. Sul porto la banchina è scesa fin quasi al livello del mare. Una pedalata a zonzo per l'isola è un piacere.

Un trionfo di luci, colori e profumi che rinfranca lo spirito. Ma nel borgo, vivace e pittoresco, tanti edifici sono degradati; in particolare il palazzo cinquecentesco di Avalos, ex carcere, oggi abbandonato e fatiscente.

Vale la pena di spingersi fino a Vivara, isoletta collegata a Procida da un piccolo ponte sul mare. Non è altro che il cratere di un vulcano collassato, di cui resta – emersa - solo una metà a ferro di cavallo; l'altra metà si è inabissata.

Perché da queste parti sono i vulcani che fanno e disfano. Buona pedalata!

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