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«A Enel 3,5 miliardi del Pnrr per le reti Con RepowerEu fondi per le batterie»

Per l’ad di Enel gli investimenti potrebbero più che raddoppiare: «Ne stiamo parlando con Fitto». Cambio al vertice? «Non vedo rischi per l’esecuzione del piano cessioni»

di Laura Serafini

Enel festeggia i suoi 60 anni tra futuro ed energia

5' di lettura

Enel si è aggiudicata 3,5 miliardi sui 4 miliardi destinati dal Pnrr al potenziamento delle reti. Ma gli investimenti potrebbero più che raddoppiare, fino a 5 miliardi aggiuntivi, con i fondi di RepowerEu. «Stiamo parlando di questa ricalibrazione delle risorse con il ministro Fitto», annuncia l’ad di Enel, Francesco Starace.

A cosa serviranno i fondi del Pnrr?
Al rafforzamento della capacità delle reti di bassa e media tensione, che portano l’energia a case e imprese, di accogliere la produzione di impianti rinnovabili distribuiti. E per sostenere l’elettrificazione dei consumi energetici, dando più capacità a chi ne fa richiesta in termini di aumento di potenza per 1,5 milioni di punti di consegna. E ancora, per aumentare la resilienza della rete su tutto il territorio nazionale per fare fronte agli eventi metereologici straordinari. Il bando è uscito con un anno di ritardo, ma finalmente ci siamo: sono partiti i lavori in tutta Italia su 24 progetti. C’è una concentrazione nel Mezzogiorno: 1,7 miliardi va a Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Sardegna, Abruzzo e Molise, dove c'era più necessità soprattutto per la resilienza. Ai fondi del Pnrr si aggiunge una quota del 10%, per 350 milioni, riconosciuta dall’Arera come incentivo per completare i lavori nei tempi previsti.

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Il governo è al lavoro per riallocare i fondi del Pnrr che si teme non si riescano a spendere e per potenziare gli interventi con i fondi di RepowerEu. Anche Enel sarà coinvolta?
Su questi temi è già in corso il dialogo con il ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto che se ne sta occupando in modo specifico. Abbiamo verificato che nel caso in cui i fondi di RepowerEu possano essere spesi tra il 2023 e il 2027 potremmo fare ulteriori investimenti tra 2 e 4 miliardi, sia per la resilienza che per assorbire capacità rinnovabile. Se invece, come si sta ragionando di fare, si estendesse il periodo temporale fino al 2030, gli investimenti potrebbero essere tra 3 e 5 miliardi. La possibilità di investire di più si sta rivelando fondamentale perchè con la crisi dell’energia sono esplose le richieste di allacciamento di impianti rinnovabili . Sta crescendo anche la richiesta di elettrificazione: molte aziende, del settore cartario e di altri settori, stanno uscendo dal gas per passare all’elettricità rinnovabile autoprodotta. Ogni mese registriamo un numero di domande di allacciamento di pannelli solari superiore al precedente, ormai da un anno. Il ministro Fitto sta cercando di effettuare una ricalibrazione dei fondi anche del Pnrr che non riescono a essere allocati nel tempo a disposizione con i fondi di RepowerEu.

Una parte potrebbe finire sulle reti?
O sulle reti o su altre partite. C’è la grande questione degli stoccaggi, che sono l’altra faccia della medaglia. Se si aumenta la percentuale di rinnovabili si potrebbe aver bisogno di una quantità maggiore di batterie rispetto a quella originariamente prevista e quindi nel RepoweEu ci potrebbe essere un capitolo dedicato.

Ma voi riuscirete a rispettare i tempi del Pnrr?
Siamo partiti due anni fa con un programma di formazione di tecnici di rete, assieme ad Elis e 180 imprese del settore, calcolando che avremmo avuto un bisogno di almeno 5.500 addetti specializzati. Abbiamo già formato 2 mila persone; le altre arriveranno il prossimo anno. Ma ora abbiamo un bacino molto più ampio da cui attingere, con altre 10 mila domande di formazione. Per cui siamo in grado di rispettare i tempi sia del Pnrr che di investimenti aggiuntivi.

State potenziando la fabbrica di pannelli di Catania. Volete replicare il progetto negli Usa e su questo si sono levate alcune voci critiche. Può spiegare la vostra strategia?
L’iniziativa italiana è in costruzione, abbiamo ottenuto 180 milioni con i fondi Ue per l’innovazione perchè essa ci consente di essere competitivi con i prodotti cinesi. I pannelli saranno più efficienti, producendo più energia per unità di prodotto. La prima linea produttiva da 400 megawatt entrerà in produzione a settembre 2023, mentre l’ultima linea (fino a 3 mila megawatt), arriverà a metà 2024. La fabbrica produce celle e moduli e per farlo ha bisogno di fettine di silicio, cosiddetti wafer: per i primi due anni li compriamo dalla Cina. Ma abbiamo già fatto accordi con produttori di wafer e polisilicio europei, che oggi hanno una produzione di nicchia, perché ci forniscano wafer prodotti in Europa. Servirà un anno e mezzo, perché dovranno fare investimenti per ampliare la capacità produttiva. Questa produzione in Europa può diventare competitiva con la Cina a patto che la Ue intervenga con suoi contributi, cosa che penso avverrà con lo strumento di RepowerEu. L’idea di fare una fabbrica analoga negli Usa, dove Enel è presente da anni, è legata al fatto che il nostro è un business globale: se fosse solo destinata all’Italia, non faremmo una fabbrica da 3 mila megawatt. L’Italia è grande perché la sua economia serve il mondo. La produzione di polisilicio europea servirà anche per produrre i pannelli della fabbrica negli Usa, che sono dipendenti dall’Asia per l’importazione di pannelli come l’Europa. Per la fabbrica americana abbiamo quasi finito la selezione dello Stato in cui sarà costruita. La faremo in partnership al 50% o meno, come in Italia dove stiamo selezionando un partner. Il progetto potrebbe essere replicato anche in Sudamerica.

Enel ha passato anni difficili che si leggono sui bilanci. A novembre avete annunciato un piano di dismissioni da 12 miliardi. C’è qualcosa che poteva essere fatto meglio?
Considerando quello che è successo, con la guerra e quello che i governi hanno fatto nell'emergenza di quei mesi, abbiamo reagito bene. Avremmo potuto fare un errore, che alcuni hanno fatto, di riversare sui clienti l’ondata di rialzo dei prezzi. Tutti i nostri clienti con contratti a prezzo fisso, circa 10 milioni in Italia, e 5 o 6 in Spagna, non hanno avuto impatto dalla crisi energetica durante la durata del loro contratto. Abbiamo assorbito questo effetto, uno sforzo che ci è stato riconosciuto dai nostri clienti che sono rimasti con noi. La società ha avuto un impatto di 2 miliardi di euro sui conti, che abbiamo assorbito perché abbiamo avuto creazione di valore in altri settori di business. E questo nonostante il fatto che noi, al pari di altre utility, stiamo finanziando le misure dei governi per calmierare le tariffe, come la sospensione degli oneri di sistema. Sono oneri che oggi anticipano le utility e questo ha fatto aumentare il circolante (e quindi il debito di Enel) di circa 8 miliardi.

Secondo gli analisti c’è un rischio esecuzione sul piano di cessioni perché il suo mandato scade in primavera.
Agli investitori e agli analisti che studiano Enel il piano è piaciuto, come si è visto da quando è stato presentato. Questa è la cosa importante: il piano è dell'Enel. La sua implementazione è sicuramente alla portata di questa Enel e non vedo un rischio da questo punto di vista

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