Scenari

A Est il populismo respinge l’euro

di Luca Veronese

5' di lettura

Una settimana fa, nelle stesse ore in cui il presidente Milos Zeman annunciava che le prossime elezioni in Cechia si terranno il 20 e 21 ottobre, la Banca centrale di Praga decideva di sganciare la corona dall’euro. Può essere solo una coincidenza: Zeman ha scelto, come previsto, l’ultima data utile secondo la Costituzione; gli analisti si aspettavano l’addio al Peg, all’ancoraggio alla moneta unica europea, entro la metà dell’anno. Ma è un fatto che in tutta l’Europa dell’Est, l’euro è una questione politica, ideologica, spesso lontana dalle esigenze delle economie nazionali o dalle necessità delle imprese di qualsiasi bandiera esse siano.

Negli ultimi dieci anni - dalla crisi della Grecia in avanti - non c’è governo dell’Est che abbia fatto qualcosa di concreto per avvicinarsi all’euro. La Bulgaria, il mese scorso, ha manifestato l’intenzione di entrare nel meccanismo di cambio necessario per accedere all’Eurozona, la waiting room dell’euro. A uscire dal coro è stato però Ognyan Gerdzhikov, premier ad interim, con l’entusiasmo oltre ogni ostacolo, e comunque ammettendo in piena campagna elettorale che si dovrà «parlare con i partner dell’Unione», perché «c’è molto lavoro da fare» e certo «non è possibile dare alcuna garanzia sui tempi di questo processo».

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Nell’Europa centro-orientale, quando si parla dell’euro (e accade davvero di rado) lo si fa quasi sempre in modo strumentale. Mescolando nazionalismo e demagogia, sfruttando l’ondata populista che mette tutto assieme: valute, migranti, sentimenti antieuropei. L’euro non porta consensi: l’Ungheria di Viktor Orban e la Polonia di Jaroslaw Kaczynski nella loro deriva autoritaria arrivano a descrivere la moneta unica come un nemico.

«La Cechia ha tutti i parametri in ordine per entrare nell’area euro senza problemi», spiega l’ambasciatore italiano a Praga, Aldo Amati. «Il debito pubblico è inferiore al 40% del Pil, l’inflazione è sotto il 2%, il deficit è contenuto. Ma l’opinione pubblica è in larga parte contraria anche perché deve subire un bombardamento mediatico quotidiano sulle tragiche condizioni della Grecia, sulle difficoltà della crescita nell’Europa occidentale, sulla crisi delle banche. E a questo - dice ancora Amati - si aggiunge un conservatorismo di fondo».

I due maggiori partiti in corsa per le elezioni di fine ottobre credono prematura ogni decisione al riguardo. I Socialdemocratici ritengono comunque l’euro un approdo indispensabile nel medio-lungo periodo e insistono sui costi di cambio per le aziende; il movimento centrista Ano guidato dal ministro delle Finanze e magnate Andrej Babis (che i sondaggi danno in vantaggio con oltre il 30% delle preferenze, oltre il doppio dei concorrenti) considera l’euro una «camicia di forza» che ha già fatto abbastanza danni nel continente. «Le associazioni degli industriali restano piuttosto defilate, anche perché la situazione è florida, i ricavi e i margini delle imprese sono alti e nessuno può lamentarsi davvero. Per gli imprenditori cechi che si finanziano in euro - sottolinea Amati - sarebbe più conveniente far parte dell’Eurozona soprattutto per espandersi in altri mercati. Esiste poi un costo per gli investitori esteri che preferiscono investire dove la moneta è l’euro».

Lo sganciamento dall’euro era ampiamente previsto ed era stato anticipato dalle dichiarazioni del governo: il premier Bohuslav Sobotka ha più volte spiegato che «la politica monetaria degli ultimi anni non è sostenibile sul lungo periodo» e che «una volta usciti dalla crisi, l’indebolimento forzato della corona non è più necessario e anzi, espone la moneta al rischio di manovre speculative che avrebbero ricadute sul bilancio pubblico e sulle riserve di corone ceche».

La svalutazione della corona non sembra inoltre avere portato vantaggi davvero apprezzabili al Paese per il quale l’Europa vale oltre i due terzi degli scambi commerciali. I dati forniti dal governo e dalle associazioni degli esportatori mostrano che il deprezzamento della moneta dal 2013 ha generato un aumento dei ricavi di circa 21 miliardi di euro, ma dicono anche che le imprese hanno pagato circa 14,8 miliardi di euro per le operazioni di cambio. E al costo per Praga si devono aggiungere i 47,8 miliardi con i quali la Banca centrale è intervenuta sui mercati. «Quelli della Banca centrale erano provvedimenti straordinari, per definizione limitati nel tempo, le cui ricadute positive - afferma ancora Amati - sono da valutare anche in termini comparati. In Slovacchia, un Paese più piccolo ma in qualche modo paragonabile alla Repubblica Ceca e che fa parte dell’euro, la crescita in questi anni è stata pari, se non maggiore, di quella dell’economia ceca. Essere fuori dall’euro non sembra il fattore cruciale per la crescita soprattutto in Paesi meno maturi, con un costo della manodopera relativamente basso, con aliquote fiscali più basse di quelle occidentali, un mercato nero rilevante, un’educazione e una preparazione professionale di buon livello. Contesti che attraggono investimenti rilevanti da parte delle multinazionali».

Per la Polonia e l’Ungheria - Paesi dell’Unione dal 2004 come la Cechia - l’euro fa parte dello scontro dei leader al governo con Bruxelles. «Non abbiamo intenzione di entrare nell’euro. Per noi è molto più proficuo restare con la valuta polacca, lo zloty. Non abbiamo alcun piano per la moneta unica», ha dichiarato di recente la premier polacca Beata Szydlo, replicando le posizioni di Kaczynski, il vero capo della politica polacca. «Lo zloty è uno dei simboli dell’identità nazionale - spiega Piero Cannas, ceo di Global Strategy e presidente della Camera di Commercio italiana in Polonia - e il governo in questa fase non può farne a meno. Non c’è dibattito in Polonia sull’euro. Le esportazioni continuano a crescere, i flussi di investimenti dall’estero e i fondi europei continuano a sostenere le imprese. Non c’è rischio di inflazione e solo una crisi del Paese, oggi davvero difficile da prevedere, potrebbe cambiare le posizioni di Varsavia».

La Polonia, più di altri Paesi esteuropei, non si sta limitando a incassare nel breve ma sta, con il cambio, comprando tempo per favorire lo sviluppo di un tessuto industriale di qualità più alta. La pensa così Slawomir Majman, responsabile dell’agenzia polacca per gli investimenti con il precedente governo, oggi advisor di Pracodawcy RP, la confederazione delle imprese polacche, e senior advisor di Dentons. «La Polonia si è mossa con risultati incredibili attraverso la grande crisi internazionale anche perché non faceva parte della zona euro. Il cambio favorevole - dice Majman - ha trasformato la Polonia in pochi anni in un colosso nelle esportazioni dei prodotti alimentari trasformati: pollame, carne, formaggi, così come mobili, componenti per l’automotive e per l’edilizia. Il nostro Paese entrerà nella moneta unica quando sarà pronto e quando l’Eurozona sarà pronta: è questo il nostro usuale approccio pragmatico ai problemi. Oggi la business community è soddisfatta di muoversi con lo zloty e le difficoltà dell’Eurozona non aiutano a sognare la moneta unica».

In Polonia si è votato alla fine del 2015, in Ungheria si voterà nel 2018. E l’euro sarà di certo uno degli obiettivi che il populismo di Orban sfrutterà per guadagnare consensi. Ma la posizione dell’Ungheria è più difficile da mantenere rispetto a quella polacca. L’economia magiara è molto più piccola e molto più dipendente dagli scambi con i partner dell’Unione e la debolezza del fiorino potrebbe rivelarsi un rischio (come già accaduto in passato). Per Budapest inoltre - ma anche per i governi cechi e polacchi - esiste il timore che una svolta verso l’Europa a due velocità possa iniziare proprio dall’euro, l’esempio più evidente dei diversi ritmi di integrazione all’interno del progetto europeo. «Nell’Unione europea non ci possono essere club esclusivi», ha ripetuto Orban nei recenti vertici europei, affiancato dai leader euroscettici polacchi. Se la moneta unica diventasse il nucleo dell’Europa più veloce, i populisti dell’Est sarebbero ancora felici di restarne fuori?

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