ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùUn porto strategico

A Gwadar le ambizioni cinesi si misurano con gli estremisti pakistani

Il fiore all’occhiello della Via della Seta aggiunge instabilità all’area dopo la presa di Kabul. Gli autonomisti del Belucistan sono contro gli investimenti di Pechino.

di Rita Fatiguso

(REUTERS)

3' di lettura

L’ex campione di cricket Imran Khan, oggi primo ministro pakistano, sta giocando la sua partita più dura . Giorni fa ha parlato a telefono con il presidente russo Vladimir Putin del Pakistan Stream Gas Pipeline Project e di collaborazione nello SCO (Shanghai Cooperation Organisation), ma la linea dagli Stati Uniti resta muta («Joe Biden non mi ha chiamato, che motivo ci sarebbe?»). Pechino, il quarto elemento della “Troika Plus” per la pace nell’Afghanistan, rischia di diventare il problema più grave da gestire, per giunta, in casa.

Il corridoio economico Cina-Pakistan

Pechino asset strategico per Islamabad

La Cina è un asset strategico per dare stabilità al Paese e alla regione, specie ora che Kabul, in mano ai talebani, è ripiombata nel caos, e in 50 anni di relazioni diplomatiche festeggiate il 21 maggio scorso, la superpotenza è stata il benefattore dell’economia pakistana.

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Ma Imran Khan è seduto ora più che mai su una polveriera, al crocevia di opposti estremismi, nel porto di Gwadar, nella regione arretrata del Belucistan, sono ricominciati gli attentati degli indipendentisti del BLA (Balochistan Liberation Army) e Islamabad accusa l’India, da sempre, di sostenerli economicamente rifornendoli di armi.

Il più violento, è stato quello del novembre 2018 al consolato cinese di Karachi. In aprile, però, è finito nel mirino l’albergo dell’ambasciatore di Pechino. Attacchi suicidi nei giorni scorsi hanno ucciso due bambini a Gwadar, mentre la furia dei locali si è scagliata contro i cinesi accusati di pesca fraudolenta e di aver tagliato l’acqua del porto, rimasto a secco.

Succede a Gwadar, proprio in quello che viene considerato il fiore all’occhiello della Belt & Road initiative cinese e punto di arrivo sul mare del China Pakistan Economic Corridor (CPEC), sotto attacco dei terroristi del Belucistan.

Il porto, nella narrazione di Pechino, vuol essere l’esempio di quello sviluppo di qualità della Belt & Road initiative al centro del quinto Expo Cina-Stati Arabi che si è appena concluso nella regione autonoma dell’Hui, a Ningxia.

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La funzione cruciale dell’area portuale

Il Pakistan è inquieto, la situazione - fa capire Zafar Uddin Mahmood, ex inviato speciale per il CPEC dal 2013 al 2017, ex diplomatico oggi parte attiva del Boao Forum for Asia - «è difficile». Zafar è stato il grande artefice operativo di questo disegno, il più importante piano per lo sviluppo del suo Paese.

Circa 46 i progetti sviluppati, 25,4 miliardi di dollari di investimenti diretti, 75mila nuovi posti di lavoro.

Gli inizi erano stati davvero complicati, più volte Zafar ha dovuto gestire un piano che sembrava troppo ambizioso per un Paese arretrato come il Pakistan e dove la presenza cinese, soltanto vent’anni fa, era minima.

Con gli investimenti, la situazione è cambiata, progressivamente. «Una testimonianza dei rapporti testati dal tempo e con radici profonde tra i due Paesi», ha detto Imran Khan annunciando la fase due del CPEC, che parte con l’attivazione delle sei free trade zone.

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Il potenziale della “Dubai pakistana”

L’energia è un altro potente driver della collaborazione, nella regione a Nord Ovest, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, c’è una stazione da 884-megawatt, ma è nel porto di Gwadar, in quella che dovrebbe diventare la Dubai pakistana, proprio di fronte al mare Arabo, il punto di arrivo del commercio di petrolio liquido, del ricco business del gas. Il primo ministro pakistano non molla e invita gli investitori a continuare, nonostante tutto, a investire nel Paese.

«Vi invitiamo da tutto il mondo a visitare le nostre free trade zones e a investire nel Pakistan aiutando le nostre esportazioni, la nostra economia, per dare opportunità di lavoro ai nostri giovani», dice Asim Saleem Bajwa, chairman di CPEC. Il porto sarà in mano ai cinesi per ben 40 anni, ma i tecnici di Pechino dovranno trovare, intanto, una soluzione alla convivenza sempre più difficile nel Paese.

Una sorta di prova generale di ciò che potrà accadere nel vicino Afghanistan evacuato dagli stranieri occidentali.

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