«A hidden life»

«A hidden life», la storia vera di un contadino che si ribellò al nazismo»

di Andrea Chimento

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Una scena di «A Hidden Life» di Terrence Malick

3' di lettura

Terrence Malick torna a parlare della Seconda guerra mondiale: ventuno anni dopo il suo capolavoro «La sottile linea rossa», il regista americano riprende l'argomento con «A Hidden Life».In competizione per la Palma d'oro, il film racconta la storia vera di Franz Jägerstätter, contadino austriaco obiettore di coscienza, che venne ucciso per essersi rifiutato di arruolarsi nell'esercito nazista.

Non si tratta però di un semplice lungometraggio biografico, ma di un prodotto in cui sono presenti le tipiche riflessioni filosofiche di Malick sul tema dell'amore e sul rapporto tra gli esseri umani e la natura, toccando anche il versante spirituale che è da sempre uno degli argomenti al centro del suo cinema. Le immagini sono potenti, soprattutto grazie alla particolare visione panoramica di una fotografia (firmata Jörg Widmer) sempre suggestiva, capace di riprendere al meglio i panorami montani che fanno spesso capolino durante la visione.

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Se sul versante estetico il fascino è fortissimo, molte più perplessità stanno attorno a una durata (circa 180 minuti) davvero eccessiva, che rende «A Hidden Life» piuttosto prolisso e vittima di diverse scene di troppo, non necessarie e a volte persino stucchevoli.

Incuriosisce non poco, a ogni modo, la storia di questo contadino che è stato beatificato da Papa Benedetto XVI nel 2007: un vero e proprio artefice di una guerra personale contro un intero mondo che andava verso un'altra direzione. Più che i passaggi maggiormente storici (a volte si fa anche uso di immagini di repertorio dell'epoca), però, sono i momenti intimi con la moglie quelli più toccanti di un film che in alcune sequenze riesce a emozionare pienamente.
Il risultato è un lungometraggio da vedere, seppur vittima di qualche incertezza narrativa di troppo. Nel cast c'è anche Bruno Ganz, grande attore svizzero scomparso lo scorso 16 febbraio.

Una scena di «The Wild Goose Lake» di Diao Yinan

In concorso ha trovato spazio anche «The Wild Goose Lake» di Diao Yinan, autore cinese che aveva vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino nel 2014 con «Fuochi d'artificio in pieno giorno». Cinque anni dopo, torna alle stesse atmosfere da noir metropolitano con questo film che mette al centro della vicenda un gangster in fuga, disposto a sacrificare tutto per la sua famiglia e per una donna incontrata lungo il cammino.

Il copione è fin troppo semplice e non manca qualche passaggio narrativo macchinoso, ma «The Wild Goose Lake» conferma il talento registico di Diao Yinan, capace di giocare bene con il montaggio e di regalare inquadrature decisamente suggestive. Buona parte del merito va alla fotografia di Dong Jingson (già collaboratore del regista nel citato film precedente), abile nel giocare efficacemente con le luci al neon e le ombre dei vicoli in cui si snocciola buona parte della vicenda. È un prodotto notturno, tanto per buona parte dell'ambientazione quanto per l'efferata violenza messa in campo, che riesce ad affascinare pur con qualche difficoltà nel coinvolgere fino in fondo.
In ogni caso, un'ennesima conferma del notevole stato di forma del cinema cinese contemporaneo.

Una scena di «The Whistlers» dell'autore rumeno Corneliu Porumboiu

Infine, va segnalato «The Whistlers» dell'autore rumeno Corneliu Porumboiu, presentato anch'esso in concorso. Protagonista è un poliziotto che viene spedito a La Gomera, isola appartenente all'arcipelago delle Canarie. Qui dovrà imparare la lingua locale, un complicato dialetto che include sibili e sputi, e si troverà invischiato in un'intricatissima rete di soldi, corruzione e imprevisti. Non è nuovo a film sul tema del linguaggio il regista rumeno: basti pensare a «Police, Adjective» del 2009, ma sono molti gli spunti tipici del suo cinema presenti in questo nuovo lavoro.

Si può considerare «The Whistlers» una commedia anticonvenzionale, capace di lanciare riflessioni importanti, regalare sequenze indubbiamente originali e mescolare diversi registri narrativi, toccando infatti anche il thriller e il poliziesco. Alternando momenti ironici ad altri più cupi, Porumboiu imprime un tocco personale al suo lavoro, anche se mancano grandi guizzi e ci sono troppi momenti ridondanti per poter essere apprezzato del tutto: resta, comunque, un prodotto curioso e meritevole della visione, ma non riuscito fino in fondo.

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