dopo le proteste

Pompeo: «Hong Kong non è più autonoma dalla Cina»

Il segretario di Stato Usa compie un primo passo in direzione della revoca dei privilegi diplomatici di cui gode l’ex colonia britannica

di R.Es.

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Manifestanti fermati a Hong Kong

Il segretario di Stato Usa compie un primo passo in direzione della revoca dei privilegi diplomatici di cui gode l’ex colonia britannica


5' di lettura

Hong Kong «non è più autonoma dalla Cina». Alla fine di una lunga giornata di proteste e di oltre 300 arresti eseguiti nell’ex colonia britannica, il segretario americano Mike Pompeo ha rilasciato una durissima nota contro la Cina, pur riaffermando che gli Stati Uniti «sono a fianco della popolazione» della città. La mossa di Pompeo - dopo la beffarda nota del Global Times, il tabloid nazionalista del Quotidiano del Popolo (voce del Partito comunista), secondo cui «la battaglia tra Cina e Usa su Hong Kong è cominciata» - getta le basi per la revoca dello status speciale che la città gode nei legami con Washington. «Nessuna persona ragionevole può affermare che Hong Kong ora mantenga un alto grado di autonomia dalla Cina. Mentre una volta gli Stati Uniti speravano che Hong Kong avrebbe dato un modello alla Cina autoritaria, ora è chiaro che la Cina sta modellando Hong Kong come se stessa», ha aggiunto Pompeo. «Disastrosa» viene definita la decisione di imporre la legge sulla sicurezza nazionale, «ultima di una serie di azio di Pechino che mettono in pericolo l’autonomia e le libertà di Hong Kong. Al Dipartimento di Stato è richiesto, in base all’Hong Kong Policy Act, di valutare l’autonomia del territorio dalla Cina. Dopo uno studio attento degli sviluppi, ho certificato al Congresso che Hong Kong non continua più a giustificare il trattamento previsto dalla legge ».

Nell’ex colonia, sottotono rispetto alle attese, diverse migliaia di persone hanno risposto alla chiamata alla mobilitazione contro la Cina per la legge sul rispetto dell’inno nazionale cinese in esame al parlamento locale e quella sulla sicurezza nazionale che Pechino approverà domani, fatta su misura per la stretta sui territori ex britannici. Dozzine di agenti in tenuta antisommossa hanno continuato, in piena notte, a presidiare le aree strategiche della città a causa dei tentativi di incendi o di occupazione delle strade, come è avvenuto più volte a Central, oppure a Nathan Road, dove lo stallo tra le parti è andato avanti per diverso tempo con il blindato con cannoni ad acqua spostato molte volte. Tra sporadiche urla e slogan, la polizia ha usato le cartucce di gas urticanti per disperdere un corteo a Central, durante la pausa pranzo, tra i luoghi più caldi con Admiralty e Causeway Bay. Tra gli arrestati, in aggiunta ai 193 di domenica, l’età media è stata prelevalentemente tra i 12 e i 40 anni. Nel pomeriggio, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha assicurato da Pechino che saranno prese «le necessarie contromisure contro le forze esterne che interferiscono su Hong Kong»: un messaggio al presidente Donald Trump e alla minaccia di voler «fare qualcosa» di pesante dopo la stretta su Hong Kong. Mentre al Congresso nazionale del popolo, anche i militari hanno fatto sentire la loro voce. Il ministro della Difesa Wei Fenghe ha menzionato «un confronto strategico» Cina-Usa entrato in un «periodo ad alto rischio».

Nuove proteste e quasi duecento arresti sono avvenuti nel distretto finanziario di Hong Kong, blindato dalla polizia, dove gli agenti hanno sparato proiettili di spray urticante per impedire ai manifestanti dei movimenti per la democrazia di raggiungere l’assemblea legislativa dove è attesa la seconda lettura della legge che punisce con la reclusione fino a tre anni il vilipendio all’inno nazionale cinese. Gli Stati Uniti prendono in esame possibili sanzioni nei confronti di Pechino.

Il vero obiettivo è la legge cinese sulla sicurezza nazionale
Ma il provvedimento sull’inno nazionale è secondario rispetto al vero oggetto della protesta esplosa nel week-end del 24 maggio, ossia la nuova legge sulla sicurezza nazionale che la Cina ha deciso di imporre alla città, in violazione, sostengono le associazioni dei diritti civili e degli avvocati, del principio di autonomia legislativa garantito dagli accordi dopo il passaggio di Hong Kong nel 1997. Una bozza del provvedimento dovrebbe essere approvata giovedì dal Congresso del Popolo di Pechino per poi essere messa a punto nei dettagli entro giugno o al più tardi agosto. Le autorità di Hong Kong dovrebbero a quel punto recepirla nell’ordinamento giuridico della ex colonia britannica. La legge prevede un giro di vite per le libertà proibendo e sanzionando comportamenti molto diversi e genericamente indicati, quali: separatismo, sovversione, terrorismo, interferenza straniera e qualunque comportamento che minacci gravemente la sicurezza nazionale. Inoltre prevede una presenza fissa e formale nella città dei servizi segreti cinesi che hanno finora operato sotto copertura.

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Gli accordi del 1997 sull’ex colonia
Quando la ex colonia britannica venne restituita alla Cina, nel 1997, nell’accordo sul passaggio Pechino ha promesso che Hong Kong avrebbe avuto autonomia legislativa e amministrativa per cinquant’anni, quindi fino al 2047, sotto lo slogan “un Paese, due sistemi”. L’intervento legislativo cinese avviene in un momento in cui l’emergenza coronavirus tiene le grandi potenze impegnate nella lotta alla pandemia iniziata in un mercato cinese dell’Hubei lo scorso autunno, facendo sprofondare tutti i Paesi in una crisi economica senza precedenti, peggiore di quella del 2008-2009, e paragonabile per molti versi alla Grande Depressione.

La nuova guerra fredda tra Cina e Usa
L’amministrazione americana ha minacciato di varare sanzioni se la Cina non rispetterà l’autonomia di Hong Kong che potrebbe perdere attrattività come hub finanziario. Martedì Donald Trump ha detto di «voler fare qualcosa» contro la stretta annunciata da Pechino. «Penso lo troverete molto interessante ma non ne parlerò oggi. È qualcosa di cui sentirete prima della fine della settimana, molto potente penso». Secondo anticipazioni di stampa, il Dipartimento del Tesoro americano potrebbe imporre controlli sulle transazioni e congelare alcuni asset di esponenti del regime cinese o alcune attività economiche. Altre misure possibili includono restrizioni alla concessione di visti ad esponenti del partito comunista cinese. Ma nessuna decisione è stata ancora presa.

La «certificazione di autonomia»
In base a una legge votata lo scorso anno negli Stati Uniti, il Dipartimento di Stato ha il compito di certifcare il rispetto dell’autonomia di Hong Kong da parte della Cina. In caso di giudizio negativo, l’amministrazione potrebbe riconsiderare lo status commerciale della ex colonia britannica. La decisione arriverà nel giro di una settimana e stando a fonti del Dipartimento citate dall’agenzia Bloomberg, vista la situazione attuale è difficile che il giudizio possa essere positivo.

La replica della Cina
La replica cinese è arrivata mercoledì dal portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian: «La Cina prenderà le necessarie contromisure nei confronti delle forze esterne che interferiscono su Hong Kong» ha dichiarato. Zhao ha sottolineato che la legge in questione è «affare puramente interno alla Cina».

Acquisti cinesi per sostenere le borse
Le proteste sono riesplose dopo mesi di calma dalle ultime manifestazioni dell’anno scorso. Allora i manifestanti chiedevano il ritiro di una legge dell’amministrazione di Hong Kong che favoriva l’estradizione in Cina. Con la nuova crisi i mercati finanziari sono tornati in tensione, per questo flussi ingenti di denaro si stanno riversando sulla borsa di Hong Kong dalla Cina. Gli investitori autorizzati hanno acquistato titoli per 35,3 miliardi di dollari dall’inizio dell’anno, preferendo soprattutto società statali cinesi.


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