Giù dal lettino

A lezione dal coronavirus

Il Covid-19 ha messo a nudo una malattia sistemica della nostra organizzazione economica e sociale

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

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Il Covid-19 ha messo a nudo una malattia sistemica della nostra organizzazione economica e sociale


5' di lettura

Quante volte, durante il lockdown, ci siamo detti “questa è una lezione da imparare”, “niente sarà più come prima”. Quante volte ci hanno confortato con i mantra speranzosi “andrà tutto bene”, “diventeremo migliori”. In effetti, l'esperienza della quarantena e l'imprevisto confronto con la caducità, per alcuni fortunati ha coinciso con l'acquisizione non traumatica di stili e pensieri nuovi o ritrovati.

Più attenzione al proprio mondo psichico e ai suoi bisogni, ripensamenti sull'uso del tempo, crescita mentale e affettiva innaffiata dalla solitudine. Anche gioie inattese. Copiamo qualche frase da email ricevute negli ultimi giorni: “Mi vergogno a dirti che questi due mesi a casa mi hanno fatto bene”. “Che assurdità, mentre il mondo moriva di dolore con mia moglie ho ritrovato l'intimità di una volta”. “Mi sono trasferita al mare e torno a Roma quando necessario. Ti abbraccio e spero che la clausura abbia portato benefici anche a te: per me è stata un toccasana”. Un gigantesco database di sogni che stiamo analizzando per ricerca in università, molte atmosfere oniriche angoscianti legate alle restrizioni sono animate da elementi trasformativi e generativi: animali da addomesticare, gravidanze, acque in movimento vitale. Il virus come navicella di viaggio interiore? Pare di sì: per alcuni, lo ripetiamo, fortunati, la vita domestica ha creato spazi psichici nuovi e fecondi. Per tutti gli altri (altrettanti? la maggioranza?) la chiusura negli spazi domestici, ancor più se accompagnata da preoccupazioni per il futuro economico e lavorativo, ha tagliato le gambe alla cura di sé (e degli altri). Di fronte a chi parla di perfezionamento spirituale, molti scoppiano in una risata amara, se non sprezzante. Dando torto, per lo meno in prima battuta, all'hölderliniano “dove cresce il pericolo cresce anche la salvezza”. “Persone molto benestanti che spiegano a persone molto meno benestanti quanto sia gratificante avere tempo per leggere Dostoevskij o dedicarsi alla mindfulness”, scrive con efficace crudeltà Marco Bracconi nel suo e-book “La mutazione” (Bollati Boringhieri, 2020). In modo poco democratico, la salvezza (almeno quella fisica) è mancata proprio là dove il pericolo era più grande: povertà, anzianità, scarse risorse personali da offrire alla convivenza, alte densità di popolazione, sistemi sanitari inadeguati, politiche sociali fascistoidi e disumanizzanti. Una parola per tutte: Brasile. E siccome dalla filosofia classica abbiamo imparato la superiorità del bene collettivo su quello individuale, lasciamoci alle spalle i pochi (tanti?) virtuosi della pandemia per entrare nel pandemonio della collettività.


Dall'individuale al collettivo


Più voci l'hanno sottolineato, dallo scrittore David Quammen (“Perché non eravamo pronti”, Adelphi, 2020), a Papa Francesco (“Come potevamo pensare di rimanere sani in un mondo malato?”, preghiera speciale per l'emergenza sanitaria, 27 marzo 2020), fino alle scritte sui muri in un attimo già virali (“No volveremos a la normalidad porque la normalidad era el problema”), il coronavirus ha messo a nudo una malattia sistemica della nostra organizzazione economica e sociale. Di nuovo Bracconi, che si rivolge direttamente al virus: “ti abbiamo sopravvalutato sostenendo che dopo di te nulla sarebbe stato più come prima […]. Da quando sei qui le retoriche di massa hanno ricondotto all'eccezionalità tutto ciò che hanno incontrato sul loro cammino, senza mai discernere tra ciò che il destino ci portava di nuovo e i processi che con la pandemia si assicuravano la propria continuità”.

Come ci ricordano Vandana Shiva e Greta Thunberg, inquinamento, modelli industriali e alimentari spregiudicati, squilibrio tra uomo, altri animali e ambiente microbiotico, sono conseguenze funeste di una globalizzazione avida di profitti e portatrice di neopovertà che senz'altro hanno un ruolo nello spiacevole spillover e nel conseguente corpo a corpo con il virus che ci siamo trovati a vivere. Pare anche non sarà l'ultimo. Va anche detto che le pestilenze sono antiche come il mondo e l'equazione che dal McDonald conduce al pipistrello assassino è semplificante e un po' complottista. Comunque la si pensi, l'occasione per riflettere sulle diverse superfici di rifrazione del Covid (individuale vs collettiva, lenta vs veloce, interna vs esterna, maturativa vs regressiva) è unica e necessaria. Soprattutto è difficile uscirne con poche idee e chiare.

Elaborazioni complesse


C'è molto da elaborare e ripensare. In giro si vedono rimozioni (tornare il prima possibile alla normalità), negazioni (il virus non c'è più), proiezioni più o meno paranoidi (con la scusa del virus ci stanno fregando). Si tratta di meccanismi di difesa primitivi, che parlano della difficoltà di mentalizzare un'esperienza che è stata, in modi e a livelli diversi, traumatica. La gestione istituzionale dell'emergenza non sempre è stata all'altezza: fasce di popolazione, i bambini e gli anziani, per esempio, sono state penalizzate; lo stesso vale per il mondo della scuola e quello dello spettacolo. Per non dire di alcune vistose defaillance della politica sanitaria, per fortuna bilanciate da alcune vistose eccellenze. In mezzo all'emergenza non è facile guardare lontano: se devi sminare un campo, sarebbe importante sapere se, su quelle zolle mortifere, vorrai poi piantarci un giardino o costruire una casa, ma, disinnescata la prima mina, il pensiero è facile si fermi al passo successivo, quello da fare senza saltare in aria. Diciamo questo non per assolvere le carenze governative, ma per favorire logiche critiche costruttive e psicologicamente consapevoli. Alcuni rischi sono infatti dietro l'angolo. Per esempio: precipitare in sentimenti di solitudine e, per usare il linguaggio del trauma, di helplessness, cioè perdere la fiducia nei confronti della possibilità di ricevere aiuto – da se stessi e dalle figure di riferimento (pubblico e privato); cronicizzare uno sguardo sospettoso o invidioso verso il prossimo, che facilmente si trasforma in sguardo rabbioso; farsi inglobare dalla sindrome della capanna: isolamento, diffidenza, insicurezza.


Seneca


Cosa direbbe Seneca? “Non sono così disonesto da pretendere di curare gli altri, essendo io stesso malato; ma come se stessimo in un unico ospedale, parlo con te della comune malattia e metto in comune le medicine” (Lettere a Lucilio, 27, I). Ecco, già moltissimo sarebbe condividere lo sforzo di (ri)pensare la cura di sé (e per chi ne ha il ruolo anche la cura dell'altro nella progettazione di un nuovo corso di politica sanitaria). Impegnarsi in un allargamento delle possibilità di pensiero, proprio come si fa in psicoterapia. Certo, crescere dopo un trauma o, anche più difficile, “grazie” a un trauma è privilegio (psichico, culturale, persino economico) di pochi. Possiamo almeno provare a “stare tra gli spazi”, tra le parti di noi capaci di speranza e quelle più disincantate, quelle che leggono la pandemia come un evento che sancisce la divaricazione tra pochi privilegiati resilienti e salvati e molti arrabbiati inauditi e sommersi. Se non ci proviamo, il rischio è quello di idealizzare buoni sentimenti senza piedi per terra oppure di piantare i piedi così per terra da dimenticare i sentimenti buoni. La tentazione di dire “niente sarà più come prima” aggiungendo “sì perché sarà molto peggio” è forte. Solo un continuo, trasversale, contagioso lavoro psichico potrà salvarci sia dalla fuga nel privilegio sia dalla rabbia del disincanto.

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