il racconto

A Matera. Silenzio nel silenzio, pietra tra le pietre

di Giuseppe Lupo


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5' di lettura

Arrivata all’età di novant'anni, Rosalba Fiorino si mise a cercare una pietra da dove ammirare il paesaggio. Non si conosce il vento quel giorno, né se ci fosse-ro nuvole di freddo o di afa, però l’orizzonte aveva i contorni come se a disegnarli fosse stata la mano di un pittore che stringeva un pezzo di carbone ed era un mattino di festa. La pietra che Rosalba aveva scelto a sedile non apparteneva a nessun proprietario, ma era identica nelle striature alle ossa della città dov’era nata: un groviglio di vicinati bianco e irregolare, cresciuto aggrappato a un dirupo come fianchi di una donna, simile a un nido di erba, tetti, porte e terrazze. Rosalba non immaginava cosa stesse accadendo, ma non voleva chiedere ai mercanti che passavano con il carico di bagattelle. A novant'anni, dopo quasi un secolo di sole, pioggia, terremoti e guerre, solo un desiderio le era rimasto: aspettare l’attimo in cui conoscere da che parte sarebbe finito il tempo della sua vita. «Lo capirai da te» le aveva detto sua madre prima di morire. «Un giorno Cristo comparirà con una bilancia e da allora tutto sarà chiaro».

Rosalba Fiorino non aveva dimenticato quelle parole pronunciate sopra un letto disfatto, tanti anni prima, e ripetute da suo padre che era in disparte, con l’orecchio pronto a sentire i lamenti di sua moglie. Rosalba intuì che quel giorno finalmente era arrivato dal cigolio di ruote arrugginite. Si affacciò e vide la processione di materassi in bilico sui carretti, letti smontati e portati a spalla, catini, specchiere, sacconi di pannocchie sfrascate. Vide anche, dietro a questo lungo corteo, un gruppo di giovani che camminavano e si voltavano, segnavano l'altezza delle case, contavano i cardini delle porte, controllavano il numero delle gradinate, verificavano lo spessore delle tegole e appuntavano le cifre sui taccuini.

«Strano mercato» pensò Rosalba. «Non ho sentito il banditore».
Di solito, con strade così affollate, Rosalba non si sarebbe mossa da casa: troppo grande la paura di inciampare, alla sua età sarebbe bastato un soffio di vento per scaraventare le ossa in fondo a una gradinata. Invece un’aria curiosa spingeva i suoi piedi tanto che, a un certo punto, si trovò in mezzo al corteo, a pochi passi da un uomo chiuso in un impermeabile, occhi chiari, testa calva, sguardo svagato, che agitava le braccia e indicava qualcosa in fondo alla via, proprio là dove la piazza finiva e la strada portava alla spianata della Martella.

Rosalba non era mai stata tanto di chiesa. E questa mancanza la conservò anche in quel momento, mentre sentiva che si stava compiendo la profezia annunciata dai genitori prima di morire e pensava che forse Cristo sarebbe venuto davvero a misurare il tempo con una bilancia a due piatti, uno leggero e l'altro pesante. Si diede coraggio e si infilò sotto le gambe delle persone. «Io non so voi chi siete» disse quando si trovò a tu per tu con il forestiero avvolto nell’impermeabile, «ma mi hanno detto che dovrà passare Cristo da queste parti. Ditemi se siete voi».

L'uomo aveva una faccia divertita e, non appena sorrise, gli si gonfiarono le guance come a un bambolotto. Sorrise anche chi gli stava intorno, tutta gente di carne gentile, pensò Rosalba, armata di penne, squadre e taccuini, con un fascio di fogli arrotolati sotto il braccio. «Chi vi ha detto che deve passare Cristo?» domandò il forestiero. «La buonanima di mio padre e mia madre», rispose Rosalba. Il forestiero alzò il braccio e indicò la fila di materassi, catini, specchiere, letti, sacconi di pannocchie. «Sapete dove vanno?» e si fermò quel tanto per accertarsi che la vecchia capisse le sue parole. «Laggiù» e indicò la piazza da cui cominciava la spianata della Martella.

«Hanno appuntamento con Cristo?»
«Vanno alle case nuove. Abbiamo costruito un paese all’altro lato della collina, uguale al vostro. Non mancherà un posto anche per voi, se volete andarci a vivere».
«Ma ingegner Olivetti» si intromise uno di quei giovani che reggevano il fascio di carte arrotolate, «gli alloggi sono tutti occupati, non abbiamo più spazio».
L’ingegnere non rispose perché aveva già la testa altrove, guardava il corteo, si abbandonava al piacere che le famiglie presto avrebbero scordato i tuguri dove avevano abitato fino a quel giorno. E si allontanò. Rosalba comprese poco o nulla di quel che stesse accadendo e fu allora che decise di non parlare più. Cercò il punto migliore in cui fermarsi a guardare, sopra un’altura, e sedette su una pietra. Non bastò un giorno per mettere fine all’esodo di materassi e di letti, forse trascorse una settimana, forse due, ma alla fine il frastuono di voci e di rumori si placò e sulla spianata della Martella ogni famiglia trovò l'abitazione che cercava, mise al riparo la proprietà e, almeno nei primi tempi, si diede un contegno di silenzio. Per giorni dalle finestre uscì la voce dei televisori accesi e qualche rimprovero, ma nulla di chiassoso o di sguaiato. Poi però, non appena l’ingegnere andò via, ripresero le liti di vicinato, riaffiorarono i rancori, tornarono le minacce. Qualcuno, per fare dispetto ai dirimpettai, tagliò le corde dove stendere i panni, qualcun altro rovinò i gerani, altri piantarono i chiodi negli alberi lungo i marciapiedi. E un passo alla volta la spianata della Martella prese i difetti della vecchia città.

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Rosalba non si mosse dalla pietra su cui stava seduta e non rispondeva mai a chi passava da quelle parti e chiedeva cosa ci fosse di così importante da ammirare. Continuava a non capire se fosse o non fosse giunta l'ora in cui Cristo doveva comparire con la bilancia in mano. Arrivò il tempo in cui gli abitanti della spianata, chi per delusione, chi per disperazione, abbandonarono la Martella e si trasferirono altrove, ma pensarono bene di non dirlo a nessuno. Le case si svuotarono e le strade diventarono un territorio di caccia per cani randagi. Rosalba si convinse che era venuta la sua ora e si preparò a mettere sulla bilancia il peso dei giorni e la leggerezza delle notti. Ma anche allora Cristo non si fece vedere. Tutto ciò che si muoveva, in quel mondo di solitudine, era il vento che zigzagava tra le finestre, muoveva le antenne dei televisori, spalancava i frigoriferi e l'aria gelida che usciva, mescolata alla voce di una radio rimasta accesa, si cambiava in neve. Venne il freddo, venne l'inverno, ma l’attesa di Rosalba non pareva destinata a finire. Lei però fu fortunata a non accorgersene. La sua pelle, le sue ossa erano diventate insensibili, silenzio nel silenzio, pietra tra le pietre.

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