ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIntervista / Lo scenario a

«A Milano una chimica unica, deve diventare una metropoli»

di Giovanna Mancini

(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

A Milano c’è qualcosa di unico, che proviene dalla sua storia e ancora resiste: la presenza di un’imprenditoria capace e coraggiosa, di un mondo della formazione e della ricerca all’avanguardia e di una borghesia giovane e internazionale, aperta al mondo. Una «chimica formidabile», dice l’architetto Stefano Boeri, presidente della Triennale, che non si trova in nessuna delle altre (reali o presunte) capitali mondiali del design, come Londra, Parigi, Colonia, Stoccolma o Shanghai.

Questo sistema è sopravvissuto ai colpi della pandemia?
All’inizio ho avuto paura, perché Milano è una piccola metropoli, densamente popolata, perciò temevo che la diluizione di umanità necessaria ad arginare la pandemia potesse fare più male alla nostra città rispetto ad altre, più estese. Invece, nonostante le difficoltà e la sofferenza subite, c’è stata una grande capacità di reazione. Il Supersalone del mobile dello scorso settembre, di cui sono stato curatore, ne è un esempio. È stata un’esperienza incredibile: ricordo la festa che abbiamo fatto qui in Triennale per l’apertura e poi l’inaugurazione, dopo tanti sforzi e difficoltà. Quel giorno ho capito che Milano stava ripartendo, che siamo una città formidabile, dove ancora esistono reti tra le imprese, le famiglie e il terzo settore.

Loading...

Il mondo però è cambiato. Come innovarsi per mantenere il ruolo di capitale del design?
Negli anni ’60 giovani progettisti come Richard Sapper o Bob Noorda venivano qui per incontrare i grandi maestri del design e poi si fermavano. Oggi il rischio è che Milano, sebbene sia ancora attrattiva per studenti da tutto il mondo, non sia più in grado di trattenerli. E non per mancanza di offerta di formazione o lavoro di qualità, anzi, ma perché sta diventando troppo cara: i costi per affittare uno spazio in cui fare un laboratorio o una piccola officina sono insostenibili. Lo vedo anche tra i miei studenti: insegno al quarto e quinto anno del Master del Politecnico e, su 80 ragazzi, più di 70 sono stranieri. Molti vorrebbero restare al termine degli studi, perché si innamorano della città, ma non ci riescono e quasi tutti se ne vanno altrove, a Berlino, Barcellona o Francoforte per esempio. Milano non può accettare di avere i costi di Londra o Parigi. Se perdiamo i giovani, con loro perdiamo anche la creatività e l’apertura al mondo.

Cosa suggerisce di fare?
Oggi Milano deve pensarsi come una metropoli anche dal punto di vista geografico. Lo è già come varietà di eccellenze, come intensità di esperienze e di scambi culturali, ma geograficamente è ancora stretta in confini comunali limitati. Se invece cominciasse a immaginarsi sulla scala della sua area metropolitana, con 133 Comuni da Nord a Sud, diventerebbe una metropoli più interessante, perché questi centri dell’hinterland sono spesso luoghi con una qualità della vita elevata, dove i prezzi sono inferiori, con una presenza di centri storici e spazi verdi. Dovremmo riuscire a raccontare al mondo questa Milano, che attorno a sé ha un sistema di piccoli Comuni che la metropoli deve sentire come sue parti integranti. È un tema politico e culturale: la città ha ancora un suo senso e una sua attrattività se si riconosce come arcipelago di quartieri e di borghi.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti