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A Milano e Parigi stop alle passerelle: così il digitale può preservare il rito

Format virtuali indispensabili, ma è importante trovare formule che esaltino la creatività e che lo stop sia momentaneo perchè la dimensione fisica dello show è insostituibile

di Angelo Flaccavento

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L'illustrazione di Eilsa Seitzinger per la cover dello speciale Moda sfilate donna del Sole 24 Ore, febbraio 2020

Format virtuali indispensabili, ma è importante trovare formule che esaltino la creatività e che lo stop sia momentaneo perchè la dimensione fisica dello show è insostituibile


2' di lettura

Mercoledí, in rapida sequenza, la Camera Nazionale della Moda Italiana e la Fédération de la Haute Couture et de la Mode francese hanno annunciato fashion week digitali per luglio - collezioni uomo e precollezioni donna a Milano, collezioni uomo e basta a Parigi.

I francesi sono arrivati secondi e presentano per primi, ma queste sono scaramucce tra vicini. In entrambi i casi, ed è questo che importa, i format virtuali, che quindi prevedono la fruizione in remoto, saranno strutturati intorno a un calendario con slot precisi, governati da una logica di fashion week. Il comunicato di Cnmi, oltre agli showcase e backstage del caso, parla anche di lectio magistralis - far la lezione e in genere moralizzare ex cathedra è un vizio italico di vecchia data, anche quando ci azzecca a stento. I parigini inclinano solo verso creative film e video.


Viste le restrizioni attualmente in atto, la virtualizzazione degli eventi modaioli pareva già da tempo l'unica via percorribile. L'altra era la cancellazione tout court delle fashion week stesse, ipotesi impensabile. Escludendo gli addetti ai lavori e il gotha allargato - celebrity e influencer vari e intrusi glitterati, non sempre o quasi mai necessari alla sfilata in quanto seduta di lavoro - la moda è già fruita in larga parte in formato digitale, quindi ben venga lo switch. A patto che sia momentaneo e a patto che il modello scelto e condiviso non sia la sfilata ripresa in una stanza priva di pubblico. Se digitale e virtuale deve essere, che si esplorino in lungo e in largo le specificità e possibilità creative del mezzo.

Alessandro Sartori, per Zegna, parla - l'annuncio è del 26 aprile scorso, in anticipo su tutto - di phygital, crasi di fisico e digitale, ovvero di un misto di riprese live e filmato creativo. Di più al momento non è dato sapere, ma l'idea intriga. Di certo un film può consentire zoomate ed excursus sui dettagli che in sfilata sfuggono, e ampliare ad effetto il portato narrativo che è veicolo di comunicazione fondamentale per la moda di oggi.
C'è da impegnarsi però perchè la virtualizzazione non sia scelta definitiva. I vestiti sono oggetti vivi, e vanno letti dal vivo: la dimensione fisica dello show è imprescindibile. Bastano anche quattro sedie in una stanza. La parcellizzazione della visione virtuale, invece, rifiuta il rito, favorisce la distrazione, sposta l'attenzione dall'abito al racconto - ancora più di quanto sia successo in anni recenti con i megashow faraonici - cancella la socialità e lo scambio di idee che arricchiscono e animano il momento performativo.

Se è vero che il distanziamento ha prodotto, per contrappasso, un bisogno di cose vere e autentiche, il digitale potrebbe però essere di aiuto proprio in questo senso: come amplificatore spettacolare e immaginifico di eventi reali che invece sarebbe meglio tornassero più piccoli e concentrati. In questo modo si realizzerebbe il tanto necessario ridimensionamento schivando la decrescita reazionaria, il ritorno ad un passato mitico ma, appunto, passato. La digitalizzazione totale, invece, è ottusa e insensibile come l'ennesima lectio magistralis servita dagli illuminati agli ignoranti. Sa di futuro posticcio.

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