tra natura, storia e letteratura

A Montecristo, l’isola che affascinò Dumas

Le sensazioni ancestrali, tra sentieri impervi e rocce di granito, di un luogo immortale grazie all’opera dell’autore francese

di Eliana Di Caro

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Riserva naturale. L’isola di Montecristo vista mentre vi si arriva da Porto Azzurro, uno dei comuni a sud dell’isola d’Elba (Foto di Eliana Di Caro)

Le sensazioni ancestrali, tra sentieri impervi e rocce di granito, di un luogo immortale grazie all’opera dell’autore francese


4' di lettura

L’emozione sale, mano a mano che ci si avvicina in barca da Porto Azzurro, sud est dell’Elba. Lo sguardo abbandona sulla destra la costa di Capoliveri (con il paese arroccato in alto), poi incontra il sinuoso profilo della Corsica davanti al quale è adagiata Pianosa. Sulla sinistra corre la linea del “continente” e, dopo un po’, si scorge la dolce ondulazione dell’isola del Giglio. Ma a un certo punto una specie di piramide scura in mezzo al mare, brulla, selvatica, reclama l’attenzione tutta per sé.

Si capisce subito come l’isola di Montecristo, 645 metri d’altezza, la più lontana dalla terraferma, abbia affascinato Alexandre Dumas che ne fa descrizioni perfette, a più riprese. Eppure lui non era potuto sbarcare nello splendore silenzioso di Cala Maestra ritrovandosi ai piedi «delle rocce accatastate di quel secondo Pelio», altrimenti gli sarebbe poi toccata la quarantena.

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Inizia, con una guida che conduce i visitatori muniti di scarpe da trekking, il percorso verso il monastero di San Mamiliano, il vescovo di Palermo che nel V secolo dopo Cristo approdò qui per sfuggire ai Vandali e che con ogni probabilità ha ispirato il personaggio dell’abate Farìa - centrale nell’opera del prolifico autore francese - e la storia delle monete d’oro custodite negli anni.

Inerpicarsi non è semplice: il sentiero è delineato ma spesso si perde tra l’erica, il rosmarino e il cisto che improvvisamente si infittiscono, saturando l’aria di un profumo intenso e stordente. A tratti si procede quasi a tentoni sulle pareti di granito, allisciate - e anche schiarite - dalla pioggia e dal vento.

La guida del Parco nazionale dell’arcipelago toscano, l’ente che cura questo territorio con amore e intransigenza (niente bagni, niente bar o punti di ristoro, niente presidi medici: nulla e nessuno salvo le guardie forestali cui spetta il controllo della superficie di 10,4 chilometri quadrati) si sofferma sulle caratteristiche geologiche dell’isola, raccontando di «un plutone magmatico intrusivo che si formò sette milioni di anni fa», ricoperto da una bassa macchia mediterranea, con pochi lecci raggruppati in cima.

Il vero simbolo di questo luogo, continua la guida in una sosta a strapiombo su un mare per il quale non esistono aggettivi efficaci, è la capra di Montecristo, portata qui da antichissimi navigatori. Ce ne sono sparse circa 240 e quando se ne avvistano un paio la mano cerca istintivamente il telefono per uno scatto: paiono stambecchi che, sotto il sole alto, si muovono leggiadri tra gli azzurri del cielo e dell’acqua. Mentre si procede, osservando sempre con attenzione il terreno nel timore delle vipere (altre ospiti diffuse nell’isola) si giunge al monastero, o meglio ai suoi resti dopo la distruzione del pirata turco Dragut nel 1553. La pendenza regala una vista incantevole, le pietre scarne della struttura si inseriscono naturalmente nel paesaggio, in un’atmosfera da finis terrae.

Ci si ferma a mangiare qualcosa, è la pausa più lunga nel corso delle tre ore e mezza di escursione. E tornano alla mente le vicende, sottotraccia durante tutto il percorso, di Edmond Dantès e dell’ingiustizia subita, dei quattordici anni rinchiuso nelle segrete dello Château d’If per l’accusa inventata a tavolino dall’invidioso Danglars con la complicità dei vili Mondego e Caderousse, poi ratificata dal malvagio procuratore del re Villefort: l’accusa di essersi fatto tramite di un complotto bonapartista ai danni di Luigi XVIII. Bonaparte, già. A un’ora e mezza da Montecristo, Napoleone visse 10 mesi, confinato all’Elba dal 4 maggio 1814 alla fine del successivo febbraio.

Da Montecristo all’Elba, la grande bellezza

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Dumas ne aveva conosciuto il fratello, Jérôme, il quale nel 1842 gli chiese di accompagnare il proprio figlio, il giovane principe Napoleone Giuseppe Carlo, nei luoghi dell’esilio del celebre zio. Luoghi tutt’oggi visitabili, come le residenze in cui Napoleone ha vissuto - quella nel centro di Portoferraio e la maison rustique di San Martino - , il teatro che fece realizzare in una chiesa sconsacrata, la fonte dove amava fermarsi (naturalmente intitolata a lui), la Madonna del Monte da cui contemplava le sfumature dell’orizzonte.

Al di là di questi posti, il lascito di Bonaparte all’Elba si misura anche in altro, come spiega Gloria Peria, direttrice degli archivi associati dei Comuni elbani: con orgoglio mostra documenti preziosi che attestano la modernità dell’imperatore. «Il codice civile che permetteva il divorzio, l’istituzione delle scuole di secondo grado, l’obbligatorietà del vaccino contro il vaiolo, la prima Doc che tutelava e valorizzava il vino dell’Elba sono solo alcuni degli esempi di una visione straordinariamente avanzata», sottolinea la storica. Ha ragione Michele Mari, quando, nella prefazione all’edizione Einaudi 2014 del Conte di Montecristo, scrive che è «impossibile non vedere, nel ritorno di Dantès e nella punizione dei colpevoli il sogno del bonapartismo, il ritorno dell’uomo eccezionale dall’esilio e dal mare, il “raddrizzamento” della Francia».

Il romanzo fu pubblicato a puntate a partire dall’agosto del 1844 sul «Journal des Débats». Il successo fu immediato e planetario: «Veniva letto persino alle sigaraie dell’Avana, durante il loro lavoro: aspettavano l’appuntamento settimanale e intanto creavano i pregiati sigari Montecristo», racconta Giuseppe Battaglini, direttore del Centro studi napoleonici dell’Elba.

Rientrando a Porto Azzurro, non ci si stanca di guardare “la piramide” che si rimpicciolisce sempre più e che si ha l’illusione di conoscere. Poco rimane, nei pensieri del visitatore, della villa Reale, fatta costruire nel 1852 dallo scozzese George Watson Taylor (cui fu riconosciuto il titolo di “Conte di Montecristo”), poi acquisita da Vittorio Emanuele III, e dopo altri passaggi divenuta riserva naturale integrale dello Stato. Si torna sulla terraferma carichi di sensazioni ancestrali, ancora colmi di stupore di fronte all’unione tra montagna, mare e storia.

eliana.dicaro@ilsole24ore.com

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