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A Novara lo studio che osserva l’invecchiamento delle persone

Il progetto vuole esaminare nel tempo salute, abitudini e stili di vita di 10mila cittadini
Paola Capello: «I dati avranno un'importanza enorme per determinare politiche sociali e sanitarie»

di Carlo Andrea Finotto

Campioni. All'Upo Biobank viene conservato il materiale biologico prelevato nell'ambito delle attività di ricerca

4' di lettura

Monitorare l’invecchiamento delle persone raccogliendo dati attraverso esami di laboratorio, clinici e questionari mirati e seguendo l’evoluzione del loro stato di salute nel tempo. È, in sintesi, l’obiettivo del progetto “Novara Cohort Study” lanciato dall’Università del Piemonte Orientale. L’ambizione è di arrivare a coinvolgere 10mila cittadini.

«Il progetto è partito ufficialmente l’1 ottobre scorso e ha già ricevuto più di 200 domande di partecipazione. Stiamo iniziando a eseguire i test e, parallelamente, a esaminare il materiale biologico raccolto. In questo momento stiamo portando avanti uno studio pilota che coinvolgerà i primi 50 partecipanti entro la fine dell’anno». A snocciolare i primi dati è Daniela Capello, coordinatrice di questo studio che, attraverso la partecipazione attiva della popolazione novarese, mira ad identificare caratteristiche biologiche e stili di vita associati a un invecchiamento sano o a un invecchiamento patologico.

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«Da gennaio – spiega Capello – il progetto procederà in maniera intensiva: prevediamo di accogliere 5-6 persone al giorno con un’attività che coinvolge un medico, 4 infermieri, due assistenti per la compilazione dei questionari e 3 tecnici di laboratorio per l’esame dei campioni raccolti. Dietro le quinte, poi, lavora un’altra decina di ricercatori per l’analisi dei dati e la costruzione del database. In tutto possiamo considerare una ventina di persone».

Tutto ha inizio nel 2018 quando il dipartimento di medicina traslazionale dell’Università del Piemonte Orientale (Upo) riceve un finanziamento come dipartimento di eccellenza per gli studi sull’invecchiamento. Si tratta di 7,5 milioni di euro che vengono suddivisi in varie aree di ricerca: interventi sul territorio, infermieristica, master, nuove posizioni per ricercatori. «Il via vero e proprio avviene a inizio 2020 – chiarisce la coordinatrice del progetto Novara Cohort Study – grazie alle risorse disponibili viene concretizzata l’idea del monitoraggio della popolazione e si procede all’allestimento della biobanca». Quest’ultimo elemento è un tassello fondamentale: si tratta di uno strumento di ricerca senza scopo di lucro che raccoglie tutto il materiale biologico e le informazioni sugli stili di vita, la storia familiare, il lavoro, gli hobby forniti sia dai pazienti arruolati negli ospedali o negli ambulatori per ambiti specifici di malattia, sia dalla popolazione che decide di sostenere il progetto partecipandovi.

«La risposta che stiamo osservando era il sogno della vigilia – dice Daniela Capello – non sappiamo se sia un maggiore livello di sensibilità sviluppato in conseguenza della pandemia, sta di fatto che riscontriamo grande interesse e voglia di partecipare con senso di responsabilità. È probabile che i cittadini abbiano percepito di essere soggetti attivi e propositivi, non soltanto dei puri oggetti di ricerca. E che abbiano capito che i dati che raccogliamo non hanno solo una valenza scientifica ma rivestono una grande importanza per le istituzioni e le politiche sociali e sanitarie del futuro».

Per ora la partecipazione al progetto è lasciata alla libera adesione, mentre in una seconda fase è possibile che si decida di inviare un invito specifico alla popolazione in base alle diverse fasce di età. La raccolta di informazioni e campioni al momento parte dai 35 anni di età, «scelta - chiarisce Capello – perché è già un’età adulta ma anche ancora giovane. Idealmente, si dovrebbe partire dai bambini, tuttavia al momento le risorse a disposizione non lo consentono».

Oltre al finanziamento iniziale lo studio ha ricevuto sostegno e risorse per 300mila euro grazie al Pnrr, per 40mila euro dai fondi del Piano operativo salute del governo e poi contributi dalla Fondazione Comunità Novarese, dal Rotary Club Valticino e dal Rotary interregionale.

Il progetto punta da un lato a raggiungere il target di 10mila soggetti coinvolti nell’arco di 5-6 anni, e dall’altro a proseguire regolarmente e progressivamente il monitoraggio di ciascuna persona coinvolta. «Nel tempo si possono studiare le traiettorie di invecchiamento, se le persone incorrono in eventi di malattia o morte o se c’è un invecchiamento in salute. È importante capire cosa può essere associato a queste traiettorie, per identificare marker predittivi su cui intervenire per tempo e prevenire certi tipi di problematiche».

Anche per questo il coinvolgimento di ospedale, Asl di Novara, medici di famiglia è fondamentale. Ma altrettanto importante è poter contare su risorse certe: secondo la coordinatrice serviranno circa 200 - 250mila euro all’anno per poter proseguire con regolarità: «Stiamo dando vita a un’indagine in profondità sulla società del territorio, con un valore etico, sanitario ed economico, che può inoltre avere importanti ricadute potenziali per i settori impegnati nella ricerca e sviluppo di kit diagnostici e farmaci più efficaci ».

La struttura
Upo Biobank, un'eccellenza per un milione di campioni
Un laboratorio dove viene processato il materiale biologico, un altro per la preparazione dei campioni biologici, una sala criogenica di 136 metri quadrati dove sono presenti congelatori meccanici a -20° C e a -80° C, e contenitori per azoto liquido a -196° C, con una capienza massima di 12 contenitori criogenici che possono contenere fino ad un milione di campioni. È questa, concretamente Upo Biobank, l'infrastruttura dell'Università del Piemonte Orientale nata nell'aprile del 2020 , per raccogliere i campioni biologici dei pazienti affetti da Sars-CoV-2 (quello comunemente chiamato covid). Fisicamente, la biobanca è situata nella sede del Caad - il Centro di Ricerca Traslazionale sulle Malattie Autoimmuni e Allergiche, un'altra delle eccellenze dell'Upo - e dall'inizio dell'attività ha coinvolto circa un migliaio di cittadini. Upo Biobank ricopre un ruolo importante almeno su tre fronti: il primo è quello di “biobanca di malattia multispecialistica” che prevede l'utilizzo dei campioni e dei dati di individui affetti da una determinata patologia per trovare strategie diagnostiche e terapeutiche efficaci, e per identificare precocemente i soggetti suscettibili di sviluppare la malattia in forma grave. Il secondo ruolo è quello legato al progetto Novara Cohort Study: come “biobanca di popolazione”, i dati estratti dai campioni biologici degli individui (sani e non) vengono messi in relazione con dati di tipo socio-economico per studiare i processi di invecchiamento della popolazione. Il terzo riguarda la partecipazione all'Italian Genome Project, un progetto per ricostruire la composizione genetica della popolazione italiana.

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