VIAGGIO NEL MEZZOGIORNO

A Palermo in 200mila senza reddito, ma il numero degli abitanti cresce

Il problema è nei giovani tra 18 e 35 anni: dal 2012 sono partiti in 12mila. Nel distretto industriale palermitano, Pmi scese da 300 a settanta

di Nino Amadore


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(Marka)

4' di lettura

C’è chi è partito per Londra per andare a trovare la figlia che da qualche anno lavora lì. Chi invece ha già staccato il biglietto per Barcellona: una settimana da trascorrere con il figlio che, dice in un palermitano antico ma sempre attuale, «si è impiegato lì». Storie di ordinaria vacanza di famiglie palermitane che rinunciano al mare di Mondello per trascorrere un po’ di tempo con i pargoli, ormai grandi, laureati brillantemente, magari in carriera in una multinazionale. Sono 12.145 i palermitani tra i 18 e i 35 anni che tra il 2012 e i primi mesi di quest’anno hanno lasciato Palermo: una flessione secca, in questa fascia d’età, dell’8 per cento.

C’è chi la chiama emigrazione, intellettuale certo ma pur sempre emigrazione, chi invece mobilità. Come il sindaco di Palermo Leoluca Orlando: «Io - dice - spingo i giovani ad andarsene. Perché mi sono rotto dei genitori che dicono: mio figlio se ne va. E cosa dobbiamo fare? Lasciarlo qui insieme alla zia Pina? A pigliarsi un gelato al baretto? Dove deve andare? Io spingo i giovani ad andar via e poi dico: Palermo è cambiata potete tornare. Oggi se a Palermo uno parla bene un’altra lingua, diversa dall’italiano, trova lavoro. Garantito. Io non so: forse farà l’amministratore delegato della General Motors o il distributore di volantini al Porto di Palermo ma un lavoro lo trova. Se è laureato non è detto che trova lavoro. Noi stiamo assistendo a un fenomeno che è straordinario: tantissimi giovani che stanno tornando».

Per capire se e quanto sia vero quello che dice il sindaco bisognerà aspettare: per il momento i dati (Istat) ci dicono che tra il 2012 e il 2019 i residenti a Palermo sono aumentati (da 656.829 a 663.401) ma certamente non sono aumentati i giovani. Che vanno via per cercare lavoro o per studiare: «Devo dire - spiega il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari - che noi non abbiamo registrato cali di iscrizione. Sono spesso i ragazzi dell’agrigentino e del trapanese che scelgono spesso di andare a studiare altrove, magari al Nord ed è per questo che stiamo potenziando i corsi di studio nelle sedi decentrate. Altro discorso è quello che riguarda le iscrizioni alla specialistica: spesso i ragazzi scelgono di completare il ciclo di studi in altre università soprattutto in quelle aree in cui sono presenti aziende importanti». Ecco il punto: in un’ipotetico derby con Catania su questo fronte Palermo perderebbe alla grande perché all’ombra dell’Etna sono insediate da anni le multinazionali (da StM per l’elettronica a Pfizer per la farmaceutica e così via) e cresce un ecosistema delle startup grazie anche agli stimoli dei colossi nostrani come Tim e Enel. Nel palermitano è fallita miseramente l’anno scorso Mosaicoon, quella che sembra essere ormai una scale up votata al successo e portata a esempio di un settore in grande spolvero come il digitale. Dopo la chiusura c’è stata la diaspora degli ex dipendenti Mosaicoon e oggi a Palermo, nonostante la fame di lavoro, diventa difficile trovare bravi programmatori: «È davvero complicato trovare figure qualificate - dice Biagio Semilia, fondatore di Digitrend (pubblicità, data driven e digital trasformation) con tassi di crescita a due zeri -. Perché? Non saprei. Forse i pochi che ci sono, almeno a Palermo, hanno già un impiego soddisfacente oppure, come mi è capitato di verificare, i più qualificati puntano ad andare a lavorare al Nord».

Un’eccezione che però conferma la regola di una disoccupazione che resta alta. L’ultimo dato fornito dall’Ufficio statistica del Comune (riferito al 2018) parla di un tasso di disoccupazione al 17,4% in lieve miglioramento sul 2017 ma con un incremento del 2,6% rispetto al 2008. Quello dei dati e delle rilevazioni statistiche in una città come Palermo rischia di rimanere un puro esercizio di stile. Si prendano i dati dei redditi, quelli ufficiali che si possono trovare sul sito del Mef: nel 2017 358.476 palermitani hanno presentato la dichiarazione con redditi totali per poco più di 6,914 miliardi e dunque un reddito medio per contribuente pari a 19.288 euro. La questione però è anche un’altra: dividendo l’ammontare complessivo del reddito per i residenti (673.735) si ottiene una media di 10.263 euro. Ma non è finita qui: i residenti con oltre 18 anni di età nel 2017 erano 556.734 e se sottraiamo a questi i 358.476 che hanno presentato la dichiarazione dei redditi vediamo che 198.258 palermitani non hanno presentato alcuna dichiarazione. O non hanno redditi oppure li hanno ma non hanno alcuna intenzione di comunicarli al fisco. Fate voi.

La verità è che bisogna interrogarsi sul modello economico di questa città. L’amministrazione comunale è certo soddisfatta (dei risultati sul fronte del turismo e una certa dinamicità del centro storico spinge all’ottimismo. ma sappiamo (e lo sa anche il sindaco) che non è tutto oro quello che luccica: «Probabilmente c’è molto sommerso - dice Adam Asmundo, docente di Economia dello sviluppo all?Università di Palermo - . In questi anni molto risparmio è finito nella rendita urbana, è cresciuto il food e wine, sono aumentate le ristrutturazioni ». Il tutto mentre cadevano pezzo per pezzo le industrie e non solo quelle grandi come Fiat che per la verità ha solo deciso di andare via da Termini Imerese lasciando orfana un’intera isola e non solo l’area del palermitano.

 Secondo stime nelle tre aree industriali (Termini Imerese appunto, Brancaccio ormai nel cuore della città e Carini a una trentina di chilometri dal capoluogo) in dieci anni le imprese manifatturiere sono passate da 300 a 70, alcune delle quali anche brillanti ma certamente poche. «Brancaccio è ormai inglobata nel tessuto urbano - dice Alessandro Albanese, vicepresidente vicario di Sicindustria e presidente della Camera di commercio di Palermo - molte aree sono finte alle municipalizzate di Palermo che ne hanno fatto ben poco: oggi vi sono 8 aziende storiche ma un tempo erano 60. A Termini Imerese sappiamo come è finita con la vicenda Blutec: è necessario riavviare un’azione di marketing dopo il fallimento dell’azione di Invitalia. Ma è anche necessario avviare l’infrastrutturazione di cui si parla da anni. L’incubatore di imprese (sempre Invitalia) non è mai partito. A termini manca la fibra mentre a Carini manca la rete del metano. E poi pensiamo sia il caso di smetterla di utilizzare gli ammortizzatori sociali per accompagnare la gente alla pensione: quello che serve è il lavoro».

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