sfilate

A Parigi è tempo di trasgressione

di Angelo Flaccavento

Da sinistra: Louis Vuitton. Alleanza con un marchio accessibile, Miyake. Blu elettrico, ponte tra passato efuturo, Rick Owens. Gioco di assemblaggi e torsioni, Balenciaga. Il branding come provocazione artistica

3' di lettura

Il mondo sta veramente andando a rotoli. Populismi d’ogni sorta e gravità avanzano per ogni dove, mentre paure e incertezze definiscono lo scenario allargato della vita quotidiana. L’oscurantismo si impone minaccioso, perchè la nozione generale di cultura - quella imposta dall’alto e diretta dai poteri forti - fa enormi e tangibili passi indietro, invece che avanti, in barba alla convinzione utopista e illuminista che il progresso sia una freccia scagliata dai recessi bui della storia al fulgore del più luminoso futuro. La soluzione? Ribellarsi.

Sottrarsi alla status quo e riscrivere le regole, ad esclusivo uso personale. Un po’ come avvenne tra la fine degli anni Sessanta e il primo lustro dei Settanta, con la contestazione prima e poi con l’esplosione di edonismo festaiolo e di trasgressione - sessuale, in primis - che hanno dato a quell’epoca un carattere irripetibile e indimenticabile. Non sorprende che gli anni liberati e libertini siano un punto di riferimento costante questa stagione: se ribellarsi è sempre più difficile, ci si può almeno vestire da trasgressori, ricordando che in fondo anche l’estetico è politico, e che quanto appare superficiale incide invece nel profondo i modi e le percezioni di un’epoca. Se a Milano i sessantottini sono apparsi, pedissequamente, sessantottini, compresi i velluti a coste e i parka, a Parigi il livello di rielaborazione è alto, e l’immaginazione si scatena. Nelle mani immaginifiche e brutali di Rick Owens detona proprio, esplodendo in un irresistibile baccanale di forme scultoree, avvolgimenti dionisiaci e pallori da notte glitterata dei morti viventi. Il titolo scelto da Owens per la prova è proprio Glitter: una allusione aperta al deboscio degli anni in cui sperimentare con tutto era lecito e i bigotti e benpensanti stavano tra gli sconfitti non, come oggi, in prima fila sul carro dei vincitori. Ma Owens non è uno che fa le cose alla lettera. Di quell’epoca carpisce l’urgenza dirompente di scardinare ogni conformismo, lo slancio energico e spericolato verso l’ignoto, non le forme. Si scatena con una furia frivola e inesorabile, e giocando di assemblaggi, torsioni, piegature, crea silhouette che sarebbero piaciute al pittore Zurbaran, se mai avesse ritratto i mostruosi avventori del Tabboo di Leigh Bowery. Il risultato è un delirio intossicante e neobarocco, sotto il quale si nasconde la perfezione maniacale dei tagli, il gusto pittorico nell’accostare colori e materiali. Perchè, sia chiaro, anche la follia richiede metodo.

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Una vena potente di trasgressione sessuale percorre anche la collezione di Balenciaga, ma qui lo scenario è completamente diverso. Cinico e irridente come il Breat Easton Ellis di American Psycho, Demna Gvasalia, il direttore creativo, posa lo sguardo sulle abitudini personali e vestimentarie degli impiegati di Wall Street, e li segue in tutto l’arco della giornata, da quando indossano l’abito a quando vanno al club, mescolando le carte fino a far esplodere la pervesione. Ecco allora i cappotti marziali indossati senza pantaloni, solo con calzettoni alti e grandi stivali; ecco le magrezze estreme sottolineate dai pantaloni con la vita bassissima; ecco le camicie impilate sotto i pezzi street. Ecco, infine, al livello estremo dello sberleffo cinico, la felpa con il logo Kering spiattellato sopra, perchè oggi anche il branding è una forma artistica di provocazione, non solo di fidelizzazione. Lo sa bene Kim Jones, che da Louis Vuitton decide di unir le forze con Supreme - la couture dell’antimoda da skater - in una operazione diabolica di congiunzione di loghi e forze che susciterà appetiti famelici nel pubblico. Oggi va così: anche i marchi del lusso guardano a quel che piace sulla strada, corteggiando il pubblico con un prodotto più accessibile economicamente ma estremamente esclusivo quanto a tiratura. La formula funziona. La collezione è un’ode allo spirito multiculturale e collaborativo di New York, la metropoli delle metropoli, che si traduce in un senso di felice nonchalance, evidente nei volumi così come nell’assemblaggio spontaneo dei capi, con il rosso Supreme, sempre, a far da segno sugli accessori.

Da Issey Miyake la nota accesa è uno squillante blu elettrico, accento energizzante nell’impasto di grigi e toni foresta che crea un ponte tra il passato e il futuro, tra il mondo della natura e quello della metropoli. Yusuke Takahashi, designer della linea uomo, riesce nella difficile impresa di attualizzare l’eredità del grande Issey, cogliendone lo spirito per proiettarlo nel presente. Anche quando replica forme d’archivio, è fresco e innovativo, e questo è indice di grande valore.

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