le sfilate per la pe 2019

A Parigi la moda diventa show fra il rigore frenetico di Dior e il teatro barocco-underground di Gucci

di Angelo Flaccavento


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4' di lettura

Non c'è pace per il popolo della moda. Ufficialmente è l'ultimo giorno di Milano, ma bisogna già precipitarsi a Parigi per gli show di Gucci e Dior. In principio era stato il marchio fiorentino ad annunciare la sfilata di lunedì sera, eccezionalmente nella Ville Lumière, quindi extra moenia milanesi ma senza sovrapposizioni di sorta. Poco dopo la maison francese per antonomasia, cui nelle scorse stagioni è toccato l'onore dell'apertura delle danze, ha annunciato che avrebbe sfilato un giorno prima del solito, inaugurando a tutti gli effetti la kermesse parigina, in anticipo.

Il risultato è una tenzone di stile e di business che con effetto immediato decurta il calendario milanese di una mezza giornata abbondante. Un confronto che si svolge in terra francese, ma che paradossalmente oppone quattro italiani: i direttori creativi Maria Grazia Chiuri e Alessandro Michele e gli amministratori delegati Pietro Beccari e Marco Bizzarri. Dior versus Gucci, LVMH versus Kering. I contorni di quella che è la scena della moda contemporanea con i suoi conglomerati stritolanti, marketing imperante e trasmissione a ciclo continuo ci sono tutti.

Il terreno di confronto, qui, è a monte della transazione commerciale. È il perimetro sempre più spettacolare, esperienziale, magmatico e intossicante della sfilata di moda, forma conclamata di entertainment tout court, non più sessione di lavoro dedicata ai professionisti del settore. Nessuna economia di mezzi, e una urgenza inarrestabile di spettacolarizzare ibridando linguaggi sensazionali: Parigi parte con il botto; con spettacoli rutilanti più simili a performance che a fashion show, nei quali quindi i vestiti sono solo una delle mille variabili in gioco.

Maria Grazia Chiuri, da Dior, collabora con la coreografa Sharon Eyal immaginando un incastro tra balletto - se poi è questa la definizione adatta per descrivere una danza fisica, muscolare, flessuosa e viscerale - e sfilata. Le modelle attraversano l'immenso palco quadrato di legno nero mentre i danzatori si muovono in falangi sotto una pioggia di petali, nel buio pesto perforato da fasci di luce.

Il corpo liberato nei movimenti coreutici sottolinea e amplifica il senso di una collezione che nasce da uno sguardo sulla danza attraverso i secoli e le culture, della quale si carpiscono le fluidità e i volumi, il rigore e la frenesia. Si parte con tuniche ieratiche e pepli da ninfa e si finisce con i bermuda da hip hop, passando per Pina Baush e Marta Graham: un percorso a ostacoli come solo una mente contemporanea puó tracciare.
Un percorso al femminile come Chiuri si è imposta da inizio mandato. Poco cambia rispetto al codice che il direttore creativo ha settato per la casa, ossia la proposta di una femminilità flessuosa ma volitiva. A questo giro, forse, c'è più rigore, più sintesi: gli stessi che si possono respirare in una scuola di danza. C'è di certo una fluidità nuova che libera il corpo e i movimenti. Però manca un gesto stilistico forte, sicché la coreografia, alla fine, ruba la scena. “La storia viene da dentro il corpo” dice Sharon Eyak. Lo stesso vale per i vestiti; un monito che a Chiuri è stato utile e che potrà esserlo anche per sviluppi futuri del suo disegno di stile.

La scena - intesa come palcoscenico - è l'orizzonte ultimo della visione di Alessandro Michele per Gucci. Lo è in senso metaforico, vista l'esacerbata e innegabile teatralità di uno stile inteso ed esperito come inarresabile meticciato di epoche e culture, con un gusto sopraffino nell'incrociare alto e basso. Lo è, adesso, anche in senso letterale, perché la collezione sfila al Theatre le Palace: teatro di quartiere nella Parigi dei Grand Boulevards e poi, nei sotterranei, luogo mitico del deboscio notturno anni settanta-ottanta, epoca mitologica di divertimenti spensierati ed edonismo dionisiaco.

Alessandro Michele, in trasferta oltralpe, continua a cesellare, con un manierismo che dal barocco spumeggia e frivoleggia in rococò, con sciabordate compiaciute di kitsch, pop e trash, un cast di magnifici reietti, o, sono parole sue, un fluire di umanità, che dal foyer muove verso il palcoscenico: percorso inverso rispetto al solito, e per questo significativo, come a dire che la vita imita l'arte, o lo diventa. Lo show, stratificato come non mai, apre con un video di Leo De Bernardinis e Perla Peragallo, teatranti sperticati e sperimentali degli anni sessanta/settanta cui la collezione è dedicata, ed è interrotto a mezzo da una esibizione canora di Jane Birkin, mentre la colonna sonora mescola Callas e rumori del traffico, ovvia metafora del bello come rifugio dal caos del mondo.

I personaggi che solcano la platea per salire sul palco sono altrettanto stratificati, con quel gusto multistorico e divagante che di Michele è sigla. Il metodo e l'estetica sono noti, il risultato è familiare con una sterzata decisa verso il clubbing anni Ottanta, i languori sartoriali di Walter Albini, i classicismi da sciura e un po' di Krizia. Lo spettacolo è grandiosamente decadente, magnificanente futile: un apice dopo il quale potranno stare solo il cambianento o il declino. Al momento, non ci resta che godere di cotanta fantasia.

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