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A Parigi tra sperimentazione e gioia del vestirsi

In passerella sfila un Loewe rigoroso e frivolo, Balmain è nostalgico, Yamamoto viscerale, mentre Celine ritorna agli Settanta più vellutati e glitterati

di Angelo Flaccavento

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(AFP)

In passerella sfila un Loewe rigoroso e frivolo, Balmain è nostalgico, Yamamoto viscerale, mentre Celine ritorna agli Settanta più vellutati e glitterati


3' di lettura

Il piacere di giocare con la moda: un argomento a lungo trascurato - gli anni del bigiume brutalista e dello streetwear ne sono stata l'antitesi - che le sfilate parigine stanno riportando al centro del discorso. Gioco non come sventatezza, o non solo; piuttosto gioia del vestirsi, sperimentando liberamente con forme, materiali, colori.

Jonathan Anderson da Loewe è uno dei principali istigatori di questa new wave edonista. È insieme rigoroso e frivolo, austero e opulento, e si muove con una leggerezza piena di sostanza attraverso le epoche, le iconografie e le tecniche. La collezione è pervasa da un senso di grandeur borbonica, da una drammaticità di volumi profondamente spagnola - il rimando a Cristobal Balenciaga è pressoché automatico - tagliati con dosi abbondanti di astrazione formale alla giapponese, sicché non c'è nulla di letterale, solo magnifici detour intorno al corpo, con un rinnovato interesse per il punto vita.

Il risultato è vibrante: una rilettura della couture fatta di forme che flottano e fluttuano, di broccati che sbrilluccicano, di inserti di ceramica - opera dell'artista giapponese Takuro Kuwata - che sorreggono drappeggi bulbosi. La prova segna anche un momento di passaggio per Anderson, che evita la formula e abbandona i territori organici e tattili del recente passato per portare Loewe in una direzione più opulenta, se si vuole anche pomposa, senza rinunciare alla crudezza che sbilancia tutto aggiungendo modernità.

Oliver Rousteing è un nostalgico: il suo Balmain affonda invariabilmente le radici nell'estetica degli anni Ottanta, al massimo primi Novanta, epoca di splendore inarrivabile, di un apogeo irripetibile e per questo mitizzato. Ma la sua è una nostalgia vitale ed energetica, non malinconica. Le mantelle, i blazer doppiopetto con i bottoni quadrati, le jupe coulotte richiamano quel periodo, ma sono pensate per le donne di oggi, un po' più indaffarate, glamourose ma non aerografate dentro ogni look. È una svolta per Balmain: meno bling bling più concretezza, perché, dice Rousteing «di giacche ne vendo tante, anche più degli abiti ricamati».

Si evolve anche Nina Ricci, dove Rushemy Botter e Lisi Herrebrugh, pur mantenendo il tocco un po' scolastico che li contraddistingue, trovano morbidezza e leggerezza, di colori e di forme. Il lavoro da fare è ancora molto, ma la collezione appare come un nuovo inizio - cappelli cartoon a parte.

Il gioco può anche essere ripetizione infinita, modulazione sottile di motivi e temi che ritornano, a patto di giocarlo con trasporto invece che con cinismo. Yohji Yamamoto, ad esempio, è da sempre fedele a se stesso, al nero e alla decostruzione romantica. Ogni volta, seduti su scomodissime seggiole di legno, si assiste a parate sonnolente che poco sembrano cambiare da una stagione all'altra e che invece segnano tappe di una evoluzione che è insieme punk e poetica.

A questo giro Yamamoto rifà se stesso, senza compiacimenti, viscerale più che mai. Sferra un attacco al diciannovesimo secolo - panier, crinoline - come già fece nei tardi anni Ottanta, e il risultato è vero, pieno di pathos, toccante.

Non tocca per niente, invece, il freddo Hedi Slimane, che da Celine pare impegnato in una missione suicida per non spostarsi di un millimetro da dove è già. Sono ancora i Settanta, più vellutati e glitterati forse, ma in sostanza sempre uguali, a ispirarlo nell'ennesimo excursus tra silhouette ultrasmilze, vestine borghesi e bluse con il fiocco, con l'aggiunta che adesso tutto è unisex, borse incluse - la sfilata è co-ed. Il buon prodotto non manca, ma lo show è cosí monocorde da risultare noioso. Senza cambiamento, la moda si secca e muore. Anche la vita, a dire il vero.
(af)

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