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«A rischio la filiera del food italiano» Importatori Usa contro i nuovi dazi

Per gli operatori inevitabili la chiusura di molte aziende o rincari per i consumatori. In 24mila hanno espresso il loro parere rispondendo a una consultazione online

di Laura La Posta

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Il magazzino di stagionatura del Consorzio Monti Trentini

Per gli operatori inevitabili la chiusura di molte aziende o rincari per i consumatori. In 24mila hanno espresso il loro parere rispondendo a una consultazione online


3' di lettura

NEW YORK - No a nuovi dazi su prodotti food & wine italiani, dopo quelli addizionali del 25% applicati dal 18 ottobre scorso su formaggi, salumi e liquori (rincarati rispetto a quelli già applicati su alcuni beni, come i formaggi) e in previsione di una possibile nuova estensione delle tariffe doganali paventata entro il 15 febbraio. Gli americani che lavorano orgogliosamente con prodotti made in Italy chiedono a gran voce al loro Governo di non calcare la mano, pena la chiusura di molte aziende Usa o rincari inaccettabili per i consumatori locali.

È questa la risposta emersa negli Stati Uniti alle nuove minacce di ritorsioni commerciali che stavolta potrebbero riguardare olio, vino, pasta, caffè, biscotti, dopo i dazi imposti su 47 prodotti food italiani (per un valore teorico di 117,1 milioni, se si confermasse un export da 468,5 milioni come quello registrato dall'Ice nel 2018). Dazi che, peraltro, potrebbero essere rivisti al rialzo, persino del 100%, entro metà febbraio. E non è tutto. L’estensione delle tariffe a bestseller come vino, pasta e olio d’oliva sarebbe devastante, visto che valgono quasi la metà di tutto l’export agroalimentare italiano: 2,86 miliardi nel 2018.

Appelli al Governo federale di non colpire ulteriormente i prodotti tricolori, che negli Usa danno lavoro a decine di migliaia di operatori (importatori, distributori, agenti, consulenti strategici, avvocati d’affari ed esperti in fiscalità, ristoratori, manutentori, installatori in primis) sono partiti da lobby e da semplici cittadini. In 24mila hanno mandato il loro parere, in prevalenza preoccupato, nel sito Ustr (United States Trade representative) nell’ambito delle consultazioni pubbliche sui dazi concluse il 13 gennaio. «Io l’ho fatto: ho scritto che la mia attività di distributore esclusivo di vini e oli italiani d’eccellenza chiuderà se verranno applicati forti dazi alle bottiglie italiane», racconta Sheila Donohue, che commercializza anche online (nel sito verovinogusto.com) grandi prodotti tricolori come i vini naturali Case Corini e Fattoria La Maliosa.

Antonio Laspina direttore Ice New York

Persino il Wine institute, che rappresenta oltre mille produttori e operatori californiani, e l’associazione degli operatori americani del settore spirits hanno chiesto al Governo di sospendere i dazi, reputati dannosi anche all’America.

Anche gli italiani stanno reagendo alla guerra commerciale in atto. Le istituzioni garantiscono vicinanza alle imprese italiane, come promesso dal sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto a una delegazione di manager e imprenditori italiani giunti a Washington a incontrarlo, a margine dei suoi colloqui con l’amministrazione federale per perorare la richiesta di abolire i dazi. E in occasione del suo insediamento a New York, il nuovo direttore Ice-Italia Trade office Antonino Laspina ha annunciato il raddoppio dei fondi a sostegno della promozione del made in Italy, dai 14 milioni 2019 a 28.

«Il budget promozionale dell’Ice per il mercato Usa raddoppierà soprattutto per la promozione nelle grandi catene distributive nei settori del food (con particolare attenzione a quelli colpiti dai dazi) e del lifestyle, anche allo scopo di favorire l’arrivo sul mercato di newcomers – ha annunciato Laspina, che è anche coordinatore della rete Ice negli Usa -. Sosterremo inoltre la partecipazione di un maggior numero di imprese ai grandi eventi fieristici Usa ed inviteremo un notevole numero di buyer alle più importanti manifestazioni fieristiche italiane. Studieremo anche, in collaborazione con le imprese, nuove iniziative per avvicinare i consumatori Usa ai prodotti italiani d’eccellenza».

Secondo Laspina non bisogna giocare solo in difesa, presidiando i 54,74 miliardi di dollari di export italiano negli Usa del 2018. «Ci sono ancora praterie che il made in Italy può e deve conquistare – ha spiegato -. Esportiamo principalmente nello Stato di New York, in New Jersey, California e in una decina di Stati. Molto interessante sarebbe un ulteriore sviluppo in Texas, ad esempio, che rappresenta la decima economia del pianeta».

La leva per penetrare nell’America profonda è costituita dagli investimenti locali, nei mall, nelle catene distributive, presso i grandi clienti. Ma i dazi tolgono risorse economiche a chi stava investendo, non solo i produttori ma anche i distributori e le reti di agenti commerciali. Ad aumentare le incertezze concorre l'attesa per diversi eventi importanti: l’arrivo di altre tariffe doganali per metà febbraio, l’avvio concreto del difficile negoziato tra Unione europea e Stati Uniti (dal cui contenzioso pluriennale derivano le misure americane, autorizzate dalla Wto per gli aiuti Ue al consorzio Airbus), la sentenza della World trade organization al ricorso europeo per gli aiuti americani a Boeing (che potrebbe autorizzare la Ue a mettere a sua volta altri dazi ai prodotti Usa). La situazione è incerta. A pagare, intanto, sono le aziende, che per mesi devono assorbire i dazi senza ritoccare i listini, in attesa delle informative contrattuali ai clienti e delle autorizzazioni di legge delle autorità americane.

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