Personale della scuola

A scuola l’aumento si ferma a 90 euro

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

3' di lettura

Nella Smorfia della scuola il rinnovo fa 90. Come l’aumento medio che spetterebbe ai circa 850mila docenti italiani (precari inclusi) in virtù del nuovo Ccnl 2019-2021 del comparto Istruzione e ricerca, disegnato dal ministro della Pa, Renato Brunetta: un maxi-bacino con 1,2 milioni di addetti. In pratica, 50-55 euro netti in busta paga, per un settore che, con poco più di 30mila euro lordi di retribuzione media annua secondo l’ultimo conto Aran, occupa i bassifondi stipendiali del pubblico impiego.

I fondi per il rinnovo

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I primi conteggi dei tecnici del governo e dei sindacati di categoria prendono a riferimento la dote attualmente sul tavolo per i rinnovi degli statali (3,7 miliardi inclusi i 400 milioni aggiunti dalla legge di bilancio 2021) che dovrebbe garantire, secondo l’esecutivo, un incremento del 4,07% della retribuzione pari a circa 107 euro medi mensili. Da questi vanno però sottratti, spiegano fondi sindacali, i 575 milioni utilizzati per pagare l’indennità di vacanza contrattuale, l’elemento perequativo (risulta coinvolto circa il 40% del personale, soprattutto della scuola), e i trattamenti accessori del personale militare e di polizia e vigili del fuoco.

In totale, all’istruzione dovrebbero andare 1,7-1,8 miliardi, che garantirebbero - al netto di eventuali risorse aggiuntive - circa 87 euro di incremento medio loro mensile, compreso l’elemento perequativo da 11,50 euro medi previsto dal precedente Ccnl 2016-2018 firmato Valeria Fedeli. In quel caso erano stati garantiti ai prof aumenti retributivi medi di 96 euro lordi al mese (da 80,40 euro minimi a 110 massimi, in base ad anzianità e grado di scuola).

A questi 87 euro lordi medi, tuttavia, va comunque aggiunta l’operazione “taglia-cuneo”, confermata nel 2021, e portata a regime sempre con l’ultima legge di bilancio. Si tratta degli incrementi fino a 100 euro netti al mese che molti lavoratori della scuola stanno percependo da luglio 2020 (per arrivare a 100 euro netti occorre avere redditi fino a 28mila euro, poi la curva Irpef - e il vantaggio nello stipendio - decresce fino ad azzerarsi alla soglia dei 40mila euro).

Le altre voci contrattuali

La partita rinnovo entrerà nel vivo domani nel corso dell’incontro sul “Patto per l’istruzione” che il ministro Patrizio Bianchi ha proposto ai sindacati. Oltre agli aumenti, si inizierà a ragionare sull’atto di indirizzo all’Aran che aprirà la trattativa negoziale. Ci si muoverà nell’alveo del protocollo sul lavoro pubblico firmato mercoledì 10 dal premier Mario Draghi, da Brunetta e dai leader di Cgil, Cisl e Uil. Intesa che per l’istruzione potrebbe avere tre declinazioni importanti. La prima è la valorizzazione della “contrattazione decentrata” (leggasi contrattazione di istituto). Oggi sono circa 800 milioni le risorse per il Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa. Si potrebbero aumentare. C’è poi la Dad, che ora si chiama Did, da disciplinare nel Ccnl come smart working del corpo docente anziché essere confinata nel contratto integrativo come accaduto. Senza dimenticare la forte svolta su formazione dei docenti, in primis su digitale e informatica. Anche qui il messaggio è chiaro: dovrà essere obbligatoria, una sorta di diritto soggettivo del dipendente pubblico. «Dal confronto con il governo mi aspetto di arrivare a un testo chiaro, che aggiorni le normative risalenti, e che non dia adito a contenziosi», ha sottolineato Gianluigi Dotti (responsabile del centro studi della Gilda).

Di formazione si occuperà anche il Recovery plan in una sorta di secondo tempo dell’operazione “rinnovo” che oltre a scommettere sull’aggiornamento professionale dei prof, soprattutto in chiave tecnologica, porterà con sé la riforma del reclutamento. Grazie a una nuova legge da varare in corso d’anno, a partire dal 2023 per diventare di ruolo bisognerà superare il concorso e svolgere un anno di tirocinio ”vero” che si concluderà con una valutazione”vera”. E non pro forma come troppo spesso accade oggi. Almeno stando alle schede sul Piano nazionale di ripresa e resilienza inviate in Parlamento la settimana scorsa.

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