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A Shanghai una nuova idea del lusso per i giovani ricchi e digitali

Alla quarta edizione del Salone del Mobile di Milano a Shanghai sono stati 127 i brandi italiani presenti, con l’obiettivo di diffondere la cultura del design di alta gamma in questo enorme mercato

di Giovanna Mancini


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4' di lettura

Sono giovani, cosmopoliti, digitali e ricchi. A volte molto ricchi. Sono figli di imprenditori e imprenditori a loro volta o manager di gruppi dell'hi-tech o della comunicazione.

Sono la «rich young second generation» di consumatori cinesi a cui le imprese italiane dell’arredo-design guardano con interesse particolare, perché il loro gusto si è evoluto rapidamente rispetto a quello dei loro genitori, avvicinandosi alla proposta di stile europea e italiana in particolare. Che alla pulizia delle forme aggiunge l’eleganza della lavorazione e la ricchezza della storia che per un Paese dalla tradizione millenaria come la Cina ha un’importanza fondamentale.

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Sono loro – questi “active young buyer” che entro 10 anni raggiungeranno il mezzo miliardo – che hanno invaso gli stand della quarta edizione del Salone del Mobile di Milano a Shanghai, con 127 brandi italiani presenti allo Shanghai Exhibition Center. Loro o gli architetti e interior designer che progettano le loro case, i developer e i contractor che le costruiscono, i giornalisti che le raccontano o gli importatori che le vendono sul mercato cinese.

Il primato del design italiano
«Il Paese sta evolvendo con grande rapidità – spiega il presidente Claudio Luti, presidente del Salone del Mobile di Milano, alla chiusura della edizione di Shanghai –. La classe media si sta arricchendo e ha un gusto sempre più vicino al nostro. Investire qui per le nostre imprese è fondamentale: siamo già il primo paese fornitore di mobili per la Cina e gli spazi di crescita sono ancora ampi, soprattutto nelle province e nelle città finora meno battute».

Proprio a questo serve fare un’edizione del Salone di Milano a Shanghai: una versione “in piccolo”, con pochi brand di altissimo livello e un numero contenuto di visitatori, selezionati su invito per evitare copiatori di professione e non addetti ai lavori. A questo e a “fare cultura”, ovvero diffondere la cultura del design di alta gamma in questo enorme mercato ancora per molti aspetti lontano da noi – ad esempio nel rispetto degli originali e del diritto d’autore.

La nuova idea del lusso
Le nuove generazioni, forse, sono più attente anche a questo aspetto. «Fino a una decina di anni fa, in Cina l’idea di lusso si esprimeva attraverso l’opulenza e una certa ostentazione - spiega Tiffany Shi, titolare dello H.N.Lin Design Center di Shanghai, showroom di alta gamma che da dieci anni lavora con tutti i top brand italiani dell’arredamento -. Chi aveva soldi amava spenderli fuori casa, esibendo la propria ricchezza. Oggi è molto diverso. Soprattutto i giovani, preferiscono usare il denaro per comperare oggetti, abiti o mobili che esprimano buon gusto e sofisticatezza. Per questo noi lavoriamo molto bene con i brand italiani, che rispondono proprio a questo tipo di cliente». La stessa Tiffany, assieme al marito Jason Lin conosciuto a Londra durante gli studi - entrambi 30enni - incarna questo tipo di consumatore, che ha un cospicuo conto in banca, si informa su Internet, sui social, o sulle più prestigiose testate di arredamento, che propongono sempre più spesso soluzioni e ambienti di gusto occidentale.

I designer di domani
Alcuni ancora non possono permettersi i mobili made in Italy, ma a questi si ispirano per il loro lavoro di domani. Come i 53 giovani selezionati per partecipare al Salone Satellite di Shanghai, che mostrano di aver fatto già un passo avanti ulteriore, arricchendo la lezione di design recepita dall’Occidente con elementi della tradizione cinese. Una di loro è Xiaoyu Dong, 21 anni, terza classificata con la sua lampada “Fan”, ispirata alla forma e lavorazione di un ventaglio (Fan, in cinese), realizzata in bambù ma con funzionamento touch e ricarica elettrica a induzione. Oppure Jia Roy e la moglie Joy, 30enni con uno studio già avviato, che progettano pezzi di arredo “divertenti”, ispirati alla vita dei loro tre gatti, per aiutare a rendere meno stressante la vita frenetica dei cittadini di Shanghai o delle altre megalopoli cinesi.

I cinesi vogliono il Made in Italy

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Perché la Cina è grande e va ben oltre Shanghai, Pechino o Shenzhen: le imprese italiane lo sanno bene e molte di loro – le più grandi – si stanno già da tempo avventurando nelle città cosiddette “di seconda fascia”, altrettanto ricche e internazionali, ma con una qualità della vita più alta e una maggiore propensione a consumi “lifestyle”. Tra queste Chengdu, considerata dai cinesi stessi una delle metropoli più trendy e affine ai valori di “Dolce Vita” incarnati dal design made in Italy.

I nodi della distribuzione
Ma il fatto che sia grande e promettente non fa della Cina un mercato facile. La burocrazia è invasiva e le logiche della distribuzione complesse. Servono partner locali affidabili e lungimiranti, nel segmento retail come in quello del contract. Quest’ultimo, che per anni è stato un motore fondamentale per le esportazioni italiane di mobili in Cina, trainato dai grandi sviluppi immobiliari, sta subendo un rallentamento dovuto alle regole governative che da due anni impongono un tetto sugli affitti e dunque riducono gli investimenti da parte dei developer nel settore residenziale. «È dura - commenta Fung Lam, dealer specializzato nel contract da quest’anno in esclusiva per l’azienda italiana Porro -. Il vantaggio per i brand italiani è che il governo spinge a realizzare appartamenti già arredati, non solo con cucina e bagno ma anche con altri mobili. Il rovescio della medaglia è che i costruttori stanno tagliando i budget e a volte questo penalizza il made in Italy».

A volte. Altre volte sono proprio i brand italiani ad accaparrarsi i progetti migliori. Come le torri che stanno spuntando sulla baia di Shenzhen, la città a cui tutte le aziende e le multinazionali guardano come alla nuova Hong Kong.

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