Parla il commissario per le bonifiche

A Taranto oltre 500 discariche e carcasse d’auto nei fondali: «Così ripulirò la città»

di Domenico Palmiotti

Vera Corbelli commissario per le bonifiche di Taranto (Imagoeconomica)

5' di lettura

«Se parli di Taranto, la prima parola che viene associata è inquinamento e ad esso viene associata l'Ilva. Ma non è così. Certo, il siderurgico pesa tanto nell'impatto ambientale di Taranto ma non è l'unico fattore di compromissione. Ci sono altre presenze industriali tra Eni ed ex Cementir che hanno la loro incidenza, c'è lo Stato che vi ha contribuito soprattutto negli anni passati (il riferimento è alla navalmeccanica e all'Arsenale della Marina Militare, ndr) e c'è l'uso scorretto delle risorse naturali da parte dei cittadini, i quali ritengono che acqua e suolo siano beni infiniti e illimitati».

Vera Corbelli, geologa, è dal 2014 commissario straordinario del Governo per la bonifica dell'area di Taranto. E parte da questo dato per spiegare il suo lavoro, le difficoltà incontrate e la sfida che punta a vincere. Corbelli è il tecnico cui compete gestire il risanamento che riguarda l'esterno del perimetro ex Ilva, oggi Arcelor Mittal Italia, area, quest'ultima, di competenza dei commissari dell'amministrazione straordinaria e del nuovo investitore. Corbelli si occupa di Mar Piccolo, rione Tamburi (il quartiere di Taranto “attaccato” all'acciaieria), area di Statte (il Comune, oltre a Taranto, più vicino al siderurgico), rifiuti radioattivi della ex Cemerad e cimitero di Taranto, anch'esso confinante con lo stabilimento. Un fronte ampio e complesso che ha richiesto molto tempo per gli studi relativi alle azioni da intraprendere. Corbelli ha ricevuto sulla contabilità della struttura commissariale fondi pubblici per 127 milioni di euro. Di questi ad oggi, dice, oltre il 40% sono stati liquidati e oltre l'80% impegnati. Sulla contabilità commissariale sono stati poi caricati poi altri 114 milioni. Ma non riguardano la bonifica quanto le infrastrutture portuali ed altri progetti. Inoltre, la Regione Puglia ha annunciato il trasferimento di nuovi fondi per interventi relativi a Taranto e Statte. In quest'ultimo centro, 3 milioni saranno destinati alla messa in sicurezza e ripristino ambientale del tratto Sud della gravina Leucaspide mentre 1,2 milioni andranno al tratto Nord. A Taranto, invece, sono destinati 3,7 milioni per i tratti prospicienti il primo e secondo seno del Mar Piccolo.

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Commissario, i cittadini accusano le industrie, e soprattutto il siderurgico, di inquinare Taranto, e lei dice che anche loro sono parte dell'inquinamento. Va controcorrente?
Non si tratta di andare controcorrente ma di cominciare a fare un'operazione verità. Che non significa negare l'inquinamento o le responsabilità dell'industria, ma di mettere le cose in chiaro per provare a vincere la sfida che abbiamo di fronte. In questi anni, insieme ai Carabinieri, abbiamo censito nell'area di Taranto oltre 450 discariche, alcune delle quali contengono anche amianto. Ma c'è anche Mar Piccolo, da dove, con l'aiuto dei sub, abbiamo tirato dal fondale oltre cento carcasse di auto, senza dimenticare materiali da pesca, rifiuti di vario tipo, persino attrezzature sanitarie. Sono alcuni esempi, ma credo indicativi dell'approccio scorretto che i cittadini hanno avuto con l'ambiente.
La struttura del commissariato è accusata di spendere poco...
No, perché abbiamo impegnato oltre l'80% dei fondi che ci sono stati messi a disposizione.

Un'altra osservazione che viene fatta è che, a distanza di quattro anni dal suo insediamento, si vedono pochi risultati...
A parte la messa a norma delle scuole del rione Tamburi, c'è stata una fase in cui le attività del commissario non erano visibili e percepibili. Parlo di studi, analisi, monitoraggi. La costruzione di quella base che è utile per capire, valutare e decidere in relazione ai fenomeni da affrontare. I tempi si considerano in base ai percorsi fatti e alle difficoltà trovate. Un esempio? Per bonificare i terreni del cimitero di Taranto, avrei dovuto rimuovere inizialmente i primi trenta centimetri del terreno esistente. Ma non avrei risolto niente perché abbiamo trovato inquinamento oltre il metro e mezzo di profondità, anche due metri, e questo ha determinato l'esigenza di rivedere tutto l'aspetto di progettazione, di analisi, di smaltimento delle acque. Eppoi le conferenze di servizio, con la Soprintendenza che ha impiegato sei mesi per rilasciarci il parere. Per fortuna che le progettazioni le abbiamo fatte con professionisti interni, risparmiando sui tempi. E ancora: nell'area di Taranto abbiamo eseguito oltre mille campionamenti. E in Mar Piccolo individuato 180 scarichi, il 50% dei quali chiusi. E sempre in Mar Piccolo abbiamo censito, catalogato e trasportato temporaneamente in altre aree, migliaia di esemplari tra cavallucci marini e “pinna nobilis” per preservarli ed evitare danni a seguito delle nostre attività. Solo il trasferimento dei cavallucci marini ha richiesto tutto un lavoro a monte: espianto e riallocazione in una stessa giornata per evitare alle specie stress di ogni tipo, temperatura dell'acqua non superiore ai 27 gradi, uso di vasche forate per il trasferimento, immerse in altre vasche con acqua di mare e provviste di pompe per il ricambio idrico costante, collarini di colore diverso per i cavallucci marini (solubili dopo un breve periodo di contatto con l'acqua di mare) per individuarne la tipologia. Un lavoro che non appare all'esterno ma che è stato compiuto. I tempi non sono brevi, certo, ma neppure pochi i passaggi burocratici da attraversare.

Lei è impiegata su più fronti. Mar Piccolo è il più rilevante. A che punto siamo?
La gara lanciata è da 32 milioni di euro, abbiamo chiuso di recente la prima fase e nove gruppi si sono prequalificati. Abbiamo inviato loro ulteriore documentazione per l'offerta economica e temporale. Si è aperta così un'ulteriore fase selettiva che chiuderemo a febbraio e che porterà a scegliere tre soggetti. In Mar Piccolo si sono individuate tre aree di intervento e altrettante modalità operative: la sperimentazione della biorimediaton, il capping naturale e il dragaggio selettivo. In ciascuna area saranno applicate le tre tecniche. La combinazione che faremo a Taranto, in Europa non è mai stata effettuata. È una tecnica molto innovativa. Anche la biorimediation in mare non è mai stata applicata. Sulla base dei risultati, decideremo se applicare le tre tecniche o due su tre o decidere diversamente. Per il test vero e proprio c'è un periodo che va 190 a 635 giorni. Oltre Mar Piccolo, altri fronti da citare sono l'avvio della gara per la bonifica delle aree non pavimentate del cimitero di Taranto, lavori per 13,6 milioni, il prossimo lancio della gara relativa all'installazione dell'impianto di ventilazione meccanica controllata nelle scuole dei Tamburi dove si è già intervenuti con un primo progetto di messa a norma, e la bonifica ex Cemerad. Da maggio 2017 ad oggi, usando un finanziamento ad hoc di 10 milioni del 2015, sono stati portati via 1.223 fusti sui 16.500 totali censiti dall'Ispra, dei quali 3.480 potenzialmente radioattivi mentre 13mila sono potenzialmente decaduti. Da ottobre dalla ex Cemerad è ripreso l'allontanamento dei fusti mentre dal quest'anno ci sarà un carico ogni tre settimane e il trasferimento in Slovacchia dei rifiuti radioattivi.

Parlando della bonifica di Taranto, lei parla di sfida anche culturale. In che senso?
Il nostro traguardo è risanare l'ambiente a Taranto ma dobbiamo fare anche qualcosa di più: lavorare sulle criticità e fare della città un laboratorio nazionale che dimostra che, a fronte di una forte pressione ambientale, si possono attivare azioni di mitigazione che generano non solo risultati ma anche lavoro, attività, nuova economia. Il coinvolgimento dei cittadini è fondamentale. Sono stati messi in campo l'Osservatorio “Galene” perché i diversi soggetti del territorio possano condividere quanto si sta facendo nel Mar Piccolo, e il progetto “La scuola racconta e...” affinchè i più piccoli possano rendersi conto di come anche una città compromessa può ripartire e diventare sostenibile. Ma dobbiamo soprattutto evitare che le aree risanate possano essere nuovamente compromesse. Per questo è stata progettata, congiuntamente alla Prefettura, al Comune di Taranto e alla Questura, la realizzazione di una rete di sorveglianza e monitoraggio

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