Libri

A teatro “nessuna parola finisce in sé stessa”

In libreria il volume di mémoires Di Nicola Fano, “Vite di ricambio. Manuale di autodifesa di uno spettatore”

di Alberto Fraccacreta

3' di lettura

Mentre gli operatori teatrali stanno faticosamente riorganizzando le loro attività a causa del Covid-19, esce un volume di mémoires di Nicola Fano, addetto ai lavori di lunga data (critico, storico, autore), Vite di ricambio. Manuale di autodifesa di uno spettatore. Il sottotitolo fa riferimento alla salvaguardia dei valori irrinunciabili del teatro, i cui termini temporali non sono legati agli snodi tra generazioni ma investono in toto il cuore della società di ogni epoca («la questione non è se il teatro sia per vecchi o per giovani: il teatro esprime l'identità di una società e la rende accettabile»).

Ars scaenica

Ciò significa che l'ars scaenica non invecchia, non passa mai di moda. È sempre lì, a prescindere dalle condizioni in cui versa (e ultimamente va maluccio). Il primo segmento del titolo allude, invece, al «motore della passione teatrale: vivere altre vite»: ossia, concedere la possibilità agli interpreti e al pubblico di dismettere per un attimo i propri panni ed entrare in una dimensione condivisa, di alterità, empatia (Einfühlung direbbe Edith Stein).

Loading...

A ben vedere, tale desiderio mimetico (di matrice girardiana) ha anche una valenza culturale più ampia che non tocca soltanto la pura soggettività delle persone. Un esempio? La Tempesta di Shakespeare messa in scena da Giorgio Strehler nel 1978. Secondo Fano, in essa è ravvisabile la predizione della fine sociale dell'arte: «Dopo il '78, questo primato venne meno: al centro della società, della sua moralità, si pose l'economia, intesa non come consapevolezza della pericolosità del mercato, bensì come filosofia dell'accumulo. Dagli anni Ottanta in poi, siamo diventati tutti economisti per essere in grado di giocare in Borsa, per speculare meglio, per ammassare denaro. E l'arte e la cultura, da allora, progressivamente hanno perso terreno, dignità e sostegno pubblico».

Leggi anche

Il passaggio dall'homo cultus all'homo oeconomicus è segnato.I quattordici saggi di Fano — che coprono un lasso temporale di quarantasette anni, dal 1973 al 2020 — sono mossi da un'idea centrale, la quale è anche il punto di vista (umile) dell'autore: «Quando capii che il teatro sarebbe stato la mia vita, decisi che il mio compito sarebbe stato ricordare: scelsi di fare lo spettatore. Di norma, un giovane appassionato di teatro sogna di fare l'attore, il regista, l'autore, al limite lo scenografo o il musicista. Io no. Io volevo fare lo spettatore: recitare non mi ha mai attratto (il recitare sulla scena è una vocazione tutta speciale, come si sa, e poco ha a che fare con il recitare nella vita quotidiana). Guardare e ricordare. Guardare e scrivere recensioni per fissare il ricordo. Per me e per gli altri».

Dürrenmatt tra tartine e imprevisti

Questo segnavia di accidenti occorsi al bravo spettatore/recensore annovera perfino gustosi aneddoti, come una serie di martellanti missive a Beckett («E allora scrissi una lunga lettera in prosa dantesca; ossia usando un lessico preso in prestito dalla Divina Commedia. Come poteva rispondermi?»), il lungo colloquio a Formia con Dürrenmatt tra tartine e imprevisti di ogni genere, gli incontri con Ionesco, Gassman, Albertazzi e altre personalità dello spettacolo.

E sono snocciolati alcuni dei segreti dell'arte teatrale che Fano ha appreso come spettatore oliato, ma anche in qualità di autore di testi nel suo prolifico sodalizio con compagnie di ogni genere. «Il teatro è un gioco al quale bisogna lasciarsi andare: gli spazi aperti nei copioni sono sicuramente piazzati lì dall'autore perché l'interprete li riempia con la sua vena creativa, la sua follia, la sua strenua ricerca di una conseguenza emotiva. Nessuna parola, per un attore, finisce in sé stessa: vi pare poco?». Basta questo insegnamento per comprendere l'attitudine tipica del teatro di imporsi come opera al di là dell'angusta cella dei tempi: nessuna parola finisce in sé stessa, il linguaggio è un'orlatura aperta sul mondo delle emozioni che l'attore deve ricreare, reinventare. Purché lo faccia nella trama di relazioni con chi ha dinnanzi.

Nicola Fano, Vite di ricambio. Manuale di autodifesa di uno spettatore, Elliot, pp. 120, € 12

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti