Agricoltura e ricerca

A Trento il primo concorso nazionale per vini resistenti ai funghi

La Fondazione Mach premia i 18 migliori vini prodotti con le prime varietà di viti che non richiedono i pesticidi in campo

di Micaela Cappellini

2' di lettura

Il primo premio assoluto è andato al Solaris 2020 della cantina Weingut Plonerhof, un bianco prodotto in Alto Adige partendo da uve molto speciali. “Piwi” le chiamano: sono le varietà resistenti alle malattie fungine. E il concorso in questione è la prima rassegna nazionale di vini realizzati con questo genere di uve, che è stata organizzata dalla Fondazione Mach di Trento, punta di diamante della ricerca agronomica in Italia, in collaborazione con il Consorzio Innovazione Vite e l’associazione Piwi international.

Alla competizione hanno partecipato 56 cantine, che hanno presentato in tutto 95 vini. Di questi, 18 sono state le bottiglie premiate. Ognuno dei vini presentato è stato prodotto con uve rese resistenti ai funghi grazie alla tradizionale tecnica dell’incrocio in laboratorio. Il risultato sono vitigni che non hanno bisogno di pesticidi in campo: una risposta quanto mai sostenibile alle richieste dell’Unione Europea contenute nella strategia del Green deal. L’obiettivo del concorso, però, non è solo quello di mostrare che è possibile ottenere varietà di viti resistenti alle malattie fungine. Soprattutto, è quello di dimostrare che queste varietà modificate hanno il potenziale di poter produrre vini di elevata qualità, se non addirittura di eccellenza.

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«La prima rassegna nazionale dei vini ottenuti da uve Piwi rappresenta un ulteriore passo importante della Fondazione Edmund Mach verso la valorizzazione dei vini resistenti», ha detto il presidente della fondazione, Mirco Maria Franco Cattani. L’attività di ricerca e sperimentazione sulle varietà tolleranti alle principali patologie fungine ha recentemente portato la fondazione a iscrivere del Registro nazionale quattro nuove varietà resistenti.

«Oggi i cambiamenti climatici rischiano di indebolire la diversità sensoriale dei vini e il loro stretto collegamento con il concetto di “terroir - ha detto il professor Luigi Moio, presidente dell’Organizzazione internazionale della vite e del vino -. Se invece si favorisce il perfetto adattamento tra il genotipo e l'ambiente, cioè si coltiva la pianta che maggiormente si adatta al contesto pedoclimatico in cui si opera, anche il vino che si otterrà, oltre ad essere più “sostenibile”, sarà armonico in tutti i suoi componenti e il suo equilibrio sarà principalmente dovuto alla perfetta combinazione tra pianta, suolo e clima». Le nuove varietà resistenti, insomma, posso contribuire a generare vitigni in grado di adattarsi in maniera sostenibile - e con poca chimica - al cambiamento climatico in atto nelle aree a tradizionale produzione vinicola.

Quella dell’incrocio, naturalmente, è per ora l’unica tecnica possibile. Ma nel mirino dei ricercatori, non appena l’Unione europea darà il via libera, ci sono le nuove tecniche di genome editing. Alle quali i ricercatori della Fondazione Mach si stanno già preparando.

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