AGROALIMENTARE

A Valledolmo dove le Pmi vincono la gara di resilienza

Dal pomodoro al vino, aziende guidate da trentenni resistono e rilanciano in questo piccolo centro del palermitano

di Nino Amadore

4' di lettura

Sono tessere di un mosaico che formano un unico quadro. Piccole aziende agricole, dell’agroalimentare di qualità, artigiani del legno che si sono ingegnati fino a creare Pmi di una certa rilevanza. La parola d’ordine, manco a dirlo, è resilienza. Siamo a Valledolmo, ultimo avamposto delle Madonie in provincia di Palermo ma luogo di confine con Caltanissetta e l’agrigentino. Siamo nel cuore della Sicilia dove trovi un’isola che non ti aspetti a dispetto di infrastrutture colabrodo, difficoltà nei trasporti e nei collegamenti, senso di abbandono e a volte rabbia per una normalità che da queste parti può apparire come rivoluzione. «Confermo la particolare dinamicità dei valledolmesi rispetto al territorio circostante – dice il sindaco Angelo Conti – . Hanno avuto la capacità di creare filiere chiuse con il vino, il grano, l’olio, il pomodoro. Tutto questo è stato vincente negli ultimi 15 anni. Ma è necessario proseguire sulla strada delle aggregazioni: mettersi insieme per avere più forza».

Qui, in un’area in cui si produce mediamente oltre un milione mezzo di tonnellate di grano, disseminata di pale eoliche, diventa plasticamente evidente il paradosso dell’agricoltura siciliana: molta produzione, poca ricchezza. Al netto, ovviamente, delle produzioni di eccellenza di una grande azienda come Tasca D’Almerita che da queste parti ha la tenuta storica di Regaleali. Sta di fatto che, in parallelo, si può osservare un lento declino demografico: nel 2012 Valledolmo aveva oltre 3700 abitanti oggi sono poco più di 3.320.

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Si registrano comunque in generale i segnali di una trasformazione economica in atto con aziende che cominciano a raccogliere oggi i frutti di cambiamenti avviati negli anni scorsi. E spesso a guidare questi cambiamenti sono i trentenni. Sta avvenendo, per dire, all’interno della storica cooperativa Rinascita che raggruppa la gran parte dei produttori di pomodoro siccagno, un pomodoro peculiare di quest’area della Sicilia così chiamato perché cresce e produce senza l’aggiunta di acqua . «Un prodotto straordinario – dice Pino Gullo, per anni responsabile del settore agroalimentare di Legacoop Sicilia – e dalle grandi potenzialità».

La parola d’ordine è «chiusura della filiera» e dunque costruire valore aggiunto sottraendo i prodotti, soprattutto di qualità, all’ammasso e alla speculazione. Ed è su questa direttrice che i soci della cooperativa Rinascita : i soci hanno lavorato fino ad arrivare a costruire, con fondi del patto territoriale, lo stabilimento per la trasformazione e il confezionamento del pomodoro siccagno. Sono passati più di 15 anni dall’avvio dello stabilimento ed è evidente che quella scelta è servita a spingere sulla via della crescita la cooperativa che recentemente ha investito 700mila euro (grazie a un mutuo bancario concesso dalla locale Bcc) per un nuovo impianto di lavorazione che si va ad affiancare al precedente. Un dato per tutti: nel 20025 la Coop aveva una sola referenza oggi ne ha 30 e ha clienti come Esselunga e la rete siciliana della Gdo Decò , dà lavoro a una cinquantina di persone e ha in media un giro d’affari di un milione di euro. «La prospettiva – dice il presidente della Cooperativa Vincenzo Pisa –è di arrivare a superare i due milioni di fatturato e oltre con una produzione di 2,5-3 milioni di bottiglie di sugo l’anno. Intanto abbiamo avviato la costituzione del Consorzio per arrivare ad avere il riconoscimento della Dop». Un impegno che è anche affettivo perché questi giovani che dirigono la cooperativa hanno ereditato da nonni e padri la passione per la campagna.

E non sono l’unico esempio da queste parti. Sulla stessa scia i fratelli Vincenzo e Castrenze Battaglia che hanno creato il pastificio Masinazzo: «La nostra è una piccola attività – raccontano – per rispettare un impegno che avevamo preso con nostro zio che ci ha fatto da padre: noi siamo rimasti orfani a 16 anni». Da queste parti quando si parla di pasta viene in mente il pastificio Vallolmo che negli anni si è affermato ed è cresciuto, ma i due fratelli hanno deciso di percorre una strada nuova fatta di paziente ricerca, di selezione del prodotto, di studi sui grani per adattarli meglio e massimizzare la qualità. Possono contare su 90 ettari di terreno su cui producono grano, legumi, miele e negli ultimi tempi hanno debuttato anche con la birra e la passata di pomodoro. mentre si preparano alla coltivazione del riso. Prodotti veramente di nicchia che vendono una clientela selezionata. «Abbiamo cominciato a giocare, si fa per dire, nel 2017 – raccontano i due fratelli –. E ora siamo a questo punto». Che non è certo un punto d’arrivo, anzi tutt’altro.

Ed è stata sempre l’idea di chiudere la filiera che ha spinto alla creazione della Cantina Catellucci-Miano (da nome di due contrade di produzione) nata dalle ceneri di una cantina sociale e oggi guidata da Piero Piazza, 38 anni, mentre ne è presidente l’ottantenne Salvatore Barone: il futuro e la storia a confronto che si affidano per i vini alla sapienza dell’enologo Tonino Guzzo che qui ha lanciato un apprezzatissimo spumante pluripremiato. Inserita nella Doc Sclafani, con tremila quintali di uva lavorata l’anno (Catarratto e Perricone), 130 mila bottiglie prodotte oltre il vino sfuso venduto direttamente, un fatturato di un milione la Castellucci Miano resta un piccolo esempio di eccellenza vitivinicola che riesce a portare all’estero il 30% della produzione.  Ma non basta per crescere. Cosa serve? «La vigna – dice Barone – e gente che la coltivi».

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