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A Wall Street serpeggia la paura di continui ribassi

Gli investitori sperano in futuri interventi salvifici della Fed, ma temono nuove perdite su titoli tech e manifatturieri

di Marco Valsania

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(AFP)

Gli investitori sperano in futuri interventi salvifici della Fed, ma temono nuove perdite su titoli tech e manifatturieri


4' di lettura

Le ripercussioni del nuovo coronavirus sono ancora un'incognita. Ma un'incognita che pesa come un macigno su Wall Street e che soltanto adesso comincia a essere tenuta seriamente in considerazione, a stringere d'assedio indici e titoli azionari.
E' questo il consenso sempre piu' diffuso tra operatori e analisti e che si è tradotto nel primo, vero tonfo della piazza azionaria statunitense davanti a un'epidemia che rischia di trasformarsi in pandemia, capace, oltre che di infliggere drammatici costi umani, di bloccare gli ingranaggi dell'economia internazionale. I maggiori indici Usa, improvvisamente consci dello spettro, sono reduci da perdite di circa il 3,5%, la seduta peggiore per il Dow Jones, arretrato di oltre mille punti, e lo S&P 500 in due anni. Una generale fuga dal rischio - da titoli tech come finanziari e di viaggi e turismo oltre che da commodities quali il petrolio - accompagnata al contrario da una corsa frenetica a beni rifugio, l'oro e i titoli del Tesoro americano i cui rendimenti sono scesi a minimi record.

In attesa della Fed
I segni di palese nervosismo sono trapelati in queste ore dal moltiplicarsi delle scommesse degli investitori su prossimi interventi “salvifici” della Federal Reserve, con probabilità balzate al 90% (da circa il 50% un mese fa) di almeno un taglio dei tassi d'interessi statunitensi entro luglio. Anche se questa volta resta da dimostrare che stimoli alla domanda da parte della Banca centrale abbiamo l'efficacia sperata al cospetto di un contagio che colpisce piuttosto le grandi catene di fornitura e produzione mondiali.
Alcuni analisti avvertono, oltretutto, che gli investitori rimangino troppo “compiacenti” e sottovalutano ancora le potenziali minacce. E che per questo le piazze americane, che finora viaggiavano su livelli record, possono avere ancora in serbo forti scosse e potenziali, continue brusche ritirate quando confrontate con avanzate del virus. “C'e' spazio per ulteriori correzioni”, ha ammonito Jim Paulsen, chief investment strategist di The Leuthold Group.

Il cigno bianco di Roubini
Un recente sondaggio di quasi 300 analisti condotto da DataTrek Research ha rilevato contraddizioni e paradossi: solo uno su quattro interpellati pronostica al momento una recessione causata dall'epidemia. Un numero maggiore, un terzo, teme pero' per la propria sicurezza personale, segno che un maggior pessimismo e' in realta' in agguato. Reso piu' credibile dalla difficolta' incontrate in un paese occidentale come l'Italia a contenere la crisi e dall'ipotesi che serie carenze in una riposta potrebbero emergere negli Stati Uniti.
Altre tradizionali voci preoccupate trovano oggi nuovamente eco. L'economista Nouriel Roubini, soprannominato Dottor Destino per le previsioni di passate crisi, non e' da meno questa volta nei suoi pronostici. Ha avvertito che il coronavirus e' diventato uno dei “cigni bianchi”, dei grandi rischi visibili che mettono in pericolo gli orizzonti globali e potrebbero causare i maggiori danni dagli anni della grande crisi finanziaria del 2008. Finora, ha precisato, gli investitori erano rimasti “felicemente impervi ai rischi, convinti di vivere un anno calmo se non felice” per economia e mercati.

Non solo Cassandre
Le prese di posizione allarmate cominciano a montare anche al di la' del novero di abituali Cassandre. “Suonano campanelli d'allarme”, hanno avvertito gli analisti di Citigroup. Un rapporto sempre di Citi sulle commodities ha denunciato conseguenze piu' “problematiche” del previsto legate al coronavirus. “Molti investitori rimangono ottimisti sulle vaste implicazioni del virus, che continua a diffondersi e a ritmo piu' veloce. Un colpo ai mercati mi appare inevitabile e numerosi investitori potrebbero avere spiacevoli sorprese”, ha aggiunto Nigel Green, Ceo di deVere Group, finanziaria con radicata presenza americane e internazionale e quartier generale in Dubai. Diane Swonk, veterana capoeconomista di Grant Thornton, ha appena alzato le stime sui danni potenziali per l'economia americana, da tre decimi di punto percentuale in un trimestre a mezzo punto e sta tuttora valutando l'insieme della sfida, che potrebbe estendessi ben oltre alcuni mesi. “Sta causando una pandemia economica - dice Swonk -. C'e' una reazione globale che sta letteralmente facendo chiudere i battenti al business” a cominciare del comparto manifatturiero, dove potrebbero presto scattare licenziamenti e una spirale che vede di conseguenza riduzioni anche dei consumi.

La cautela di JP Morgan
Altri protagonisti rimangono piu' cauti e immaginano ritorni di stabilita' e recuperi. JP Morgan ha indicato che “l'immediato impatto di un vasto shock di offerta e domanda in Cina sara' sostanziale”, calcolando che il Pil globale freni all'1% nel primo scorcio del 2020. La sua previsione e' tuttavia che un solido recupero sia possibile a meta' anno. Goldman Sachs, da parte sua, ha appena tagliato le stime su Pil Usa nel primo trimestre ma solo modestamente, all'1,2% dall'1,4 per cento.
Il sentimento prevalente appare tuttavia al momento una miscela di inquietudini e paure. “I mercati azionari stanno cominciando a tener conto di quanto il mercato obbligazionario aveva gia' segnalato, cioe' che la crescita globale probabilmente sara' significativamente condizionata dal timore del coronavirus” ha affermato Chris Zaccarelli, chief investment officer di Independent Advisor Alliance. “I mercati odiano l'incertezza e il coronavirus rappresenta il piu' incerto rischio macroeconomico che affrontano da anni”, ha aggiunto Alec Young di Fest Russell. Non solo. “Gli investitori sono anche ben coscienti che molti hanno inizialmente mal giudicato la severita' del virus, esponendoli a dover ipotizzare adesso gli scenari piu' pessimistici”. Il rischio immediato “riguarda le condizioni finanziarie”, ha detto Gregory Daco, capoeconomista Usa di Oxford Economics.

Il contagio da Apple a Amazon
La D.A. Davidson ha messo in guardia da danni, in bilancio e in Borsa, in particolare a colossi iconici della Corporate America quali Apple e Amazon. I titoli compresi nella sigla Faang, cioe' i giganti high tech e Internet, hanno ceduto nell'insieme ieri circa il 4 per cento. In ritirata stanno battendo leader dei semiconduttori quali AMD come dell'auto elettrica quali Tesla. Hanno sofferto titoli di banche e, naturalmente, di viaggi e trasporti. Bene al contrario le societa' di prodotti sanitari e di sicurezza. Che oggi non bastano affatto pero' a rassicurare Wall Street.

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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