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A26, in arrivo i risultati dei test per capire quante corsie riaprire

Dati per imminenti, si sono fatti attendere i risultati delle prove di carico sui viadotti Fado e Pecetti, per i quali il tratto appenninico dell’A26 era stato chiuso. L’esito dirà quante corsie si possono riaprire. E la Guardia di finanza cerca eventuali documenti dei controlli sul Fado, che sembrano non essere mai stati eseguiti in quarant’anni

di Maurizio Caprino


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2' di lettura

Sono più lunghe del previsto le prove di carico sui viadotti Pecetti e Fado dell’A26, chiusi per qualche ora tra lunedì 25 e martedì 26 novembre e ora riaperti solo a una corsia per senso di marcia e cambio di carreggiata, con code frequenti. I risultati, preannunciati mercoledì 27 dal governatore della Liguria Giovanni Toti come imminenti, si sono fatti attendere per tutta la giornata successiva.

I risultati dei test - che consistono nel tenere sui viadotti camion molto carichi e verificare come la struttura reagisce in queste condizioni di carico estreme - devono dire fondamentalmente due cose:

- se sarà possibile circolare anche su altre corsie, alleviando i disagi;

- se e quanto siano fondati i dubbi dei consulenti dei pm di Genova sulle condizioni dei due viadotti, che hanno portato alla loro chiusura.

La risposta al secondo quesito sarà importante anche per le indagini: se emergessero problemi di staticità, diventerebbe più grave il fatto che su uno dei due viadotti, il Fado, non si trova traccia dei controlli periodici che il gestore (Autostrade per l’Italia) è tenuto a fare.

Come anticipato ieri dal Corriere della Sera, è come se in quarant’anni nessuno avesse verificato le condizioni del Fado. Una mancanza molto strana, pur in una situazione che già in generale lascia molti dubbi (Aspi fino a pochi mesi fa aveva affidato i controlli quasi del tutto alla sua consociata Spea e non a società terze).

La prima spiegazione alternativa possibile è che i documenti siano stati sottratti per nascondere qualcosa: le intercettazioni che a settembre hanno contribuito a far scattare i primi arresti avevano già mostrato tentativi di ostacolare le indagini. Come l’uso di jammer per impedire gli ascolti da parte degli inquirenti e la deliberata scelta di non esibire alla Guardia di finanza i documenti che venivano richiesti.

Ma non è detto che sia andata così anche in questo caso: è possibile anche che gli archivi non siano aggiornati.

Le indagini ora continuano per appurare quale delle tre spiegazioni è quella giusta.

Per approfondire:

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