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A2A: Patuano, «sostenibilità e digitalizzazione al centro del nuovo piano, pronti a collaborare con le telco»

Nell'intervista a SustainEconomy.24. Rete unica? «Vogliamo essere una soluzione e non un problema»

di Simona Rossitto

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Marco Patuano, presidente di A2A

Nell'intervista a SustainEconomy.24. Rete unica? «Vogliamo essere una soluzione e non un problema»


6' di lettura

Sostenibilità come leva della pianificazione strategica da un lato, e accelerazione sulla digitalizzazione dall'altro. Sono le due gambe del nuovo piano industriale a 10 anni allo studio di A2A , come spiega Marco Patuano, nella sua prima intervista, a SustainEconomy.24 (report del Sole 24 Ore-Radiocor e Luiss Business School), come presidente della multi-utility. All'interno della Green economy, ad esempio, sottolinea Patuano, ci sarà una grande mobilitazione dei fondi; inoltre, in ottica di Green New deal e delle risorse Ue per la ripartenza, i finanziamenti vanno impiegati in due direzioni: aumentare la competitività e accrescere, per l'appunto, il livello di sostenibilità. Per la digitalizzazione dei servizi e del Paese, Patuano, con un passato di 25 anni in Tim, ricorda che A2A, già proprietaria di pezzi di fibra, è aperta a collaborare con gli operatori di tlc, ed è pronta anche ad agevolare il progetto di rete unica. «Noi vogliamo essere una soluzione e non un problema: saremo contenti di fare tutto quanto è possibile per facilitare lo sviluppo delle reti. Siamo convinti che le reti di domani saranno elettriche, idriche, digitali». Una richiesta al governo? «Semplificare l'iter di autorizzazioni e permessi per realizzare le opere ».

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Dottor Patuano, lei è da poco stato nominato alla presidenza di A2A, dopo, tra l'altro, oltre 25 anni trascorsi in Tim: quale l'impatto della trasformazione digitale su una multi-utility?

Oggi tutti i business sono totalmente, pervasivamente, attraversati dalla dinamica della digitalizzazione. Solo per fare un esempio, si pensi alla gestione del consumo elettrico di una famiglia: applicando dei moduli di lettura e interpretazione intelligente dei dati si possono ottimizzare i consumi, segnalare i malfunzionamenti preventivi, pensare a una molteplicità di servizi diversi. La stessa cosa si può ipotizzare per un'area come quella della gestione delle acque. Pensiamo ad esempio alle modalità per ottimizzarne il consumo, visto che oggi in Italia si usano mediamente 250 litri d'acqua al giorno per ciascuno, senza esserne consapevoli.
Noi, in tema di servizi di smart energy, abbiamo da poco lanciato un marchio che si chiama NeN, una vera e propria start-up che possiamo definire come la prima azienda EnerTech in Italia. Con NeN, oltre a gas e luce 100% green, stiamo lavorando anche su una serie di servizi che usano algoritmi di intelligenza artificiale in grado di dire, ad esempio, se la lavatrice sta consumando molto o se il frigorifero sta funzionando male. Chi sottoscrive un contratto con NeN conoscerà in anticipo la sua spesa annuale grazie a un sistema di pagamento a rata fissa mensile. Il funzionamento è molto semplice visto che con un esame dei consumi storici verranno individuati i consumi di un anno, aggiunti i costi fissi e, il tutto, diviso per 12. Ogni anno la rata si aggiorna per permettere di pagare sempre e solo quello che si consuma.

Acqua, energia, rifiuti: il ruolo di una multi-utility nell'economia circolare è fondamentale. Come impatta la digitalizzazione?

Le multi-utility impattano sulla vita del cittadino. Noi entriamo pervasivamente nella vita di una città, siamo il primo alleato di un sindaco; una città non pulita bene è sgradevole, una città non illuminata bene non è sicura, una città non servita bene dal punto di vista elettrico è una città che avrà problemi nel suo sviluppo. Per realizzare un'economia circolare vera e propria servono ancora molti passaggi. La digitalizzazione, le nuove tecnologie sono acceleratori di questi obiettivi.

Quali sono, quindi, i pilastri del vostro futuro piano industriale?

Il piano industriale a cui stiamo lavorando avrà due caratteristiche molto innovative. Innanzitutto parliamo di un piano a dieci anni, e per noi è straordinariamente importante, perché alcuni cambiamenti richiedono tempo. Ad esempio cambiare il mix di fonti energetiche non è certamente un obiettivo che si realizza in un anno, richiede tempo; allo stesso modo realizzare l'economia circolare richiede un certo numero di anni, con lo sforzo e il contributo di molte persone. Il piano si caratterizzerà per le sue dinamiche tecnologiche da un lato, dall'altro punterà sulla sostenibilità. La seconda novità sarà, infatti, quella di portare il tema della sostenibilità al centro del piano industriale. Su quest'ultimo fronte A2A è già oggi riconosciuta come società virtuosa, ma non è sufficiente. La sostenibilità deve essere una delle leve della pianificazione strategica della società.
C'è poi il tema del ciclo idrico: in Italia ci sono perdite troppo alte, e anche su questo versante siamo intenzionati a lavorare intensamente. E infine c'è l'obiettivo delle Smart Cities. A2A ha costituito una società, A2A Smart City, un altro punto fondamentale nell'ambito del piano strategico.

Che obiettivi avete nell'ambito del piano sulla sostenibilità?

A2A ha già emesso Green bond. Nel nuovo piano industriale c'è una serie di obiettivi sostenibili. Il tema dell'energia e della green economy è di straordinaria importanza, in questo ambito è infatti possibile mobilitare un'enorme quantità di fondi su progetti infrastrutturali. Nell' ottica del New green deal e dei fondi Ue legati alla ripartenza, i soldi devono essere spesi per infrastrutture che abbiano due caratteristiche: aumentare il livello di competitività e il livello di sostenibilità. D'altronde il New Green Deal è fatto di soldi e processi. Sui primi abbiamo una grande fiducia nella Ue, sui secondi c'è una grande fiducia nel governo per semplificarli.

Il 5G, osteggiato da molti sindaci per paura di inquinamento elettromagnetico, avrà bisogno di molte più antenne, diffuse capillarmente. Qual è la sua posizione?

Il 5G sarà semplicemente rivoluzionario non solo rispetto alle telecomunicazioni, ma rispetto alle applicazioni che renderà possibili sia nella componente B2B, cioè per il funzionamento delle aziende in logica 4.0, sia nella vita dei cittadini perché abiliterà una serie di servizi che oggi semplicemente non riusciamo neanche a immaginare. La caratteristica del 5G è che richiede una rete molto più densa di antenne . Si tratta di un mix di antenne grandi, cosiddetti macro-siti, e antenne piccole, cioè le small cells. Oggi si sta pensando che il rapporto tra macro e micro sarà indicativamente di 1 a 10 e quindi , visto che in Italia ci sono tra 45 e 50mila macrositi, dobbiamo immaginare che il nostro Paese avrà oltre mezzo milione di small cells. Questa è ampiamente una buona notizia sia a livello elettromagnetico sia di inquinamento paesaggistico. La vera innovazione sarà quella di riuscire a creare delle reti che non saranno solo efficienti, ma anche virtualmente poco visibili. Pensiamo a un palo della luce, che un domani può ospitare una piccola antenna, una videocamera, può essere collegato con la fibra, può avere dei sensori per misurare l'inquinamento, il traffico, la sicurezza, il vento. Le multi-utility rivestiranno un ruolo centrale non per sostituirsi, ma per affiancare gli operatori del settore.

Avrebbe senso ipotizzare forme di collaborazione fra le multi-utility e società come Inwit?

Siamo aperti alle partnership, stiamo parlando con tutti. Quando parliamo con i nostri principali stakeholder che sono i sindaci, una delle prime richieste che ci vengono rivolte è proprio quella di avere una città più intelligente. Per questo abbiamo dialoghi, anche avanzati, con vari partner.

Oltre 20 anni fa Aem (poi fusasi con Asm per dare vita ad A2A) fu la prima a intuire le potenzialità della fibra fino a casa contribuendo a creare Metroweb, oggi parte di Open Fiber. Puntate a sviluppare questo fronte?

In alcune città siamo ancora proprietari di fibra, Metroweb fu un'intuizione di Aem, e oggi abbiamo fibra in alcune città tipo Cremona, con cui serviamo soprattutto le imprese. Il tema della fibra è molto ampio, nelle città ci sono già vari soggetti che la stanno portando. Noi abbiamo una straordinaria rete di cavidotti all'interno della città, abbiamo delle strade sotterranee all'interno delle quali passano le nostre reti di gas, energia, acqua. E' evidente che potremo e dovremo collaborare con gli operatori tlc per portare la fibra ai clienti senza scavare le città tante volte.

Siete, dunque, aperti ad accordi con le telco?

Noi possiamo rappresentare un aiuto e non saremo certamente un problema. Abbiamo già accordi con le telco, Open Fiber ha fatto con noi un accordo molto importante per accelerare la distribuzione della fibra in alcune città in modo efficiente.
Il lockdown, peraltro, ha accelerato attività di cui si parlava da anni nel settore. Il digital divide italiano, oltre ad essere infrastrutturale, era anche culturale: le persone cioè utilizzavano servizi già disponibili molto meno di quanto avrebbero potuto fare. Siamo stati costretti dall'emergenza a prendere atto delle potenzialità del digitale e della sua imprescindibilità per la vita attuale. Aver affrontato il digital divide culturale ha reso ancora più evidente il fatto che oggi c'è una parte d'Italia che ha bisogno di reti.

Nell'eventualità, da più parti auspicata, di realizzare una rete unica, sareste pronti a partecipare al progetto comune, mettendo a disposizione i vostri cavidotti?

Noi, lo ripeto, vogliamo essere una soluzione e non un problema, saremo contenti di fare tutto quanto è possibile per facilitare lo sviluppo delle reti. Siamo convinti che le reti di domani saranno elettriche, idriche, digitali. Queste sono le reti di domani.

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