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Abbiamo bisogno di creare una patente delle competenze

Il termine della legislatura è il momento opportuno per fare un’analisi dell’operato del ministero del Lavoro, i cui interventi, assunti per rendere il Paese più moderno e competitivo, non sono stati sufficienti a stimolare la crescita dell’occupazione in un’ottica di semplificazione e razionalizzazione del sistema

di Gabriele Fava

(Adobe Stock)

3' di lettura

Il termine della legislatura è il momento opportuno per fare un’analisi dell’operato del ministero del Lavoro, i cui interventi, assunti per rendere il Paese più moderno e competitivo, non sono stati sufficienti a stimolare la crescita dell’occupazione in un’ottica di semplificazione e razionalizzazione del sistema.

Neppure la bontà della bozza del decreto Aiuti bis restituisce una complessiva valutazione positiva dell’operato del ministero del Lavoro. Difatti, sebbene tale decreto muova nella direzione corretta, lo fa con un’intensità insufficiente, tale da lasciare il mercato del lavoro – ancora una volta – in attesa di provvedimenti più consistenti.

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Anche gli ultimi interventi, quindi, si collocano nell’alveo delle soluzioni temporanee, palliative e non strutturali.

Per impattare positivamente il mondo del lavoro e renderlo competitivo con l’avanzare dei tempi sarà necessario intervenire sia a favore delle imprese sia dei lavoratori.

A beneficio delle imprese sarà necessario abbassare le aliquote fiscali per ridurre il costo del lavoro, liberando risorse per la transizione digitale, la green economy e l’assunzione di nuovi dipendenti. Ciò dovrà essere affiancato da un pacchetto volto a razionalizzare gli adempimenti fiscali e contributivi delle imprese e a semplificare le procedure burocratiche esistenti.

Per i lavoratori, invece, sarà necessario sviluppare un piano per la formazione continua che coordini e organizzi attività formative realizzate tramite i fondi interprofessionali. La finalità di tale manovra è di istituire un sistema nazionale di “bollinatura” autorevole delle competenze acquisite dalla forza lavoro che possa fungere da elemento distintivo del mercato del lavoro italiano. Una tale “patente delle competenze”, favorirà la rapida assunzione o riassunzione, poiché ogni datore di lavoro sarà in condizione di conoscere in maniera certa le competenze possedute da ciascun candidato, con evidenti ricadute sulla qualità del lavoro finale.

Sempre per formare al meglio i lavoratori è necessario istituire il cosiddetto sistema duale, così da rendere strutturale una metodologia di apprendimento che comporti una forte integrazione tra formazione e lavoro, tramite l’utilizzo del contratto di apprendistato per la qualifica e il diploma professionale di cui al d.lgs. 81/2015. Solo un sistema che si basi sul concetto di “imparare lavorando” potrà garantire ai giovani una formazione che riesca a collocarli con velocità e qualità nel mondo del lavoro.

Nell’ottica di avere lavoratori sempre più preparati alle esigenze del mercato, sarà importante intervenire sulle politiche attive, consci del fatto che l’occupazione viene creata, in primis, dalle imprese e che, in tal senso, lo Stato deve limitarsi a un ruolo di supporto, nel senso di garantire alle imprese stesse il miglior ambiente possibile per poter operare, e di aiuto al mantenimento del reddito in tutte quelle situazioni straordinarie o di crisi industriale. Occorre, in altre parole, spostare l’attenzione dall’assistenzialismo “nudo e crudo”, verso sistemi virtuosi di riqualificazione professionale e rapido reinserimento nel mondo lavorativo. In tale direzione, appare urgente una complessiva riforma dell’istituto del reddito di cittadinanza, che dovrebbe trasformarsi in un “reddito di competenze”, che garantisca al fruitore un rapido reskilling o upskilling, senza possibilità per questi di rifiutare il lavoro potenzialmente disponibile in esito all’intervento dello strumento di politica attiva.

Infine, sempre in chiave di crescita del mercato del lavoro, occorrerà invertire il fenomeno della “fuga delle imprese italiane” e magari, al contempo, incentivare l’ingresso sul territorio di realtà imprenditoriali straniere. Per raggiungere questo obiettivo v’è la necessità di semplificare l’apparato burocratico e riformulare il processo tributario, rendendolo più veloce e razionale. Occorre evidenziare come il fenomeno “migratorio” delle imprese vada affrontato soprattutto dal punto di vista del reshoring, rendendo competitivo e attrattivo il Paese e innescando un meccanismo virtuoso di cui beneficerà, nel breve/medio periodo, tutta l’economia nazionale.

Il Paese non può perdere tempo. La speciale congiuntura economica e l’avvento del Piano nazionale di ripresa e resilienza costituiscono un’occasione che il prossimo governo dovrà necessariamente sfruttare per garantire agli italiani e alle generazioni future crescita, benessere e competitività internazionale.

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