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«Abbiamo ridato dignità e istruzione a migliaia di donne afghane. E ora? Nulla è perduto, tornerà il giorno»

L’organizzazione Arghosha Faraway Schools ha promosso l’istruzione, premessa dell’ascesa sociale, finanziando la costruzione di 15 scuole

di Marco Niada

L’istituto secondario femminile di Lazir nella provincia di Daikundi, ultima scuola alla cui costruzione ha contribuito Arghosha Faraway Schools

4' di lettura

Che sarà del futuro delle donne nell’Afghanistan dei Talebani? La domanda vale particolarmente per il sottoscritto che, con una piccola organizzazione, Arghosha Faraway Schools, ha cercato di promuovere l’educazione femminile nel Paese da 17 anni. Con poco meno di 3 milioni di dollari raccolti abbiamo finanziato la costruzione di 15 scuole (l’ultima nella foto in alto), creato 22 borse di studio universitarie, sostenuto programmi di alfabetizzazione per 2.000 donne adulte, corsi di qualificazione per 300 insegnanti, corsi di inglese e computer per decine di neo-diplomate.

Le scuole sono statali e laiche secondo il curriculum nazionale. Ospitano 7.000 allievi, di cui 5.500 ragazze dal grado 1 a 12 (da 6 a 18 anni, dalle elementari a fine liceo). Hanno uno staff di oltre 300 insegnanti. In tutto serviamo una comunità di 50mila persone nelle province di Bamiyan e Daikundi, nel centro dell’Afghanistan.

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La regione degli hazara

La maggior parte del nostro sforzo avviene in una regione popolata dall’etnia hazara, di confessione sciita ed etnia mongola, discendente dalle famigerate orde di Gengis Khan. Da quei tempi d’oro i loro destini sono andati precipitando e da oltre un paio di secoli sono una minoranza sottomessa, se non perseguitata, fino ai genocidi operati dai talebani nel 2000-2001 e culminati nella distruzione dei Buddha di Bamiyan perché considerati idoli dagli estremisti sunniti.

Abbiamo convogliato i nostri sforzi in questa regione perché la popolazione è la più sfavorita del Paese e l’area è stata assai stabile, garantendo un forte ritorno al nostro investimento. La gente è assai industriosa e le donne, contrariamente al resto del Paese, aiutano nei campi. Portano l’hijab e non il burqa e sono più emancipate. In tutti questi anni seguiti alla caduta dei talebani, gli hazara, che contrariamente alle etnie pashtun, tajike e uzbeke non disponevano di proprie armate, hanno puntato le loro carte sull’educazione.

Diciassette anni di lavoro

I risultati si sono visti e oggi gli hazara, donne in testa, occupano importanti posizioni nel mondo dei media, della pubblica amministrazione, sport, arte, perfino forze di polizia. La loro ascesa sociale è stata contrastata da numerosi attentati in gran parte dell’Isis, mirati a terrorizzare una etnia considerata di infedeli. Le immagini di sangue di tre mesi fa in una scuola femminile a Kabul hanno fatto il giro del mondo.

Che accadrà agli hazara? Se i Talebani opereranno un giro di vite nell’educazione, saranno quelli che soffriranno di più e, a maggior ragione, saranno le donne a essere le più vulnerabili. Che sarà delle nostre ragazze? Che sarà di 17 anni di lavoro con viaggi interminabili per centinaia di chilometri su piste dissestate negli sconfinati altipiani dell’Hindu Kush Centrale per tenere a battesimo e monitorare le nostre scuole?

In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di email di condoglianze per un lungo lavoro apparentemente andato in fumo. Siamo commossi da tanta simpatia. Vorrei però mettere in chiaro che non rimpiangiamo nulla di quanto abbiamo fatto. Nulla è infatti andato perduto e questa avventura ha lasciato un marchio indelebile su tutti i 50mila individui che sono stati più o meno direttamente coinvolti.

L’importanza delle scuole

La costruzione di scuole ha dato un ambiente stabile entro cui le ragazze, che non disponevano di edifici propri e studiavano all’aperto o sotto le tende, hanno potuto lavorare, migliorando enormemente il loro profitto. Le stesse scuole hanno impegnato le comunità beneficiarie in uno sforzo collettivo, fornendo manodopera locale, strutture aggiuntive e manutenzione. Lo spirito solidale dei villaggi è cresciuto e la terra su cui sono state edificate le scuole è stata donata dagli abitanti. Progetti ambientali hanno aumentato la sensibilità sull’ecosistema. Varie organizzazioni caritatevoli si sono aggiunte, realizzando altre opere nei dintorni, come ambulatori, ponti, piccole dighe, canali d’irrigazione. Ventidue delle ragazze più meritevoli e disagiate hanno ottenuto borse di studio universitarie a Kabul. Attorno ad alcune scuole sono sorte piccole attività commerciali come bazaar. Le scuole hanno affinato le capacità ingegneristiche con edifici di fattura sempre migliore. In complesso le comunità interessate sono più ancorate al territorio.

Le ragazze hanno attraversato negli anni un processo di emancipazione: nelle classi superiori, guardano diritte negli occhi e fanno domande pertinenti e acute, pur restando rispettose e responsabili. Vestono con maggior cura rispetto a 15 anni fa. Le famiglie hanno accresciuto fortemente la propria autostima e alcune madri si sono messe a studiare per stare al passo coi figli. Nel frattempo, quattro donne presidi insegnano nelle nostre scuole e una è diventata addirittura capo del dipartimento dell’educazione di Bamiyan.

La fortuna di lavorare con organizzazioni afghane come Shuhada Organization, oneste ed efficienti, che hanno operato entro il budget e i tempi di consegna, ha creato un legame di fiducia coi donatori. I nostri sostenitori, in massima parte italiani e inglesi, negli anni hanno imparato a conoscere il Paese, intessendo in vari casi rapporti diretti con i beneficiari. Abbiamo creato una comunità di quasi 2mila persone sui social network.

Operiamo in stretto contatto con altre organizzazioni internazionali e tramite alcune di loro in altre regioni del Paese con altre etnie. Infine, la nostra piccola organizzazione, che non è una Ong ma finanzia Ong afghane, ha la fortuna di non avere strutture pesanti e di muoversi agilmente.

La fine di un sogno?

Che accadrà a tutto ciò? È la fine di un bel sogno? Stiamo a vedere. Credo che troppa acqua sia comunque passata sotto i ponti e troppe persone siano rimaste coinvolte. Troppi semi sono stati piantati, tanti giovani educati. Semmai dovesse calare la notte, arriverà anche il giorno. I nostri giovani hanno una vita davanti. Il tempo non è solo monopolio dei talebani.

www.arghosha.org

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