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Abeille: «Ecco come è nato il parametro sul deficit-Pil al 3% e perché non ha più valore. L’Europa ha bisogno del “People easing”»

di Vito Lops


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5' di lettura

«Se mi chiede se la regola adottata oggi in Europa e in altre nazioni del mondo, tra cui Israele, Malesia e Cina, secondo cui il deficit di un Paese non debba superare il 3% del Pil abbia basi scientifiche le rispondo subito di no. Perché sono stato io a idearla, nella notte del 9 giugno 1981, su richiesta esplicita del presidente François Mitterrand che aveva fretta di trovare una soluzione semplice che mettesse rapidamente un freno alla spesa del governo di sinistra che nel frattempo stava esplodendo. Così in meno di un’ora, senza l’assistenza di una teoria economica, è nata l’idea del 3%».

Non ha peli sulla lingua Guy Abeille, che a quei tempi era un funzionario del ministero del Bilancio della Francia e oggi ha 68 anni ed è felicemente in pensione. Vive a Parigi nel quartiere Latino e amministra il proprio condominio. Trentotto anni fa il suo compito era redigere mensilmente una nota al ministero sull’andamento delle spese e di aggiornare le previsioni del totale stimato a fine anno. Nel 1981 con l’arrivo della sinistra al governo dopo 20 anni il deficit, allora calcolato solo in termini nominali, stava decollando. Giscard d’Estaing aveva posto un limite a 30 miliardi, ma poi il nuovo e giovane (37 anni) ministro dell’Economia Laurent Fabius annunciò un ampliamento del deficit a 55 miliardi. Ma le stime di Abeille proiettarono l’esborso ben al di là per l’anno successivo verso la cifra monstre di 100 miliardi. Erano anni difficili. L’economia risentiva ancora pesantemente dello shock petrolifero del 1979. Nell’autunno del 1981 la Francia ricorse alla svalutazione monetaria, a cui ne seguì un’altra nell’estate del 1982. L’inflazione volava al 14%. «C’era fretta di trovare una formula che mettesse tutti d’accordo e che fosse spendibile nella comunicazione politica per i cittadini - prosegue Abeille -. Così, quella notte del 1981 il numero due alla direzione del Bilancio, Pierre Bilger, lo stesso che poi sarebbe approdato alla Alcatel, chiese a me e al mio collega e compagno di classe, Roland de Villepin (cugino di Dominique, poi primo ministro dal 2005 al 2007, ndr) con urgenza di stabilire una regola semplice e utilitaristica. Avevo 30 anni e la cosa era anche divertente. Purtroppo nessuna teoria economica supportava il lavoro. Ma dato che l’ordine arrivava dall’alto non potevamo fare altrimenti che metterci all’opera. Esaminammo le voci di bilancio, spese, entrate, debito. E a quel punto arrivò un’intuizione: in macroeconomia tutto comincia e finisce con il Pil. Ecco quindi l’idea di rapportare il deficit al Pil.

Ma perché 3% e non 2% o 4%?

«Quell’anno il Pil era di 3.300 miliardi e la spesa si avvicinava a 100. Il rapporto non era quindi lontano dal 3%. Ecco il perché della formula. Poi tra l’altro cadeva casualmente sul “numero 3” che è noto al pubblico per vari motivi ed ha un’accezione positiva, si pensi alle Tre Grazie, ai tre giorni della resurrezione, le tre età di Auguste Comte, i tre colori primari, la lista è infinita. Un numero, magico, quasi sciamanico, facilmente spendibile anche nel marketing politico come Fabius, e lo stesso Mitterand l’anno dopo, fecero. Sin da allora ero però consapevole che legare il deficit al Pil era un po’ come dividere i cavoli con le carote. Il deficit/Pil è un rapporto che può al massimo servire da indicatore, ma in nessun caso può essere una bussola perché non misura nulla, non è un vero criterio. Ciò che conta è ottenere un valore che calcoli la solvibilità di un Paese, la capacità di rimborso del debito da un’analisi ragionata. Ma avevamo fretta. E quindi dalla nostra cassetta degli attrezzi non è venuto fuori di meglio. Del fatto che nessun ragionamento economico è alla base del 3% ne era consapevole anche Alexandre Lamfalussy, uno dei maggiori artefici della preparazione e della realizzazione dell’euro e poi presidente dell’Istituto monetario europeo, l’ente precursore della Banca centrale europea quando dichiarò: “I governatori sono persone troppo oneste e sanno che i criteri sono sempre arbitrari. Non avrei mai accettato numeri come questo, ma sono contento che i politici lo abbiano fatto”. Francamente non avevo idea che questo vincolo, nato un po’ per caso in una notte vicino al Louvre, avrebbe fatto tanta strada».

Sono favorevole alla disciplina fiscale. E sul fatto che debba basarsi su regole semplici e comprensibili a tutti. Ma la regola del deficit/Pil al 3%, così come quella del debito/pubblico al 60%, andrebbero sostituite

Come mai è poi approdato anche a Maastricht?

«Aveva funzionato in Francia e piaceva anche alla Germania. Il 3% diventò uno slogan anche per Helmut Khol che lo presentò dinanzi al Bundestag abbinando il proclama per l’euro “Stark wie die Mark” (“Forte come il Marco”) a quello della disciplina di bilancio “Drei komma null” (“Tre punto zero”)».

Il 3% oggi divide i governi europei ed è oggetto di scontro con Bruxelles, si pensi alle recenti polemiche del governo italiano o dei “gilet gialli” in Francia. A suo giudizio è giusto mantenerlo?

«Sono favorevole alla disciplina fiscale. E sul fatto che debba basarsi su regole semplici e comprensibili a tutti. Ma la regola del deficit/Pil al 3%, così come quella del debito/pubblico al 60%, andrebbero sostituite. A mio avviso i fattori di rischio per un Paese sono due: il primo è finanziario, ovvero non avere più prestatori ed esser quindi costretti a far salire troppo i tassi di interesse fino a rischiare il default. Il secondo rischio può riguardare il bilancio e si verifica quando gli interessi sul debito mangiano buona parte delle entrate e impediscono al Paese di effettuare gli investimenti da indirizzare per preservare la qualità generale dell’economia del Paese. Questi interessi impediscono la possibilità di effettuare “buone spese”, mi riferisco agli investimenti in infrastrutture pubbliche, nell’innovazione, nella transizione energetica, nella tecnologia digitale, robotica, formazione professionale. Per questo propongo due nuovi vincoli, entrambi non più rapportati al Pil ma alle risorse pubbliche. Il primo consiste nel quantificare un limite massimo di debito annuo da emettere e il secondo nel fissare un tetto massimo agli interessi da pagare. Entrambi rapportati alle risorse pubbliche del Paese. In questo modo si replica il principio di solvibilità tipico di un’azienda.

Cos’altro cambierebbe nelle attuali formule l’Eurozona?

«Piuttosto che il quantitative easing sarebbe molto più efficiente il sistema “Help” che sta per Households easing lying on property. È una mia idea e si basa nel mettere in circolazione una parte dell’enorme valore degli immobili. Solo nella zona euro questo patrimonio è superiore ai 23mila miliardi. Si può stabilire che la Bce anticipa il 5% o il 10% del valore degli immobili a chi ne fa richiesta. Una volta che poi l’immobile viene venduto, o in caso di successione, alla Bce verrà restituito l’importo attualizzato. In questo modo si metterebbe in circolo molta ricchezza senza creare nuovo deficit. Una soluzione del genere aiuterebbe molto il ceto medio-basso, quello che oggi ha più bisogno di liquidità e che fa fatica a riceverla con il meccanismo del quantitative easing. Insomma, al posto del Qe sarebbe meglio un “People easing”».

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