colossi americani

Abercrombie&Fitch: ricavi in stallo e 30 milioni di perdite. Il turn around prevede anche la chiusura di Milano

di Giulia Crivelli


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2' di lettura

Continua il periodo difficile di Abercrombie&Fitch, colosso americano del casualwear, famoso nel mondo per l’omonimo marchio e per il brand dedicato ai più giovani, Hollister. Il caso A&F conferma che un successo troppo rapido e globale, soprattutto tra i consumatori più giovani – infedeli e volubili per definizione e ancora di più nell’era digitale – può essere una benedizione nel breve periodo e una maledizione nel medio-lungo. Perché quando le vendite crescono a doppia o addirittura tripla cifra, le aziende hanno la tentazione, alla quale evidentemente è difficile resistere, di aprire molti negozi e di farlo in location famose. Quando la marea si ritira, iniziano i guai.

Il successo e la fama di Abercrombie&Fitch sono stati per molti anni solo americani, ma a partire dall’inizio degli anni duemila il marchio è diventato una specie di oggetto del desiderio e chi andava negli Stati Uniti doveva spesso partire con liste di acquisti da fare per amici e parenti nei negozi americani di A&F, un po’ come era accaduto nei due decenni precedenti con Ralph Lauren. Poi è iniziata l’espansione europea di A&F e lo sbarco in Italia è stato nel 2009 a Milano. Per mesi davanti al negozio di corso Matteotti, la via che porta da piazza San Babila al Duomo e scorre parallela o quasi a corso Vittorio Emanuele e al quadrilatero della moda (essere più centrale di così è quasi impossibile) ci sono state code di ore (la foto mostra che accadeva persino con la pioggia). Poi il rallentamento, legato a quello globale del brand e del mercato italiano in particolare. Ieri l’annuncio della chiusura del flagship di corso Matteotti, che avverrà “entro la fine dell’esercizio fiscale 2019” (che terminerà il 31 gennaio 2020).

La trimestrale annunciata ieri
I conti annunciati ieri (A&F è quotata a New York) confermano il momento difficile: il fatturato del primo trimestre fiscale (febbraio-aprile 2019) è rimasto stabile a 734 milioni di dollari, grazie agli Stati Uniti (+4%), mentre i mercati internazionali hanno perso il 4%. A chiudere saranno anche i flagship di Copenhagen, SoHo a New York, Fukuoka in Giappone e Hong Kong. I primi quattro, hanno precisato i vertici di A&F, nell’esercizio fiscale 2018, che si è chiuso il 31 gennaio 2019, avevano contribuito per l’1% alle vendite globali e quindi la loro chiusura, anche in termini di oneri straordinari, dovrebbe avere un impatto minimo sull’esercizio fiscale 2019 e su quello del 2020.

La reazione della Borsa
Le mosse annunciate ieri non sono bastate agli investitori: il titolo ha perso il 24% chiudendo a 19 dollari portando il bilancio da iniziò anno a -3 e quello degli ultimi 12 mesi a -23,4%. A questo link l’andamento del titolo al Nyse.

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