un «sì» al pianeta

Abiti da sposa sempre più «verdi» fra fair trade, tessuti vegetali e sharing

La sostenibilità contagia anche le nozze: negli atelier si sperimentano nuovi materiali, gli abiti sono cuciti da comunità di artigiani, è boom per i siti di rivendita dell’usato. E i big traggono ispirazione

di Chiara Beghelli e Marta Casadei


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Una modella con le donne nepalesi che realizzano abiti da sposa per la stilista Leila Hafzi

4' di lettura

Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di...verde: cambia solo l'indicazione sul colore, ma per il resto l’antica guida per l'abbigliamento delle spose si adatta perfettamente al crescente interesse per la sostenibilità che contagia anche il giorno delle nozze. L'abito da sposa eco-friendly, infatti, è un nuovo protagonista di un settore, quello del “bridal fashion”, che nel 2020 raggiungerà un valore globale di 80 miliardi di dollari, secondo stime di Global Industry Analysts.

Abito da sposa di Stella McCartney

Vari indizi rivelano la diffusione di questo tipo di creazioni, apprezzate soprattutto da quelle spose della generazione “Millennial” che sono molto più sensibili ai temi della sostenibilità rispetto alle precedenti: la stilista più impegnata in questo senso, Stella McCartney, ha lanciato la sua prima capsule collection da sposa, realizzata con viscosa sostenibile e fatta mano in laboratori di Marche, Abruzzo e Puglia. Sul fronte del fast fashion, H&M ha usato il filato Econyl di nylon rigenerato, prodotto dall'italiana Aquafil, per il primo abito da sposa della collezione Conscious;

e se nella campagna 2020 di Atelier Emè, marchio del gruppo Calzedonia, le spose sono ritratte nel cuore della foresta pluviale di Bali, la prossima edizione di Sì Sposaitalia Collezioni (a Milano dal 17 al 20 aprile 2020) dedicherà per la prima volta un evento speciale alle creazioni sostenibili, dal titolo “Sigreenbridal”: «È un progetto che ha lo scopo di iniziare a sensibilizzare e avvicinare aziende, atelier e stilisti del mondo sposa alla sostenibilità - fanno sapere dall’organizzazione -. Uno stimolo che viene anche dalle spose stesse, sempre più attente a scegliere per la festa menu rispettosi del territorio, a km zero, a contenere gli sprechi, a dare un messaggio in questo senso. SìSposaitalia collezioni voleva quindi dare un segno tangibile, dopo la via tracciata dalla Camera della Moda con i Green Carpet Fashion Awards, anche al mondo sposa, invitando i brand che espongono a creare dei modelli che, oltre all’estetica, tengano conto dell’etica.

Guida agli abiti da sposa più sostenibili

Guida agli abiti da sposa più sostenibili

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Lo stiamo facendo concretamente mettendo in contatto alcuni espositori con i produttori di tessuti impegnati in questo senso: oltre alle fibre naturali per eccellenza come il cotone ecologico, il lino, la canapa, la seta ottenuta secondo processi particolari, si aprono nuove prospettive anche con fibre inusuali come l’ortica o la betulla».

Lavorazioni artigianali nell’atelier di Larimeloom a Reggio Emilia

Nella moda sposa “green”, però, c'è anche qualcosa di “vecchio”, di riciclato o di ri-usato: nell'atelier Larimeloom a Reggio Emilia, per esempio, i pizzi vengono raccolti in mercatini dell'usato (e si sperimentano tinture con bucce di cipolla e cavoli rossi). E c'è anche chi progetta abiti secondo il “circular design”, dunque pensando già al loro riutilizzo dopo la cerimonia, come a Chicago fa Celia Grace, che propone anche abiti in fibra di bambù, lavorati da cooperative di artigiani cambogiani con cui collabora.

Abito in tessuto di bambù di Celia Grace

L'indicazione di usare qualcosa di “nuovo” è rispettata attraverso l'uso di innovativi tessuti sostenibili, come la seta “cruelty free” e la fibra di ortica, che ricorda l'organza di seta, cucite nell’'atelier di La Sposa Dipinta a Voghera. E innovativo è anche il coinvolgimento di comunità di artigiani in zone disagiate del pianeta: Anita Dongre , una delle stiliste più celebri dell'India (e a capo di un’azienda da oltre 93 milioni di euro), dal 2015 apre scuole di cucito nelle aree rurali del Paese, dove le donne realizzano abiti da sposa e per la prima volta si assicurano uno stipendio.

La stilista Anita Dongre

Scegliere un abito da sposa sostenibile non riguarda solo la scelta dei materiali o della lavorazione, ma anche usare le opportunità della sharing economy. Tra queste c'è il noleggio, un'abitudine che sta prendendo piede in modo importante: s econdo Allied Market Research, nel 2023 il mercato del fashion renting online toccherà gli 1,9 miliardi di dollari a livello mondiale. La cerimonia, infatti, è uno dei motori che spinge ad affittare un abito speciale sì, ma che, a conti fatti, verrà indossato solo per un giorno.

L’home page di DressYouCan

La start up milanese DressYouCan , fondata da Caterina Maestro, ha appena lanciato il servizio “Yes I do”che offre un' assistenza a 360°nell'organizzazione del matrimonio, a partire proprio dal noleggio dell'abito della sposa. Affittare l’abito bianco (o rosa, o avorio: la scelta è ampia) costa da un minimo di 84 euro a un massimo di 394 euro - per vestiti che hanno un prezzo di listino fino a 2.500 euro - con modifiche, prova (anche in atelier, a Milano) e tintoria incluse.

Home page di Drexcde

Quello degli abiti da sposa è un business importante anche per la start up Drexcode , fondata, sempre a Milano, nel 2015 da Federica Storace e Valeria Cambrea: la selezione di pezzi, disponibili sia sul sito sia nello spazio-showroom alla Rinascente Duomo, include anche abiti da 10mila euro (prezzo in negozio) che le future spose possono però noleggiare per quattro giorni spendendo una cifra sette volte inferiore (circa 1.500 euro).

L'alternativa all'affitto può essere il second hand, un altro segmento di mercato in pieno boom. Che sta coinvolgendo sempre di più le spose (e, soprattutto, testimoni e damigelle). Lo confermano da Vestiaire Collective , piattaforma francese di rivendita di capi e accessori griffati: il sito non ha una sezione dedicata alla sposa, ma ogni anno, in primavera, avvia campagne dedicate: «Il 10% della selezione viene venduto nei primi tre giorni, ma entro la fine dell'estate si raggiunge una quota del 70 per cento. Gli articoli più venduti non sono gli abiti da sposa, ma gli accessori, i gioielli e le clutches, e i look per le damigelle», fanno sapere dall'azienda. I siti second hand dedicati all'abito da sposa si stanno diffondendo: da Oncewed.com, ormai un'istituzione negli Usa, a Marryadress.com, market place tutto italiano.

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