londra

Aboubakar Soumahoro: «Cambiamo il modo in cui parliamo dei migranti»

Secondo il sindacalista italo-ivoriano, autore di «Umanità in rivolta», le parole con cui oggi ci riferiamo ai fenomeni migratori rischiano di aggravare le ingiustizie sociali e ambientali

di Teresa Franco


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Aboubakar Soumahoro (Agf)

4' di lettura


«L’educazione è l'arma più potente per cambiare il mondo» diceva Nelson Mandela. Un’affermazione di cui Aboubakar Soumahoro ha fatto una bandiera. Il sindacalista italo-ivoriano, autore di Umanità in rivolta (Feltrinelli 2019), ha partecipato al Festival di Letteratura Italiana a Londra, che si è svolto recentemente al Coronet Theatre di Notting Hill.

Un’iniziativa che esiste da tre anni e favorisce il dialogo tra la cultura italiana e quella britannica, avvicinate, nonostante lo spettro della Brexit, anche dalla realtà del lavoro, con milioni di italiani residenti nel Regno Unito. Ne è una prova il tutto esaurito registrato al festival; e il pubblico attento venuto a sentire Aboubakar Soumahoro e Daniel Trilling, il giornalista inglese noto per il libro inchiesta sull’emigrazione, Lights in the Distance (Picador 2018), apparso in Italia per Marsilio con una prefazione di Marco Damilano.

Moltissime le questioni emerse: dal precariato, al ruolo dei media nella rappresentazione dei migranti, a quello della politica, fino all’influenza che ha avuto nella militanza di entrambi gli scrittori la loro storia personale. Un aspetto delicato, su cui Trilling e Soumahoro hanno mostrato posizioni leggermente diverse, ma che ha aperto una serie di interrogativi cruciali sul modo di comunicare, sulla responsabilità di chi comunica, sulle sfide del giornalismo oggi in una società protesa inesorabilmente verso l’egocentrismo.

Soumahoro ha iniziato il suo discorso invitando il pubblico a rispettare un minuto di silenzio per Giuseppe Di Vittorio, sindacalista, antifascista, morto il 3 novembre del 1957. Nel suo libro, Umanità in rivolta , gli dedica diverse pagine, e si intuisce come per lui quest’uomo rappresenti un modello di umiltà e dedizione a servizio degli altri.

Un esempio morale che Soumahoro abbraccia in pieno, anche durante le interviste, quando rispondendo alle domande è il “noi” collettivo dei lavoratori la parola che affiora con naturalezza alle sue labbra. Sul significato della sua presenza al festival ribadisce che la sua è solo una testimonianza: «Il valore non è la mia presenza, ma quella di tutte le persone che sono venute a condividere questa esperienza con noi, che hanno cercato di rimettere al centro la condizione delle persone, e così facendo hanno mostrato l’altra faccia della medaglia dell’immigrazione che è l’emigrazione».

Non ci sono distinzioni tra cervelli in fuga e braccianti, senza retorica i due fenomeni sono letti in base agli effetti che producono: «Quanti sanno – si chiede Soumahoro – che non c’è colore di pelle, davanti a legami affettivi che si spezzano, distanze, nostalgie». Con altrettanta chiarezza insiste sulla necessità di abbandonare categorie che, mentre definiscono alcuni lavoratori, li inseriscono in una dimensione di straordinarietà, escludendoli dalla vita di tutti i giorni.

Ha raccontato l’esempio di un comune in provincia di Cuneo, dove i braccianti di giorno lavoravano, di notte dormivano per strada, per dimostrare che «il mito dello sfruttamento del Sud non regge». Non bisogna negare queste realtà, ma «capire come si manifesta lo sfruttamento nei vari territori».

Un sintomo di questa mancanza di consapevolezza è la rimozione della classe operaia (un tema trattato al festival anche dagli scrittori Alberto Prunetti e Anthony Cartwright): «Alcuni politici hanno iniziato a dire che la classe operaia non esiste più, ma sono loro che hanno perso la bussola per capire come si manifesta la classe operaia oggi. La classe operaia sono i riders, i lavoratori indipendenti con la partita iva, anche i giornalisti freelance».

Ogni fenomeno va letto in maniera olistica. E se si passa al settore dell’agricoltura, che è il suo terreno di lotta quotidiana, Soumahoro non ha dubbi sul fatto che si debba ripensare una relazione più sostenibile tra capitale e natura: «Che cosa è diventato oggi il diritto al cibo in Europa? Di chi sono i semi? Di chi sono i brevetti? Come possiamo identificare questa privatizzazione del sapere e questa trasformazione del profitto? Chi stabilisce i prezzi? Chi le regole della distribuzione? Chi il codice in base al quale viene stabilito se c'è stato o no sfruttamento»? Interrogativi enormi a cui comunque si cerca di trovare soluzioni.

Alla sua catena di domande aggiungo anche la mia, gli chiedo se esista una mappa dei lavoratori stagionali e se ci sia una linea politica per coniugare diritti ed economia. Soumahoro risponde con dati concreti, citando il tavolo interministeriale che si è riunito lo scorso 16 ottobre per pronunciarsi proprio su caporalato e sfruttamento: «Alcuni progressi sono stati fatti, ma non basta. A quel tavolo manca ancora un soggetto: la grande distribuzione organizzata».

Un rapporto recente ci dice che la filiera agroalimentare estesa rappresenta in Italia il primo settore per fatturato, mentre l’Europa spende circa il 40 per cento del suo budget totale per l’agricoltura. Eppure questa ricchezza non si traduce in tutele e diritti per i lavoratori.

Se non si affronta la questione delle ingiustizie sociali e ambientali, continua nel suo discorso, ci saranno sempre categorie che dividono. E anche le parole con cui oggi ci riferiamo ai migranti devono essere ripensate. “Migrante economico”, per esempio, viene usata per indicare le persone che non meritano di restare in Europa, ma non si considera che 820 milioni di poveri vivono in Africa e Asia.

Allo stesso tempo, ricorda Soumahoro, oggi ci riferiamo alla convenzione di Ginevra per parlare di rifugiati, ma questa non riconosce le persone che emigrano a causa delle condizioni climatiche. Eppure si stima che circa 250 milioni di persone, da qui al 2050, si sposteranno per questi motivi.

Impossibile non fare a Soumahoro una domanda su Riace, dato che conosce l’ex sindaco Mimmo Lucano da tempi non sospetti, fin dal 2009. «Ciò che è stato costruito a Riace ci dice che è possibile trasformare l'utopia in realtà; che è possibile dare alle persone che chiedono accoglienza una opportunità di emancipazione, facendo crescere una comunità».

Il futuro è pieno di sfide, troppe persone in attesa di riottenere la loro dignità. Quando una studentessa gli chiede cosa dobbiamo fare perché l’indignazione non duri il tempo di un telegiornale, il sorriso di Aboubakar Soumahoro si fa disarmante, una breve pausa, poi risponde: «Organizzare, unire i bisogni delle persone lontane perché diventino parte della nostra vita. Quanti oggi hanno un emigrato in famiglia? L’io deve diventare un noi».

@teref18

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