terremoto

Abruzzo, svuotata (inutilmente) la diga che fa paura

di Jacopo Giliberto

La diga Rio Fucino sul lago artificiale di Campotosto (L'Aquila).

4' di lettura

Dopo il terremoto, i cittadini che abitano a valle del lago artificiale di Campotosto (L’Aquila) hanno avuto paura che le antiche dighe costruite un’ottantina di anni fa potessero crollare. Gli ingegneri del ministero delle Infrastrutture preposti alla sicurezza delle dighe e quelli dell’Enel hanno verificato con accortezza: nessun rischio. Solidissime. Ma domenica il presidente della Commissione Grandi Rischi, il fisico Sergio Bertolucci, in televisione ha evocato la parola Vajont. E quindi le autorità, per placare i cittadini, hanno ordinato all’Enel di aprire le paratoie e vuotare quel bacino idroelettrico dal quale si ricava elettricità pulita. Ora è quasi vuoto. Resta nel lago poco più di un terzo dell’acqua, cioè solamente il fondo limaccioso.


Il lago di Campotosto è nato nel 1939 (anno XVII e.f.) con la costruzione delle dighe di Poggio Cancelli (terra battuta), di Sella Pedicate (terra battuta con ferro e cemento) e di Rio Fucino (calcestruzzo e ferro). Alimenta diverse centrali idroelettriche tra le quali la più nota è a Provvidenza. Il lago è vasto 14 chilometri quadri e, se pieno, contiene 300 milioni di metri cubi di acqua. Sotto di esso passa la faglia di Campotosto, una fenditura geologica lunga una trentina di chilometri e passa non lontano dalla diga di Rio Fucino.

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Allarme dighe in Abruzzo, la lettera dell'Enel

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Un primo allarme era nato in agosto (clicca qui per leggere), quando ci furono le prime potentissime scosse di terremoto che avevano devastato Amatrice e altre città dell’Italia Centrale. Controlli fatti, dighe solidissime.
Alla nuova sequenza sismica di gennaio, nuovo ciclo di analisi sugli impianti. Nemmeno una screpolatura (clicca qui per leggere).

Ma domenica Bertolucci ha detto in tv: «Ci possono essere movimenti importanti di suolo che cascano nel lago, per dirla semplice è “l’effetto Vajont”».

La diga del Vajont, tra Friuli e Veneto, fu causa della tragedia del 9 ottobre 1963. Un fianco della montagna, come previsto dagli esperti e come negato dalle autorità, crollò nel lago artificiale. L’onda scavalcò la diga (spettacolare, era la diga ad arco doppio più alta al mondo) e spazzò la cittadina di Longarone (clicca qui per leggere) , uccidendo 2mila persone.

Poi Bertolucci ha aggiunto: «Se si avverte un aumento del rischio, bisogna immediatamente renderlo trasparente alle autorità e alla popolazione. Sarebbe pericolosissimo abbassare la guardia, soprattutto per scuole, ospedali e, appunto, le dighe». E in tv è stato detto che la diga di Campotosto è stata costruita quando non si sapeva cosa fossero le faglie. Parole adattissime a suscitare paura fra cittadini cui in questi mesi la natura ha già dato molte preoccupazioni, quando non dolori.

Il giorno stesso il presidente della Commissione Grandi Rischi ha dovuto frenare: «Non c’è nessun pericolo imminente di un “effetto Vajont”», ha dichiarato ufficialmente Sergio Bertolucci ancora domenica. «Da tempo la diga di Campotosto viene studiata dalla Protezione Civile in collaborazione con l’Enel e con tutti gli organismi deputati», mentre non ci sono rischi dall’eventuale caduta di materiali nel lago: «Non si configura la possibilità di avere onde che possano superare i dieci metri».

Quando furono costruite le dighe di Campotosto si sapeva benissimo che cosa fossero le faglie e dal 2009, dopo il terremoto d’Abruzzo, quella faglia di Campotosto è analizzata a fondo e non interessa direttamente le fondazioni delle dighe. La diga non è studiata dalla Protezione civile (come invece aveva detto in tv Bertolucci) bensì dalla direzione Dighe del ministero delle Infrastrutture, che è l’autorità competente sulla sicurezza dei grandi sbarramenti.

Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, ha rimproverato Bertolucci: «Il riferimento al Vajont avrebbe potuto evitarselo, è totalmente fuori luogo». Il tentativo calmante di Delrio non è servito a niente. I sobillatori di paura hanno piegato i politici locali, sensibilissimi alle paure comprensibili dei loro cittadini, e hanno imposto di vuotare il lago artificiale.

È stato chiesto con forza di vuotare il bacino di Campotosto, e non gli altri come i laghi del Turano, il Salto, il Fiastra. La dinamica sembra la stessa del 2012 in Emilia, quando dopo il terremoto furono accusate «il fracking» e «lo stoccaggio di gas di Rivara» (non c’è alcun fracking in Italia e non esiste alcuno stoccaggio a Rivara), parlamentari emiliani riuscirono perfino a inserire in una legge il divieto di stoccaggi di gas e l’allora presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, deviò le paure e le attenzioni verso l’innocuo giacimento di Cavone.

Così, per dar ragione alle paure degli elettori che non si fidano nemmeno della scienza bisogna vuotare il bacino di Campotosto. Ed ecco la lettera di Michele Maranci, capo dell’unità di business idroelettrica Centro Italia dell’Enel, mandata a tutti i sindaci e alle autorità a valle della diga: «A seguito delle affermazioni fatte a mezzo stampa da parte del Presidente della Commissione Grandi Rischi e conseguente allarmismo generato presso le Comunità Locali, avvisiamo che pur non essendoci motivazioni tecniche e nessuna criticità sulle opere idrauliche afferenti il bacino di Campotosto procederemo alla ulteriore riduzione dell’invaso utilizzando la capacità di derivazione degli impianti e gli organi di scarico della diga di Rio Fucino (circa 27,5 mc/sec)».

Aprire le paratoie di botto è un rischio enorme. Proprio il Vajont l’aveva dimostrato: svuotare di furia un bacino può ledere la stabilità della montagna che vi si affaccia. Ma se il rischio geologico dello svuotamento è un’ipotesi, è una certezza il pericolo dell’onda di piena generata dallo svuotamento. Le sponde vengono inondate all’improvviso, e chi vi si trovi può esserne spazzato via. Per questo motivo la lettera dell’Enel avverte: «L’apertura degli scarichi della diga di Rio Fucino verrà iniziata solo dopo aver avuto la conferma che i centri abitati a valle della diga siano stati informati e che l’operazione possa avvenire nella massima sicurezza», con il monitoraggio dei «punti critici del fiume».

La prevenzione si fa in tempo di pace. Si fa con la conoscenza.

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