REPORTAGE

Abu Dhabi, oltre il petrolio c’è la Silicon Valley

di Riccardo Barlaam


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La grande moschea Sheikh Zayed (Afp)

6' di lettura

L’annuncio è arrivato, a sorpresa, con una scarna nota via Twitter: il Salvator Mundi , l’ultimo Leonardo in mani private e appena venduto da Christie’s a una cifra record di 450 milioni di dollari, presto avrebbe trovato casa: il Louvre, ma non quello di Parigi dove avrebbe tenuto compagnia alla Gioconda , bensì il più avveniristico di Abu Dhabi. Nemmeno il presidente francese Emmanuel Macron, quando ha tagliato il nastro al museo di Abu Dhabi progettato da Jean Nouvel avrebbe osato immaginare uno sviluppo del genere.

Tanto più che i media americani, a partire dal Wall Street Journal, ormai sembrano non avere più dubbi: l’acquirente del dipinto sarebbe niente meno che l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman, il vero compratore, dopo che qualche depistaggio aveva indirizzato i sospetti su qualche altro componente della famiglia saudita. La nuova casa di Leonardo sarà dunque sotto questa grande cupola sospesa sull’acqua che lascia entrare il sole degli Emirati attraverso un ricamo architettonico che genera mosaici di luce e ombre nei 55 edifici e nelle 23 gallerie costruiti sotto.

Il Louvre della ripartenza
Il Louvre Abu Dhabi è costato un miliardo di euro. Sarebbe dovuto essere pronto due anni fa. È il simbolo della ripartenza della capitale degli Emirati Arabi Uniti dopo gli anni della crisi del petrolio. La caduta improvvisa dei prezzi del greggio dai 130 ai 45 dollari al barile che ha bloccato tanti cantieri in questa specie di Miami del Golfo Persico sorta nel bel mezzo del niente, tra la sabbia del deserto e l’acqua, dagli anni Settanta. Il Louvre di Abu Dhabi è solo il primo di una serie di musei esportati. I prossimi saranno il Guggenheim Abu Dhabi, progettato da Frank O’ Ghery e il Museo Nazionale Zayed di sir Norman Foster, che dovrebbero vedere la fine il prossimo anno.

Abu Dhabi è il più grande e ricco dei sette Emirati. In questo fazzoletto di grattacieli tra terra e mare vivono 1,6 milioni di persone. Solamente il 20% sono arabi. La maggioranza degli abitanti sono expat, tra cui anche molti europei e americani. Dirigenti e quadri di banche, società finanziarie, multinazionali e major petrolifere che vengono qui, attratti dai buoni stipendi e soprattutto dal fatto che non si pagano tasse. Tasse zero. Così, nonostante il clima un po’ infelice, con il caldo e soprattutto l’elevato tasso di umidità che in molti periodi dell’anno rende complicato stare all’esterno e il fatto che si sia in qualche modo “costretti” a vivere delle comode e annoiate esistenze con la costante dell’aria condizionata, molti occidentali decidono di restare qualche anno. La manovalanza, quelli che puliscono, cucinano, riassettano, gli operai, i camerieri, gli addetti alle pulizie o i free climber che puliscono le vetrate dei grattacieli vengono dall’Asia o dall’Africa. Pensando a questa comunità di stranieri diventata maggioranza in un Paese arabo, non deve sorprendere se girando per le trafficate strade di Abu Dhabi capita di vedere mall e catene occidentali come Ikea o Carrefour. O il Parco divertimenti a tema della Ferrari.

Il petrolio, nel bene e nel male della congiuntura economica, è il motore o il freno di questo posto. Il 6% delle riserve mondiali di petrolio appartiene agli Emirati. L’esigenza di diversificare nasce dalla necessità di distaccarsi dalla volatilità del mercato del greggio dopo quanto accaduto negli ultimi tempi.

Ora è un momento di ripresa. E gli emiri hanno cominciato a guardarsi attorno. Sanno che non durerà per sempre. Il Golfo sta vivendo un momento di surriscaldamento, inusuale. I corsi del petrolio hanno cominciato a risalire sopra i 60 dollari al barile. Ci sono stati i 200 arresti eccellenti in Arabia Saudita, sorta di guerra dei Roses tra gli sceicchi. E poi c’è l’embargo al Qatar da parte delle monarchie del Golfo. Con da un lato, isolata, Doha, la sede di al-Jazeera, primo produttore mondiale di gas liquefatto ai ferri corti con Riad e con gli altri Paesi vicini, Emirati Arabi, Bahrein, Egitto per la troppa vicinanza alla dirigenza sciita di Teheran e per i rapporti con la Turchia, che in Qatar ha una base militare.

Con il petrolio che ha ricominciato a salire torna la liquidità. Lo slogan ricorrente ora è quello di investire. Investire all’estero. In settori non legati al greggio. Le nuovi fonti energetiche, l’alta tecnologia. C’è una sorta di gara non dichiarata tra le monarchie del Golfo da un lato, e il Qatar sotto embargo, dall’altro, per aggiudicarsi le prede migliori. L’Arabia Saudita che sta preparando la vendita del 5% della compagnia petrolifera statale Saudi Aramco, una quota valutata 100 miliardi di dollari, ha in canna già 45 miliardi per i fondi d’investimento nell’hi-tech Usa. Il Qatar nel 2015 ha aperto un ufficio negli Stati Uniti per il suo fondo sovrano: ha in programma di spendere la stessa cifra dei sauditi in America, ma nelle infrastrutture.

Una sede nella Silicon Valley
Ora è il momento di Abu Dhabi. Poche settimane fa il fondo d’investimento Mubadala, di proprietà del governo degli Emirati Arabi Uniti ha aperto una sede, la sua prima, negli Stati Uniti. Non ha scelto New York né Washington. Bensì San Francisco e la Silicon Valley. La “capitale” e il centro produttivo della rivoluzione hi-tech americana. Diversificare dal petrolio significa che Mubadala, cioè gli emiri, si preparano a espandere i loro investimenti e le loro partecipazioni nelle società tecnologiche Usa. Le big five, le cinque più grandi società hi-tech americane Apple, Amazon, Google, Facebook e Microsoft, ma anche sconosciute start up californiane, sono nel mirino del fondo d’investimento emiratino.

Khaldoon al Mubarak, il ceo di Mubadala Investment, spiega che hanno preso la decisione di aprire una sede negli States appena sei mesi fa. «Abbiamo capito che avevamo la necessità di avere una base negli Stati Uniti. Per la nostra società si tratta di un cambiamento epocale perché muta la strategia di accentrare le nostre operazioni solo ad Abu Dhabi e negli Emirati». Si guarda fuori. «È diventato chiaro per noi – dice il giovane sceicco – che dovevamo andare in profondità con questa decisione. E andare in profondità significa stare il più vicino possibile al mercato di riferimento, che in questo caso è l’hi-tech. Dovevamo essere a San Francisco, nella Silicon Valley e non più solo davanti al mare del Golfo Persico».

Al Mubarak, classe 1976, una laurea in Economia all’Università Tufts di Boston, e il titolo di presidente del Manchester City di cui la compagnia emiratina Etihad Airways è main sponsor, fa parte della nuova dirigenza del Paese arabo. Che ha studiato all’estero. Che sotto il ghutrah, il copricapo tradizionale bianco, ha una visione del mondo più aperta. E che rappresenta l’emblema della giovane generazione di sceicchi che si muove a suo piacimento nei palazzi della City londinese, sposta capitali da una parte all’altra del mondo per far fruttare le immense ricchezze del petrolio e utilizza lo sport come biglietto da visita per i salotti che contano.

Qualche cifra. Mubadala ha completato la sua fusione con il fondo d’investimento petrolifero di Abu Dhabi all’inizio dell’anno. Ed è diventato il 14esimo fondo d’investimento al mondo per valore, con asset per 125 miliardi di dollari.

«Ci stiamo orientando – racconta al Mubarak – ad investire nell’hi-tech americano, per adesso ci guardiamo attorno per capire le opportunità offerte dal settore». La digital economy ma non solo. «Stiamo anche studiando il settore dei satelliti e dei data center», spiega il giovane sceicco. L’ufficio nella Silicon Valley di Abu Dhabi dovrà gestire anche i 15 miliardi del fondo tecnologico della giapponese SoftBank, veicolo di investimento in cui Mubadala è partner assieme ai fondo sovrano dei sauditi Pif. Il fondo sovrano emiratino ha in programma di puntare anche un altro miliardo di dollari in Globalfoundries, società produttrice di semiconduttori di cui è azionista. Mubadala inoltre è il terzo azionista di Amd, la multinazionale dei semiconduttori, che è tra i leader mondiali nella produzione di microchip, di cui controlla circa il 6% del capitale.

Alta tecnologia, ma anche agricoltura e biotecnologia: Mubadala sta esplorando le possibilità offerte in questi settori in Cina, Russia e Sud America. Il radar che la muove sono i dollari, nell’ottica di «massimizzare le percentuali di rendimento», dice lo sceicco. E poi ci sono le relazioni, la fitta ragnatela di rapporti politici e di sostegni che le élite del Golfo si aprono in tutto il mondo grazie ai petrodollari.

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