CASSAZIONE

Abuso d’ufficio per il sindaco che scioglie la seduta per non discutere la mozione contro di lui

Con il mancato rispetto dell’obbligo di astensione e lo stop al consiglio danneggiati i diritti della minoranza che non ha potuto mettere ai voti la proposta

di Patrizia Maciocchi

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(Comugnero Silvana - stock.adobe.com)

Con il mancato rispetto dell’obbligo di astensione e lo stop al consiglio danneggiati i diritti della minoranza che non ha potuto mettere ai voti la proposta


2' di lettura

Rischia il carcere per il reato di abuso d’ufficio il sindaco che, omettendo di astenersi in presenza di un interesse personale, sospende e poi scioglie la seduta del consiglio comunale per evitare la discussione di una mozione contro di lui. Un documento presentato dai consiglieri di minoranza con il quale si chiedeva all’aula di pronunciarsi sulla costituzione di parte di civile del Comune contro il primo cittadino, nell’ambito di un processo penale che lo vedeva coinvolto per i reati di maltrattamenti, violenza sessuale e concussione in danno dei dipendenti dell’ente locale.

Il diritto costituzionale a discutere e votare le proposte

La Cassazione (sentenza 32174) respinge il ricorso del sindaco e conferma la condanna a un anno e otto mesi di reclusione. Nessuna delle censure della difesa passa. Non importa, infatti, che la decisione sulla costituzione di parte civile spettasse alla Giunta, perché sospendendo la seduta prima e sciogliendola poi, il primo cittadino aveva creato un danno ingiusto impedendo ai consiglieri di minoranza di esercitare un diritto costituzionale: la discussione e la votazione della proposta. La decisione sull’opportunità di dare un indirizzo politico ad una scelta di competenza della giunta, e la sollecitazione a disporre la costituzione di parte civile, rientravano certamente nel raggio d’azione del consiglio comunale che è, per legge, un organo di indirizzo politico.

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La sentenza

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Il testo unico degli enti locali

Non è pertinente neppure il riferimento all’articolo 78 del Testo unico degli enti locali, secondo il quale l’obbligo di astensione non riguarderebbe l’adozione di delibere di mero indirizzo politico, ma solo quelle tese ad adottare decisioni che incidono direttamente nella sfera dei destinatari. L’obiezione della difesa è però fuori fuoco. La norma del Tuel sull’obbligo di astensione riguarda tutte le delibere, con la sola eccezione di quelle relative ad atti generali ed astratti. Nello specifico il passo indietro, previsto anche dalla norma penale sull’abuso di ufficio, era doveroso visti gli interessi personali in gioco. La Suprema corte precisa che il danno, nel caso esaminato, non è collegato all’atto di indirizzo politico, che non è stato neppure analizzato, ma alla decisione di stoppare la seduta impedendo la votazione chiesta legittimamente dalla minoranza. Da qui la configurazione del reato che non si concretizza solo con l’omissione di un atto, ma con un indebito vantaggio o un ingiusto danno. E quest’ultimo c’è.

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