Carta dell'Adamello

Accademia in prima fila per l’agenda 2030

di Francesco Castelli*


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Il ghiacciaio dell’Adamello (Agf)

3' di lettura

Il ghiacciaio dell’Adamello, a rischio di estinzione in assenza di urgenti azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici, è stato assunto a simbolo concreto dell’urgenza di lottare insieme per la sopravvivenza pacifica di tutti i popoli del pianeta. Per questo l’Università di Brescia, la rete delle Università per lo sviluppo sostenibile, il Club alpino e il Comitato glaciologico italiano hanno promosso la Carta dell’Adamello, firmata lo scorso 19 luglio dai rappresentanti di numerose Università, giunti a piedi agli oltre 3mila metri di quota del ghiacciaio: un impegno a moltiplicare gli sforzi didattici e scientifici per poter fornire un contributo concreto al raggiungimento di tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Già negli anni ’70 era maturata la preoccupazione relativa all’esaurimento delle risorse energetiche e sui limiti del loro sfruttamento. Da allora si contrappongono due principali visioni dello sviluppo: l’una che teorizza la sostanziale impossibilità della crescita economica infinita e l’altra che pone nell’avanzamento della tecnologia la speranza per superare le barriere che si frappongono tra l’umanità e il suo sviluppo. Viene dunque progressivamente a delinearsi il concetto di sviluppo sostenibile, quale tentativo di sintesi tra le due opposte tendenze. Un modello di crescita che possa essere realizzata senza portare alla progressiva scomparsa delle risorse naturali, allora come adesso principalmente basata sui combustibili fossili, nell’ambito di un patto generazionale. Ma è solo nel settembre 2015 che le Nazioni Unite lanciano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, sistema di riferimento complesso di 17 Obiettivi articolati in 169 indicatori misurabili, che la comunità mondiale si impegna a raggiungere entro il 2030 (Agenda 2030). Gli Obiettivi coprono ambiti socio-economici (povertà, fame, diseguaglianze di genere, educazione di qualità e lavoro dignitoso, energia), sanitari (malattie, stili di vita, accesso all’acqua), ambientali (cambiamenti climatici, inquinamento delle acque e dei suoli, biodiversità, sistemi urbani resilienti) e anche un richiamo accorato alla uguaglianza e alla pace.

Il cambio di paradigma insito nella nuova strategia è evidente. Innanzitutto lo sviluppo cambia indirizzo valoriale, spostandosi da un piano esclusivamente economico (economics) a un piano che includa integralmente anche le valenze sociali (equity) e ambientali (environment) quali elementi imprescindibili dello sviluppo sostenibile cui sono chiamati a concorrere tutti i Paesi del pianeta, inclusi quelli a sviluppo avanzato. Ognuno degli Obiettivi è indissolubilmente legato agli altri in un modello a matrice a forte interdipendenza, così come forte è la valenza etica della strategia, che ufficialmente dichiara che “nessuno verrà lasciato indietro”. Non da ultimo, la scadenza ravvicinata del 2030 pone per la prima volta la questione dello sviluppo e delle risorse in termini emergenziali (il termine Agenda - cose da fare - ben ne simboleggia l’urgenza) per una umanità in continua crescita demografica e che si confronta con tensioni sociali sempre più aspre.

Il mondo accademico è chiamato in prima linea dall’accorato richiamo degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. In primo luogo alle Università è affidato il delicato compito di formare le future classi dirigenti di ogni Paese, con il compito di ipotizzare quale sarà lo scenario in cui i propri futuri laureati saranno chiamati a operare. Senza ombra di dubbio oggi questo scenario si chiama sviluppo sostenibile, che deve certamente permeare l’insegnamento di ogni campo del sapere per creare consapevolezza della gravità e della urgenza delle problematiche connesse. Questo è un compito imprescindibile del mondo accademico, cui deve affiancarsi la promozione della ricerca tecnologica per permettere la sinergia virtuosa tra le urgenti azioni di mitigazione del consumo delle risorse energetiche e la proiezione futura finalizzata all’utilizzo di fonti di energia rinnovabile. Oltre alle funzioni didattiche e di ricerca alle Università, istituzioni scientifiche indipendenti per definizione, spetta il ruolo di sensibilizzazione della popolazione generale troppo spesso confusa da esternazioni mediatiche che poco hanno di scientifico e di credibile.

L’Università di Brescia ha raccolto la sfida e sin dalla promulgazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile si è messa in gioco per creare consapevolezza della urgenza di riflettere sullo sviluppo nel proprio corpo accademico e studentesco e nella popolazione generale. Tale riflessione ha condotto alla creazione di un centro di ateneo di ricerca e di documentazione per l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. La firma della Carta dell’Adamello è tra le prime attività del centro. Perché il patto tra generazioni e tra popolazioni, essenza stessa della missione di sviluppo e di crescita delle Università, assuma un significato concreto e tangibile a beneficio del pianeta Terra e dei suoi abitanti.

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